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Il Volo dell'Angelo
Anche il tradizionale ed emozionante ‘Volo dell’Angelo’ che apre ufficialmente i festeggiamenti del Carnevale in Piazza San Marco, ha alle spalle una lunga storia ricca di particolari curiosi.
Fu un giovane funambolo turco il primo protagonista di questo evento straordinario, durante un'edizione del Carnevale verso la metà del Cinquecento. Il giovane acrobata, con il solo ausilio di un bilanciere, riuscì ad arrivare in cima al campanile di San Marco. Nel delirio della folla sottostante, camminando sopra una lunghissima corda che partiva da una barca ancorata sul molo della Piazzetta, arrivò alla balconata del Palazzo Ducale, dove porse omaggio al Doge.
L'impresa spettacolare, denominata 'Svolo del Turco' ebbe talmente successo che non solo professionisti ma anche giovani veneziani si cimentarono negli anni seguenti in questa sfida, con spericolate variazioni sul tema. Per diverse edizioni lo spettacolo prese il nome dello 'Svolo dell'Angelo' in quanto prevedeva la discesa di un uomo dotato di ali posticce che, appeso con anelli alla fune, raggiungeva velocissimo il palco del Doge, dalle cui mani riceveva doni o somme di denaro. Nel 1759 però, l’esibizione finì in tragedia con lo schianto del malcapitato funambolo. A causa di quella disgrazia, l’acrobata fu da allora sostituito con una grande colomba di legno che scendeva spargendo coriandoli e fiori sulla folla. Da allora lo 'svolo' cambiò di nuovo nome diventando: lo 'Svolo della Colombina'.
Francesco Guardi (1712-1797) Il Ridotto di Palazzo Dandolo a San Moisè - Ca' Rezzonico
Pietro Longhi, Il Ridotto 1757, Venezia, Fondazione Querini Stampalia.
Tra le maschere simbolo del Carnevale di Venezia c’è la Bauta, travestimento in uso esclusivamente a Venezia, composto da un mantello nero o tabarro, un tricorno nero su un volto bianco.

Veniva indossata sia da uomini che da donne in quanto assicurava un completo anonimato. Infatti la particolare forma della maschera con il labbro superiore allargato e sporgente, consentiva di mangiare e bere senza doverla togliere, mentre lo spazio per il naso, molto stretto, rendeva possibile 'mascherare' anche la voce.
Altro travestimento molto utilizzato dalle donne, era quello chiamato ‘Moretta’, costituito da una maschera di velluto con cappellino e veletta molto raffinati. Per indossarla era necessario reggerla tramite un bottone tenuto in bocca e questo faceva sì che il personaggio non potesse parlare (per questo motivo era anche chiamata ‘servetta muta’).

Piuttosto comune era per gli uomini il costume da ‘donnina popolare e sciocca' detta la Gnaga, per la vocina stridula, simile ad un miagolio, con cui parlava.
Non mancavano poi le maschere della ‘Commedia dell’Arte’ tra cui i popolarissimi Arlecchino, Pantalone, Colombina…


