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Nel 1471 fu costruita, probabilmente su interessamento della potente famiglia von Graben, la cappella di Sant'Acazio, la parte che meglio si è conservata. Nel 1497 fu posto il cenotafio dell'ultimo conte di Gorizia, Leonardo, che sarebbe poi morto a Lienz e lì è tuttora seppellito. Il XVI secolo si aprì col passaggio della città agli Asburgo. La diffusione del protestantesimo, che minacciava la Chiesa goriziana, rese necessari provvedimenti: nel 1571 Gorizia divenne arcidiaconato. Tra il 1682 e il 1702 la chiesa subì un radicale rifacimento in senso barocco: in particolare fu Giulio Quaglio a firmare una serie di affreschi che andarono poi perduti nel corso della I Guerra Mondiale.

 

 

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Duomo di Gorizia, il cui nome ufficiale è Cattedrale metropolitana dei Santi Ilario e Taziano Martiri

Nei primi secoli della sua storia, dopo il 1001, almeno dal punto di vista religioso, Gorizia dipendeva dalla pieve di Salcano, allora Castrum Syliganum, oggi Solkan, sobborgo di Nova Gorica in Slovenia. Questo villaggio era probabilmente erede di una postazione romana, usata poi lungo tutto il Medioevo; a sua volta la pieve faceva capo al Patriarcato di Aquileia. Con l'aumento delle prerogative di Gorizia, che da “villa” com'era citata nel 1001, otteneva il diritto di tenere un mercato settimanale nel 1210 e poi i diritti cittadini nel 1307, si accrebbe anche l'importanza ecclesiastica dell'insediamento. Dal XIII secolo Salcano aveva un vicario che si occupava di Gorizia, nel 1398 fu eretta vicino al castello la chiesa di Santo Spirito, nel ‘400 si cominciò a parlare di una plebs de Salcan alias Goricia, nel 1455 fu istituita la parrocchia dei Santi Ilario e Taziano, per arrivare alla fine del secolo, quando i documenti riportano plebs de Goritia. Si poneva a questo punto il problema di una sede degna di tutte queste cariche: si scelse un terreno a sud dell'odierna piazza Cavour, che allora si chiamava del Comune, il quale si affacciava appunto su questa piazza, ed ospitava anche il già citato mercato settimanale. Su tale terreno – già di proprietà ecclesiastica – non sorse, a dire il vero, un solo edificio, ma, secondo la definizione di Sergio Tavano“ una vera costellazione di edifici di culto”. Di questi, il principale era quello dedicato a Sant'Ilario, secondo vescovo d'Aquileia e martire. Di tale edificio non molto si sa, eccetto che doveva trovarsi là dov'è l'odierno presbiterio, che esisteva già nel 1314 e che nel 1342 il patriarca Bertrando concedeva ad Alberto II conte di Gorizia di costruirci un altare. A fianco di questa chiesa sorse nel 1365 una cappella dedicata a Sant'Anna, di cui si conserva poco perché fu in parte abbattuta nel 1866 per far posto a una strada.Nei primi secoli della sua storia, dopo il 1001, almeno dal punto di vista religioso, Gorizia dipendeva dalla pieve di Salcano, allora Castrum Syliganum, oggi Solkan, sobborgo di Nova Gorica in Slovenia. Questo villaggio era probabilmente erede di una postazione romana, usata poi lungo tutto il Medioevo; a sua volta la pieve faceva capo al Patriarcato di Aquileia. Con l'aumento delle prerogative di Gorizia, che da “villa” com'era citata nel 1001, otteneva il diritto di tenere un mercato settimanale nel 1210 e poi i diritti cittadini nel 1307, si accrebbe anche l'importanza ecclesiastica dell'insediamento. Dal XIII secolo Salcano aveva un vicario che si occupava di Gorizia, nel 1398 fu eretta vicino al castello la chiesa di Santo Spirito, nel ‘400 si cominciò a parlare di una plebs de Salcan alias Goricia, nel 1455 fu istituita la parrocchia dei Santi Ilario e Taziano, per arrivare alla fine del secolo, quando i documenti riportano plebs de Goritia. Si poneva a questo punto il problema di una sede degna di tutte queste cariche: si scelse un terreno a sud dell'odierna piazza Cavour, che allora si chiamava del Comune, il quale si affacciava appunto su questa piazza, ed ospitava anche il già citato mercato settimanale. Su tale terreno – già di proprietà ecclesiastica – non sorse, a dire il vero, un solo edificio, ma, secondo la definizione di Sergio Tavano“ una vera costellazione di edifici di culto”. Di questi, il principale era quello dedicato a Sant'Ilario, secondo vescovo d'Aquileia e martire. Di tale edificio non molto si sa, eccetto che doveva trovarsi là dov'è l'odierno presbiterio, che esisteva già nel 1314 e che nel 1342 il patriarca Bertrando concedeva ad Alberto II conte di Gorizia di costruirci un altare. A fianco di questa chiesa sorse nel 1365 una cappella dedicata a Sant'Anna, di cui si conserva poco perché fu in parte abbattuta nel 1866 per far posto a una strada.

