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ultimo accesso: 09 giugno

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BELGRADO, CENTRO DEI BALCANI

Di

 Vincenzo Pastore

 -

LE BELLEZZE DI UNA CAPITALE SCONOSCIUTA

A partire da giugno l’Aeroporto di Bari metterà a disposizione tre voli settimanali  per Belgrado, che saranno operati dalla compagnia di bandiera Air Serbia con un ATR da 72 posti. Un volo che, oltre ad avere un ruolo strategico per l’imprese italiane che operano nei Balcani, darà l’opportunità di conoscere una terra rimasta per molto all’ombra dei traffici e delle mete, almeno in Italia. Infatti molti italiani hanno una vaga idea di dove si trovi Belgrado, collocandola in un luogo indefinito tra l’Europa e l’Asia, o in qualche sperduta regione della Russia. Eppure di storia e di cultura ne ha da raccontare la Città Bianca.

È stata la capitale di un paese che è passato sotto diverse forme di stato. Dopo la seconda guerra mondiale, Belgrado era la capitale della Jugoslavia, uno dei paesi più grandi del Blocco comunista, che con Tito  seppe  mantenere una certa indipendenza da Mosca. Assediata e bombardata più volte, anche recentemente con l’operazione NATO Allied Force del 1999, ha sempre trovato la forza di ricominciare e di ricostruire.

Belgrado si sviluppa sulla confluenza di due fiumi, la Sava e il Danubio, potendo così fregiarsi del titolo di città dei due fiumi. Ponti poderosi, come il Most Na Adi, attraversano i due corsi d’acqua, collegando la città nei suoi punti nevralgici. Il luogo simbolo della Capitale è senza dubbio Kalemegdan, una fortezza dalla quale è possibile godere di una prospettiva ampia della città e della succitata confluenza. È il luogo ideale per passeggiare e rilassarsi all’ombra dei suoi alberi. All’interno del vasto complesso, si possono anmirare una chiesa, il monumento del Pobednik e un zoo. Non distante dalla fortezza si trova la via più famosa della città, Knez Mihailova, un luogo adatto per lo shopping, resa famosa da Momo Kapor nel suo romanzo Foliranti. Prima della diffusione dei cellulari, ci si dava appuntamento presso il cavallo di Piazza Repubblica, laddove si trova il Museo Nazionale, da poco ristrutturato e riaperto al pubblico. Nel percorso in centro è possibile fermarsi a guardare l’elegante Parlamento, a due passi dalla posta centrale.

Il tour incrocia le vie della fede ortodossa nelle due tappe obbligate di San Marco, che benedice un grande parco belgradese, Tašmajdan, e soprattutto il Tempio di San Sava, una delle chiese più grandi del mondo ortodosso, terminata non molti anni fa, nella quale è possibile godere dello splendore della cripta, finemente decorata da mosaici.

Oltre al Museo Nazionale, a Belgrado si possono visitare il Museo dell’Ex Jugoslavia e la Casa dei Fiori, luogo dove si trovano i resti mortali del Maresciallo Tito. Lungo la via, oltre l’ambasciata americana, si raggiunge il vecchio palazzo reale, un tempo una delle dimore di Tito e oggi abitato dai discendenti della dinastia reale Karađorđević.

Belgrado ha molto da dire anche dal punto di vista sportivo. È la sede delle due squadre più prestigiose della Jugoslavia, il Partizan e la leggendaria Stella Rossa Belgrado, unica squadra ad aver vinto la Coppa dei Campioni, nel 1991 nella finale di Bari. Le due società polisportive animano anche le competizioni nazionali degli altri sport, in una rivalità infinita. A Dorćol è possibile visitare il circolo tennistico del numero uno del mondo, Novak Đoković e Banjica è il quartiere della pallamano, di cui la scuola serba è degna rappresentante.

Belgrado è anche cibo, ristoranti e street food di altissimo livello e a buon costo. Non può mancare una puntatina alla kafana, luoghi secolari e leggendari, dove si gusta dell’ottimo cibo e si incontra gente di qualsiasi estrazione sociale. Le più note si trovano a Skadarlija, il pavé ritrovo di artisti, come Tri Šešira (I Tre Cappelli), ma la più nota è senza dubbio Znak Pitanja (Il Punto Interrogativo), la più antica kafana di Belgrado. Da non perdere la degustazione dei ćevapi, delle varie čorbe (zuppe) e del pesce di fiume.

