E poi ci sono i giorni in cui mi sento trasparente,
come se il mondo mi attraversasse senza fermarsi.
Giorni in cui tutto sembra troppo forte:
le luci, le parole degli altri, perfino i ricordi. In quei giorni le parole diventano rifugio.
Le allineo per non dissolvermi,
le scelgo per non farmi scegliere dagli altri,
quando mi accorgo che sto fingendo indifferenza,
quando sorrido con mezzo volto
e l’altra metà sta facendo i conti con qualcosa che non ha nome.
Non sono fatta per le mezze misure.
O resto in superficie per difendermi
oppure entro in profondità senza salvagente.
Amo così: con attenzione chirurgica ai dettagli,
con una memoria che non perdona,
con quella capacità un po’ scomoda
di accorgermi sempre del secondo di troppo.
Forse è per questo che mi sento “troppo”.
Perché intercetto le crepe prima che si vedano.
Perché sento le pause come se fossero confessioni.
Perché intuisco quello che non viene detto
e lo porto addosso come fosse mio.
Ma ho smesso di chiedere scusa per l’intensità.
Non è eccesso, è profondità.
Non è dramma, è presenza piena.
Cerco il senso intero delle cose,
le conversazioni che non si fermano alla superficie,
gli sguardi che non scappano quando diventano veri.
E se ogni tanto mi incrino,
non mi nascondo.
Resto lì, con la mia ironia a fare da armatura sottile,
con quella grazia imperfetta
che mi tiene in piedi anche quando vacillo.
Forse non sono un mistero irrisolvibile,
ma solo una complessità che non ha bisogno di essere spiegata a tutti.
Sono solo una storia che rifiuta di essere semplificata.
( IlCieloDelleParole)