 

 

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Buona giornata❤️🧡

 

Sii la versione di te stesso che non ha bisogno di approvazione altrui."

 

 

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Autoritratto con cravatta, disegno a lapis di Carlo Michelstaedter (Gorizia, Biblioteca statale isontina, Fondo Carlo Michelstaedter

Aveva l’urgenza di scrivere il più possibile i suoi pensieri sul mondo e sull’esistenza, ma anche di dipingere, prima che fosse tardi.

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17 ottobre del 1910, in un caldo pomeriggio goriziano, un giovane di appena ventitré anni decise di togliersi la vita sparandosi un colpo di rivoltella alla testa.
Si sarebbe sparato alla tempia solo perché consapevole delle conseguenze della sifilide, malattia che ne aveva minato il corpo ma anche, nell’ultimo stadio, l’animo.

 

 

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Tra il 1909 e il 1910, completati gli esami, ritorna a Gorizia e inizia la stesura della tesi di laurea, assegnatagli dal docente di letteratura grecaGirolamo Vitelli, concernente i concetti di persuasione e di retorica in Platone e Aristotele. La sua attività è febbrile: oltre alla Persuasione scrive anche la maggior parte delle Poesie e alcuni dialoghi, tra cui spicca il Dialogo della salute. Il suo isolamento diventa pressoché totale, mangia pochissimo e dorme per terra, come un asceta; vede solo la sorella e il cugino Emilio. Comunica al padre che dopo la tesi «non avrebbe fatto il professore, ma che appena laureato sarebbe andato al mare», forse a Pirano o a Grado.

Il 17 ottobre 1910, dopo un diverbio con la madre, impugna la pistola lasciatagli da Enrico Mreule e si toglie la vita. Sul frontespizio della tesi aveva disegnato una "fiorentina", una lampada ad olio, e aggiunto in greco: apesbésthen, «io mi spensi».

Amici e parenti pubblicarono le sue opere e raccolsero i suoi scritti, ora alla Biblioteca Civica di Gorizia.

Michelstaedter è sepolto nel cimitero ebraico di Valdirose (Rožna Dolina), oggi nel comune sloveno di Nova Gorica, a poche centinaia di metri dal confine con l'ItaliaHa inoltre lasciato una quantità smisurata, data l’età, di racconti abbozzati, dipinti, disegni, traduzioni dal greco e dal latino (lui che cercava di pensare in queste lingue), saggi iniziati con folgorazioni improvvise.

Opertutte intrise da un senso schopenhaueriano di dolore, di inutile lotta per la propria sopravvivenza, di malinconia cosmica.

E’ stato un filosofo e poeta mai compreso fino in fondo, oggetto di riflessioni viziate dal pregiudizio e spesso slegate dai fatti: nel 110° anniversario dalla morte di Carlo Michelstaedter, la studiosa goriziana Chiara Pradella ha cercato di ristabilire un equilibrio nella interpretazione della vita e delle opere dell’intellettuale goriziano offrendo più di uno spunto di riflessione nel libro “110. Carlo Michelstaedter e il tempo della Verità”.

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Carlo Raimondo Michelstaedter (anche Michelstädter) (Gorizia3 giugno 1887 – Gorizia17 ottobre 1910) è stato uno scrittorefilosofopoeta e pittore italiano.

 

Carlo Michelstaedter nasce a Gorizia, ultimo di quattro figli, da un'agiata famiglia di origini ebraiche. Il padre, Alberto, dirige l'ufficio goriziano delle Assicurazioni Generali ed è presidente del Gabinetto di Lettura goriziano. È un uomo colto, autore di scritti letterari e di conferenze, rispettoso delle usanze tradizionali ebraiche, ma solo formalmente, per rispetto borghese: egli è, anzi, un laico, un «tipico rappresentante della mentalità materialistica dell'Ottocento». Lo troviamo tra i primi soci della Società Filologica Friulana e ci ha lasciato diversi scritti in friulano goriziano. L'ebraismo non sembra quindi incidere molto sulla formazione culturale di Carlo, che scoprirà solo più tardi e con non poca meraviglia di avere un antenato cabalista. Tra gli altri membri della famiglia è da ricordare Carolina Luzzatto, prima donna italiana ad aver diretto un quotidiano.

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Felice giornata❤️💛

 

Non smettere mai di imparare, perché la vita non smette mai di insegnare."

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