Belgrado è una capitale che guarda al futuro e gli attuali lavori in rifinutura del  Belgrade Waterfront hanno rimodernato un quartiere arretrato e fatiscente.

È anche la sede di una vita notturna giovanile e vivace che si sviluppa nei klubovi di Savamala e sugli splavovi dei due fiumi.

C’è più di un motivo per prenotare un volo per questa città, che è il vero cuore pulsante dei Balcani, cosiddetti occidentali, crocevia di un territorio ricco di tradizioni e di storia e rimasto inspiegabilmente sconosciuto a più.

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Esterno notte

Di

 Damiano Landriccia

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Disorienta e stupisce. Sentimenti opposti.

Per immagini e parlato può essere definita un’opera coraggiosa che non tollera l’ignoranza di chi guarda e ascolta. Pretende tanto e dà altrettanto.
Uno straordinario tributo, nel bene e nel male, ai pochi che furono direttamente coinvolti nella vita privata e politica di Aldo Moro. Uno spietato, accurato, addebito storico e politico ai tanti di passaggio. Berlinguer, onesto e irremovibile sino al midollo: il suo discutibile rifiuto civile al compromesso coi brigatisti che avrebbe potuto salvare l’uomo del “bene comune”, Moro. La sua comprensibile rivoluzione gentile, signorile, tra giuda e ipocriti, tra rivoluzionari e democristiani.
E resoconto impressionante, intimo, quasi inverosimile, della vita di alcuni politici tra cui Francesco Cossiga e Giulio Andreotti.

Occorre conoscere la storia come vi accennavo. Certo cinema è per pochi, è colto. I solo normalmente istruiti gli stessero lontano perché sarebbero scaraventati in un abisso di domande spietate.
Undici persone in sala, è il 2 giugno.

Si accanisce quasi sul personaggio di Gossiga: confessioni, allucinazioni, paure e desideri dal matrimonio infelice all’ossessione che il rapimento sia esclusivamente una colpa prima personale e poi politica. Questo Cossiga, qualcuno teme sia poco reale, che si guarda continuamente le mani immaginate già sporche del sangue moroteo. Soffre di emicrania, dorme poco.
Andreotti appena saputa la notizia del rapimento, sta giurando un miracolato Governo di centro sinistra voluto da Moro, corre in bagno a vomitare, ne esce sporco e spaventato.
Il consulente americano esperto di sequestri che consiglia a Cossiga di dare in pasto alla stampa e al popolo l’idea di un Moro fuori di sé, sconvolto, inaffidabile: si scredita il rapito per togliergli importanza e facilitare un approccio coi rapitori da parte dello Stato.
I soldi raccolti per pagare un riscatto da un accorato, preoccupato, sperduto Paolo VI nel tentativo di salvare la vita del fraterno Moro.

La fretta con cui Bellocchio liquida la carneficina in via Fani, addossando esclusivamente la colpa alle sole eccezionali e inverosimili  capacità militari dei brigatisti è personalmente imperdonabile.
Una condanna a priori dell’ideologia di estrema sinistra o una fatica narrativa evitata?
Chi ci fosse durante il rapimento e l’uccisione è un mistero e tale resta: nessun azzardo registico. Solo la teoria, per stanchezza, di quattro burattini esaltati, ex studenti universitari, assassini improvvisati.
Una mancanza dolorosa per la verità.

Bellocchio lega, assembla, musica e scene,  rende presentabile, ci prova, una guerra civile tutta italiana: forse no.
Non mi soffermo sugli attori anche se dovrei.
Vedetelo e ne riparliamo. Cossiga, Andreotti, Paolo VI, la moglie di Moro, Moro stesso: grande cinema, quello rimpianto del neorealismo, quando scrivevano Zavattini, Rossellini, Fellini e altri. Meravigliose, sublimi interpretazioni.
A taluni di voi che leggono recensioni interessano solo i nomi famosi, giudicate il cinema d’autore solo per pochi sempre ingaggiati attori.
È ora di cambiare, di stravolgere.

Bellocchio ha girato la sua personale, illuminata e luminosa, commossa e poetica “divina commedia”.
Ne parleremo nelle scuole? Quelle a breve chiudono.
Ne parleremo nei cinema, nelle librerie?
Voi non avete fame e sete di una mancata verità che incancrenisce da 40 anni nel corpo omertoso del nostro Paese?

