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Cioccolato di modica.

Alcune fonti riportano che durante la dominazione degli spagnoli in Sicilia nel XVI secolo tale lavorazione fu introdotta dagli stessi ispanici nella Contea di Modica, a quel tempo il più importante stato feudale del sud Italia dotato di autonomia amministrativa, successivamente però al siracusano dove la presenza delle fave di cacao (esportato anche all'estero) e la preparazione del cioccolato fu primordiale in Sicilia. Gli spagnoli verosimilmente appresero dagli Aztechi la tecnica di lavorazione delle fave di cacao mediante l'utilizzo della metate, un tipo di macina di pietra utilizzato per la lavorazione di cereali e semi. Le fonti giunte ai nostri giorni ci dicono che gli Aztechi non fossero a conoscenza dell'esistenza dello zucchero e che consumassero il cacao in forma liquida, pertanto è certo che il cioccolato di Modica, che si presenta in uno stato solido a forma di lingotto e contiene anche zucchero oltre al cacao, non discenda da una ricetta di origine Azteca.   Verosimilmente furono sempre gli spagnoli i primi ad aggiungere lo zucchero al cacao e a realizzare la prima forma arcaica di cioccolato e a diffonderla nei propri domini, inclusa la Contea di Modica, da cui nell'Ottocento ha avuto origine il cioccolato modicano.

Attualmente esistono tracce di questo tipo di lavorazione in Spagna (el chocolate a la piedra), oltre che nelle comunità indigene di Messico e GuatemalaLeonardo Sciascia ricorda come tale lavorazione rimanesse ai suoi tempi nella città di Modica, precisando anche che esistessero originariamente le sole due versioni con le aggiunte di cannella e di vaniglia. Storicamente si è tramandato come un dolce tipico delle famiglie nobili che durante le feste e le occasioni importanti lo preparavano in casa. In questo modo si è tramandato fino ai giorni nostri e solo successivamente è diventato un prodotto dolciario di fama internazionale.

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Razza Modicana

Originaria dell'antica Contea di Modica, che si identifica con l'attuale  Ragusa, ma si è in breve tempo diffusa in diverse parti della Sicilia arrivando anche in Sardegna. Qui, agli inizi del 1900, grazie alla sua rustica frugalità e attitudine al lavoro, è stata incrociata con delle razze autoctone, dando così vita alla razza Sardo-Modicana. Il dibattito sul suo arrivo sull'isola sicula è ancora irrisolto: secondo alcuni è giunta dal Mediterraneo, secondo altri dall'Europa continentale, a seguito di Normanni e Angioini. In ogni caso, è allevata da sempre in Sicilia, fin da quando essa è popolata. 

 

 

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Buonagiornata❤️🧡

 

  • Nelle lunghe giornate di pioggia, anche gli istanti sembrano stanchi, scorrono con lentezza quasi a sussurrare al mondo la loro tristezza. (Stephen Littleword)

     

     

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La Sicilia è famosa per le sue ceramiche, in particolare, sono rinomate le Teste di Moro di Caltagirone, luogo principe per la produzione di ceramiche di altissima qualità. Una produzione divenuta simbolo della città, anche per via delle numerose influenze greche, bizantine, arabe e normanne, che hanno allo sviluppo della preziosa arte dei ceramisti siciliani.

 

Ai giorni nostri anche il mondo della moda (ne è un esempio la collezione Dolce & Gabbana), ha colto l’essenza artistica di queste creazioni uniche nel loro genere, proprio come hanno fatto Dolce & Gabbana con l’intento di valorizzare il territorio.

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La leggenda delle Teste di Moro sembra poter aver inoltre ispirato uno dei più grandi scrittori della letteratura italiana: Giovanni Boccaccio. Nella prima novella della quarta giornata del Decameron, ovvero la giornata dedicata agli amori infelici.

