Ci sono a volte episodi che ci ricordano che le cose cambiano anche quando sembriamo immobili. E che il futuro prima o poi arriva. Prendiamo le auto che si guidano da sole. Sembravano imminenti, precedute da annunci roboanti, poi si sono un po’ perse. Ma adesso ci siamo, quasi. Dal 1 febbraio a San Francisco hanno autorizzato l’uso di robotaxi, taxi senza pilota alla velocità massima di 48 chilometri orari. Si tratta di quelli prodotti da Cruise, una società controllata da General Motor e Honda.
Ovviamente in una prima fase si è deciso che le corse siano gratuite, perché si tratta di una sperimentazione; tranne quelle notturne, fra le dieci di sera e le sei del mattino. Come sta andando? Alla grande direi. Ma qualche sera fa una pattuglia della polizia ha intimato ad un taxi senza pilota (e in quel momento senza passeggeri a bordo) di fermarsi. Non per caso: aveva le luci spente ed era sera. Multa sicura.
Il taxi si è fermato e i due agenti avrebbero voluto intimare, come si fa sempre, al pilota di tenere le mani bene in vista sul volante ma nell’auto non c’era nessuno. Allora sono scesi e hanno cominciato a girare attorno alla vettura vuota mentre i passanti intorno si fermavano commentando divertiti. Quando gli agenti sono tornati alla loro auto per chiedere istruzioni il robotaxi è improvvisamente ripartito e allora gli agenti hanno iniziato ad inseguirlo a piedi. Per fortuna si è fermato un centinaio di metri più in là e un responsabile di Cruise ha successivamente spiegato che il taxi mica stava scappando, ma ha soltanto cercato un posto più sicuro dove stazionare. La scena era surreale eppure è uno squarcio del mondo che verrà. Se c’è un’auto senza pilota, chi ferma davvero la polizia stradale? A chi contesta l'infrazione? A chi chiede di esibire i documenti? All’algoritmo che la sta governando?
Presto avremo le risposte. Il futuro come sempre arriva.



Un Paese in cui è il mercato dell’assistenza familiare che le cerca. Le vediamo guidare sotto braccio i nostri anziani, accompagnarli negli ultimi anni della loro vita, occuparsi di quello di cui non vogliamo (o possiamo) più occuparci.