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TRA MENTE E CORPO

Di

 Giada Cammarota

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La salute “statica” e quella “dinamica”

Una persona può definirsi in salute quando il proprio benessere è statico, quindi vive in assenza di malattie. Un ambito strettamente legato alla fisicità ma che, allo stesso tempo, influenza in modo preponderante anche la psiche. Proprio perché la manifestazione di una malattia la si può avvertire da fattori e sintomi fisici che peggiorano lo stile di vita e che inquinano ed  inquietano allo stesso modo la mente.

In questo ambito possiamo per fortuna dire che la medicina ha fatto enormi progressi sino a permettere all’uomo una prospettiva di vita più longeva e migliore. Proprio perché non solo il miglioramento delle condizioni igieniche, come anche le continue scoperte scientifiche e sanitarie hanno permesso all’uomo di vivere più a lungo rispetto a secoli fa, ma l’uomo riesce a vivere meglio proprio nella qualità della sua vita. È molto più facile scoprire le proprie attitudini e poterle coltivare, come anche poter raggiungere i propri obbiettivi ed aspirazioni.

E, a questo concetto possiamo collegarci direttamente con la seconda definizione di salute: quella “dinamica”, che sta proprio nelle capacità dell’individuo. Infatti secondo la Costituzione dell’OMS la salute è uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente assenza di malattie o infermità.

Quindi la salute, intesa in senso dinamico, sta nell’equilibrio tra mente, corpo e socialità, perché le interazioni sociali e le possibilità economiche influenzano positivamente o negativamente la salute.

Un modo che ogni persona ha per raggiungere il benessere nella quotidianità è riconoscere ed intraprendere lo stile di vita più corretto e sano, adatto alla propria mente e al proprio corpo.

In particolar modo, parlo per adolescenti come me che conducono vite o estremamente frenetiche o, contrariamente, del tutto sedentarie. Spesso entrambe, alternate in periodi differenti.

Bisogna stare attenti ad alimentare il nostro corpo con tutto ciò che può essere fonte di energia, a partire dal cibo sino all’attività fisica. E, soprattutto, stare ancora più attenti a tutto ciò che può bloccare la crescita, come alcol, fumo e droghe, che assunti in età preadolescenziale o adolescenziale possono essere incisivi nel non corretto sviluppo del corpo e recare danni e dipendenze in età adulta.

I dati statistici riportano che oggigiorno ci si è approccia per la prima volta all’alcol tra gli 11 e i 14 anni. E, cosa più preoccupante, che spesso questo è dipeso dalle compagnie che si frequentano. La prima sigaretta o il primo alcolico è la maggior parte delle volte offerto. È proprio in quel momento che bisogna saper prendere le decisioni in maniera autonoma e non condizionata da altri per pensare alla propria salute.

D’altro canto, se il benessere psicologico esiste quando una persona sta bene con se stesso e con gli altri, occorre saper cogliere ogni stimolo e insegnamento, sia dalle cose positive che negative.

Perché la mente è importante tanto quanto il corpo.

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Le chiacchiere se le porta il vento

Di

 Myriam Acca Massarelli

 -

«Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi».
(Albert Einstein)

Stamattina avevo un sonno per cui fra me e il materasso non vedevo altro che la legge di gravitazione universale: ci attraevamo in modo direttamente proporzionale al prodotto delle nostre masse e inversamente proporzionale al quadrato della nostra distanza.

Sì, conosco Newton, hanno provato negli anni a spiegarmelo ed evidentemente l’ho pure capito e imparato, ma poiché possiedo una stimabile reputazione da ignoranza cronica in queste cose, non facciamo girare troppo la voce, perché alla faccia ci tengo. Sono candidata al premio Oscar per tutti i film esistenti, o nemmeno ancora pensati, relativi all’incomprensione delle scienze dure: non vorrei perdere la candidatura.

Detto ciò, in preda a quel genere di unione, ho fatto forza anche contro la fisica e no, non ho lasciato mi sconfiggesse: “Newton, spolverami la spalla destra, mi sono alzata ed il materasso niente ha potuto”, ho pensato.

Frattanto il luminare mi fissava dall’alto del suo sapere e cercava di prenotare un controllo psichiatrico a mio nome… e diamogli torto!

