La prima cosa bella di lunedì 23 maggio 2022 sono le buone maniere. Le mamme, almeno un tempo lo facevano, regalano libretti che le insegnano ai loro bambini. Non so quante copie circolino. Poche, immagino, guardando gli highlight dei talk show; l’unica cosa che il giorno dopo ne resti: le liti. Penso che le madri di certi ospiti, professori universitari, parlamentari della Repubblica, si sintonizzino con orgoglio, magari in compagnia: “Vede, quello è mio figlio, sta in Commissione esteri, insegna a Roma, sa tutto di geopolitica, è uno scienziato, è il direttore del quotidiano X”. Ci sono cenni d’assenso, vocali d’ammirazione. Il figlio comincia a parlare, chi conduce lo guarda in tralice, aspettando. Poi l’altro figlio s’inserisce. Il dialogo diventa un duello, sale di tono. Il professore offende, l’altro insulta. Le mamme sussultano. L’ultima volta li videro così in cortile e li chiamarono su, in casa. Di corsa. Ora vorrebbero, ma chi conduce non aspettava altro, fa finta di separarli, ma conta i secondi, sa che lo share sta salendo e domani di questo si parlerà. Nessuno sa più perché si stiano insultando, tranne le loro mamme, che volevano farsi spiegare il mondo da quei figli. Cfr. Il mio primo libro delle buone maniere. Gallucci Editore. Ci sono anche le figure.
Gioia chi molla
di Gabriele Romagnoli
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La prima cosa bella di giovedì 26 maggio 2022 sono quelli che dicono: mollo tutto. Quel che viene dopo è vario ed eventuale. Ci fanno film, come il temibile “Mollo tutto e apro un chiringuito”. O magliette, della serie “mollo tutto e vivo in barca” o con variazione a seconda del punto vendita: “E vivo a Lipari”, “a Capri”, “a Vattelapesca”. Non è la seconda parte della frase ad avere importanza. Il chiringuito e l’isola sono stati mentali temporanei, non è per la destinazione che si parte, ma per staccarsi da dove ci si trova. Quelli che indossano la maglietta “Mollo tutto” sono quelli che non riescono a farlo, si accontentano dello slogan, guardano il film e si consolano pensando che tutti tornano indietro, che è una deriva. Quelli che hanno davvero mollato tutto, semplicemente non li senti più, qualunque cosa sia loro accaduta. Ma c’è una tenerezza comune in quel desiderio di mollare tutto. Tanti passano metà della vita a cercare di raggiungere una posizione, una riconoscibilità e un’autostima (carica, faccione, firma) e poi capiscono che la felicità sarebbe “mollare tutto”. E’ un po’ aver creduto al guru sbagliato, ma è bello accorgersene. Il passo successivo è comprendere che quel “tutto” era una briciola, bastava un soffio per scompigliare la cabina armadio e i suoi ordinati scheletri. Gioia chi molla.