 

Esiste tuttavia anche un’altra versione della leggenda, forse anche più filologicamente corretta rispetto alla precedente. La fanciulla protagonista di questa seconda versione, in questo caso, è di nobili origini e, dopo essersi infatuata di un giovane moro, decide di intraprendere una relazione amorosa proibita con quest’ultimo. Il loro amore, tuttavia, viene presto scoperto e i due vengono uccisi e decapitati. La famiglia della giovane, per l’onta su loro ricaduta a causa di questo amore, tanto intenso quanto clandestino e impossibile, decide di tramutare entrambe le teste in vasi, adornate di fiori, e posizionate su un balcone, affinché tutti potessero conoscere la vergogna di quell’amore. Non solo, ma la coppia di teste, esposta in questo modo, diventava un monito per tutti coloro che avessero anche solo pensato di compiere un’azione tanto dissacrante e illegale. Così, come i due si amarono in vita, anche in morte diventarono inseparabili e per sempre uniti. Questa versione della storia delle Teste di Moro, infatti, spiegherebbe il perché vengono realizzate, e spesso regalate, in coppia.

 

 

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Passeggiando per le vie dei centri storici siciliani è molto facile imbattersi in queste meravigliose opere d’arte. La Testa di Moro, detta anche “Grasta”, da secoli arricchisce le balconate siciliane.

 La sua tradizione è millenaria, moltissimi artisti si sono lasciati ispirare dalla sua antica leggenda per realizzare opere d’arte uniche ed inimitabili.

 

I protagonisti di questa leggenda sono: un giovane Moro e una fanciulla siciliana. Ci troviamo intorno all’anno 1100, periodo della dominazione dei Mori in Sicilia, nel quartiere arabo di Palermo “Al Hàlisah” (che significa l’eletta) oggi chiamato Kalsa.

Lì abitava una bellissima fanciulla che trascorreva le sue giornate tutta sola in casa, dedicando le sue attenzioni alla cura delle piante del suo balcone. Dall’alto del suo balcone rigoglioso fu presto notata da un giovane Moro, il quale si innamorò perdutamente di lei, dichiarandole apertamente la sua ardente passione.

La giovane donna, abituata ad una vita solitaria, fu piacevolmente colpita da questa promessa d’amore e ne ricambiò i sentimenti, concedendosi a lui.

Dopo poco tempo, la fanciulla scoprì che il Moro celava un gravissimo segreto. Il suo cuore non era totalmente libero come le aveva detto, aveva moglie e figli ad attenderlo in oriente ed era, inoltre, giunta l’ora di far ritorno in patria.

La fanciulla fu distrutta nell’apprendere una tale notizia ed amareggiata per quell’amore tradito che si accingeva ora ad abbandonarla, fu colta dall’ira che la spinse inesorabilmente alla vendetta.

Così nella notte, mentre il Moro dormiva, lo colpì mortalmente così non l’avrebbe più abbandonata. Decise, inoltre, di recidergli la testa, creando con questa un vaso, dove al suo interno pose un germoglio di basilico.

La fanciulla sapeva che, questa pianta profumata (dal greco “Basileus – Re“), rappresenta difatti l’erba dei sovrani; in tal modo, nonostante il terribile atto compiuto, ella continuava a prendersi cura del suo adorato come fosse il suo re.

Decise di porre la Testa di Moro sul suo balcone, dedicandosi ogni giorno alla cura della pianta che cresceva rigogliosa, innaffiandola con le sue lacrime.

I vicini, pervasi dal profumo della pianta, ne furono presto invidiosi e si fecero realizzare vasi in terracotta che riproponevano le stesse fattezze di quello amorevolmente custodito dalla fanciulla.

Oggi la Testa di Moro per eccellenza porta una corona, in memoria del protagonista della triste vicenda.

 

 

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Buonagiornata❤️💜🧡

 

Non posso guardare la foglia di un albero senza sentirmi schiacciato dall’universo.
(Victor Hugo)

 

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