Mi sono trascinata sotto la doccia dopo il primo caffè, ho assolto i doveri di ogni mattina fra cui troneggia il dar retta allo sguardo finto-muto del mio cane che parla con la coda, ho preso ancora due caffè a distanza non esattamente ravvicinata e per ragioni diverse e, quasi senza accorgermene, mi sono ritrovata seduta su una comoda sedia blu elettrico, in una pulitissima, modernissima ed accoglientissima sala d’attesa.

Di norma nelle sale d’attesa ci si annoia, ma io avevo sonno, ero ancora in fase REM, ciò che mi faceva apparire sveglia non era che una recita ben sistemata e quindi ho iniziato a fare ciò che più mi rilassa: guardare le persone.

Potrei descriverle una per una, in ogni dettaglio, ma non è giornata per le lungaggini: mi sono bloccata su un paio di piedi e sono stata costretta ad alzare lo sguardo per fare i conti con la figura intera del malcapitato.

Era un uomo indicativamente della mia età, chiacchierava con il suo amico e se la ridevano con intesa in totale relax, un uomo casual che aveva caratteristiche estetiche ben definite, pantaloni verde militare, una polo Ralph Lauren, un cellulare in tasca che vibrava ma veniva ignorato ed uno in mano, che faceva lo stesso e scatenava i suoi cambi di espressione in zona sorriso; e poi aveva le scarpe… oh che strano! Penserete sorridendo, ma no, era uno specifico paio di scarpe, quelle per cui gli avevo poi fatto la radiografia, anche loro verde militare con i dettagli del marchio arancioni. Le conoscevo molto bene quelle scarpe, tanto da fare un’associazione mentale immediata e dar loro un titolo comprensibile solo a me: le chiacchiere se le porta il vento.

Ora mi devo scusare, perché non scioglierò il nodo del titolo e la sua ragion d’essere, ma vi porterò dove, in seguito a questo volo pindarico, sono andata a finire io, ovvero alla ragione primordiale per la quale sto scrivendo: la necessità inevitabile di ogni organismo vivente all’interno del nostro ecosistema, il che ha certamente in qualche modo a che vedere con le scarpe dello sconosciuto e certamente è figlio del mio stato comatoso.

Nonostante tutto è una cosa vera e penso possa portare, da un fatto banalissimo, ad una notevole riflessione.

Iniziamo: le zanzare. Alzi la mano chi di voi non si è mai chiesto, nella vita, cosa diavolo ci facciano all’interno del meccanismo perfetto di madre natura. Bene, io ho la mano abbassata e non solo me lo sono chiesta un milione di volte, il punto è che non mi sono mai scomodata a cercare una risposta. Mai, fino a ieri sera.

Ora vi dico cosa ho scoperto in primissima battuta:  i maschi di zanzara sono degli impollinatori, come le api, e nella loro continua ricerca di cibo contribuiscono all’impollinazione delle piante permettendo così lo sviluppo dei frutti.

Dunque, cosa potreste pensare in maniera pressoché immediata, specie se spinti dall’intolleranza verso l’insetto causa di mille dei vostri fastidi estivi? Non vi biasimerei se la risposta fosse qualcosa tipo: ecco, sono le femmine di zanzara il problema!

E infatti, cosa ho scoperto subito dopo? Le zanzare femmina sono dedite alla riproduzione della specie e sono responsabili dei fastidi che avvertiamo dato che, per portare a termine il processo riproduttivo, hanno bisogno del sangue come fonte di nutrimento per l’alto contenuto proteico, che permette la maturazione e lo sviluppo delle uova.

Bingo! Sembra che già a questo punto il conto torni perfettamente. Il problema sono loro!

Ma a parere vostro, considerata la smisurata fiducia che ho nell’Universo, la grandissima fede che nutro in seno, nonché l’istinto invincibile a non fermarmi mai fino a che non trovo un senso compiuto nelle cose, potevo credere a una soluzione così banale e a buon mercato?

Ipse dixit, la scoperta definitiva, da terza battuta, ultima evidentemente non per importanza, che cito e riporto testualmente: sono le femmine di zanzara a pungerci perché hanno bisogno delle proteine del nostro sangue per produrre le uova. Se non fosse per questa necessità biologica, probabilmente eviterebbero volentieri di ronzarci intorno, costantemente esposte al rischio di venire uccise, e come i maschi della zanzara se ne starebbero tranquille a gironzolare tra le piante in cerca di nettare.

Chiosa numero uno: nell’ecosistema tutto è un cerchio perfetto.

Chiosa numero due: tutto in natura corrisponde perfettamente agli assetti basilari dell’uomo.

Chiosa numero tre: le chiacchiere se le porta il vento.

Chiosa numero quattro: intelligenti pauca.

Tutto questo, come se mi fossi davvero addormentata, finendo da qui in quel posto che non c’è e svegliandomi ora, non stando più in quel posto, ma di nuovo qui.

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(Leggo)
<<Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera>> Gv 21,20-25.

 

La nostra fede si fonda sulla testimonianza degli apostoli, come la fede degli apostoli si fonda sulla testimonianza di Gesù (Gv 8,18). Gesù ha dato la vita in segno di fedeltà alla verità che egli stesso testimonia. Così, gli apostoli moriranno martiri, non perché fanatici, ma perché testimoni di fatti e non di idee. Quand’anche li si ucciderà, i fatti resteranno delle realtà, proprio come la morte e la risurrezione di Gesù.

(Prego)

O Dio, che ci chiami a seguire la via del tuo Figlio secondo i doni che concedi a ciascuno, rendici capaci di conciliare la generosità attiva di Pietro con l'estatica contemplazione di Giovanni.

(Agisco)

Testimoniare il fatto della risurrezione lì dove io vivo.

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(Leggo)
<<Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera>> Gv 21,20-25.

 

La nostra fede si fonda sulla testimonianza degli apostoli, come la fede degli apostoli si fonda sulla testimonianza di Gesù (Gv 8,18). Gesù ha dato la vita in segno di fedeltà alla verità che egli stesso testimonia. Così, gli apostoli moriranno martiri, non perché fanatici, ma perché testimoni di fatti e non di idee. Quand’anche li si ucciderà, i fatti resteranno delle realtà, proprio come la morte e la risurrezione di Gesù.

(Prego)

O Dio, che ci chiami a seguire la via del tuo Figlio secondo i doni che concedi a ciascuno, rendici capaci di conciliare la generosità attiva di Pietro con l'estatica contemplazione di Giovanni.

(Agisco)

Testimoniare il fatto della risurrezione lì dove io vivo.

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 (Leggo)

«Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?» Gv 21,15-19.

Gesù prima nutre col suo amore i discepoli poi insegna loro a fare altrettanto. Prima nutrire, dare solo amore, agli agnellini poi quando crescono anche guidarli al pascolo.

(Prego)

O Gesù pastore supremo del tuo gregge, che in risposta alla triplice professione di amore dell'apostolo Pietro hai voluto preannunciare la sua missione di continuare la tua opera nella Chiesa e nel mondo, rendici fedeli membri del tuo gregge fino alla morte.

(Agisco)

Non lasciarmi andare al pettegolezzo verso le istituzioni civili, religiose e di coloro che mi sono accanto.

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Una vita (meno) social

Una vita (meno) social
Un weekend all’estero, indimenticabile ma non condiviso su Instagram o Facebook. E le foto rimaste nello smartphone
1 minuti di lettura
 

Ho passato un bellissimo weekend con mio figlio all’estero. La prima volta da soli. Indimenticabile. Ma non l’ho messo sui social. Non ho fatto un post, non ho punteggiato i nostri momenti in una stories, non l’ho filmato per un reel. E’ successo davvero? Cioè, quel weekend è esistito anche se sui social non c’è? Ovviamente sì, ma tra qualche anno Facebook e Instagram non mi ricorderanno cosa ho fatto alla fine di maggio del 2022. Non potranno farlo. Ci sarà un buco.

 

Questo rende quel weekend meno reale? In un certo senso sì. Quando sono arrivati i social per molti è stato automatico usarli per raccontare ogni momento della giornata. Un diario pubblico. Il buongiorno, o peggio, il buongiornissimo, le cose che mangiamo, le uscite. Addirittura alcuni - pochi, grazie al cielo - si erano installati delle telecamere in ogni stanza della casa in modo che tutti potessimo seguirli sempre senza bisogno che loro postassero nulla. Perché lo facevano? Allora sembrava una cosa fighissima, una sorta di life hacking, oggi fatico a ricordare la risposta. Ma questo fatto di condividere i momenti salienti delle nostre giornate resta molto diffuso (lo ammetto: io ogni giorno guardo quello che condividono i miei contatti). Un periodo questa condivisione quotidiana l’ho fatta anche io, ora molto meno. Non sono diventato asociale, anzi. Ma ho avvertito uno scricchiolio. Mi sembrava di trasformare la mia vita in uno show, o una serie tv, in cui io ero sul palco e gli altri guardavano. 

 

Il weekend indimenticabile con mio figlio non è un segreto: ad una cena di classe ieri ho raccontato alcuni momenti. Basta così. Ma le foto che ho scattato sono sullo smartphone. Tra qualche anno Google mi manderà un video in cui le avrà montate con una musichetta in tema. Il cloud sa sempre tutto. 

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All'origine del vincolo

 
Il segretario della Lega, Matteo Salvini, a Mosca con Vladimir Putin

Il segretario della Lega, Matteo Salvini, a Mosca con Vladimir Putin

A parte l’ironia su Salvini che non gliene va bene una, ultimamente, come fa sbaglia: sarà perché è in ansia preelettorale con Giorgia Meloni parecchio avanti, perché i nuovi social media manager non prendono la mira come i vecchi, sarà perché anche lui ha Saturno contro, capita e poi passa. Il punto del suo essere così maldestramente filo russo, mi sembra, non è cosa fa e come lo fa ma perché: in cambio di cosa.

Prendiamo l’ambasciatore Sergey Razov, che rappresenta la Russia in Italia: si conoscono bene e si frequentano da molto tempo. E’ con lui che stava preparando il viaggio a Mosca, sembra su invito del diplomatico: zitti zitti pensavano di accompagnare il Papa da Putin, una cosetta. Razov è lo stesso che disse, con insolita brutalità, che “agli italiani è stata tesa la mano che hanno morso”. Lo disse a proposito delle indagini sulla bizzarra compagnia arrivata in Italia, in pieno Covid, a portare qualche ventilatore rotto e a infilarsi nei database di centri di ricerca. Volevano, anche, promuovere il loro vaccino Sputnik e in buona parte ci sono riusciti.

La domanda è: cosa contiene esattamente la mano russa che gli italiani hanno morso? Soldi? Informazioni? Scambi di altro genere? Un’altra domanda è: in cosa consiste precisamente l’accordo tuttora in vigore fra la Lega e il partito di Putin? Di nuovo: soldi? Informazioni (questo è scritto nel testo, dunque sì) e allora quali? La corte dei miracoli di personaggi da avanspettacolo che circonda Salvini o lo rappresenta fra ambasciate e hall degli alberghi cosa fa, di preciso? L’affanno di risultare graditi a Mosca è chiaro: non quale sia l’origine del vincolo. Questo sarebbe interessante sapere, di un partito al governo.

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Battere Alcaraz

Battere Alcaraz
(afp)
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La prima cosa bella di giovedì 2 giugno 2022 è battere Alcaraz, su qualunque superficie, in qualunque torneo. E farlo adesso, prima che cresca. O sarà troppo tardi. Diciamo che a tennis, oggi, da un certo punto in poi non sai per chi tenere. Sinner non ci arriva, non ancora. Federer non si vede più. Djokovic, facciamo che s'è perso in inverno. Nadal, mai stato il mio genere. Poi è sbucato Alcaraz e tocca fare quella cosa di per sé brutta che è il tifo contro. Ma è inevitabile.

Alcaraz è un bullo con la racchetta. Ha le espressioni e i gesti del più insopportabile del cortile. Il più forte e il meno gentile. Non lo tolleri quando tira mazzate, ma ancor meno quando fa la smorzata al terzo scambio che è come tirasse ogni rigore col cucchiaio. E quell'esultanza feroce a ogni punto conquistato. Già non capisco Sinner che guarda il coach cercando approvazione, ma questo è peggio.

Amo i giocatori gelidi, quelli che dopo un gesto straordinario fissano la terra sotto i piedi e ridono, ma dentro. Quelli che si divertono, non soffrono, guardano la palla scorrere insieme con la vita. Ma la colpa vera è di quello che ha girato la docuserie "Una squadra". Rivedo Panatta e penso che se incontrasse Alcaraz prima lo batterebbe, poi gli menerebbe.  

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