La Gitana.
Al semaforo rosso, il traffico si fece sospeso come in un respiro trattenuto.
Lei era lì, la gitana, con gli occhi scuri che sembravano aver raccolto
secoli di polvere e viaggi. Aveva la mano tesa, non per chiedere,
ma per offrire un frammento della sua sorte a chiunque avesse osato guardarla.
Fu allora che le presi il palmo tra le dita. Con un gesto lento, quasi sacro,
rovesciai la parte del mondo che di solito rimane nascosta: le linee della sua vita,
i segreti che la pelle conserva. Lei si aspettava di leggere me, ma fui io a decifrare lei.
E nel farlo, le sorrisi...
Un sorriso lieve, di quelli che non cercano, ma accadono.
Lo colse come un dono raro, e rimase rapita, come se in quell’attimo ogni ruga,
ogni fatica di strada svanisse.
Non era più la gitana né io il viandante di città: eravamo due anime
sospese nello stesso lampo di tempo.
La nostra storia fu dura e intensa, il tempo di un ciclo lunare soltanto.
Ogni notte era una passione travolgente, notti senza fine così ardenti da sembrare alba,
in cui la città si ritraeva e restavamo soli, sospesi tra desiderio e silenzio.
Vi lessi amori bruciati come falò d’estate, partenze senza ritorno
e la dignità fiera di chi conosce il vento come unico compagno.
Poi un dì il verde lampeggiò, e il mondo tornò a correre.
Lei sparì, come svaniscono i sogni al mattino. Oggi il ricordo che mi resta
è solo del suo canto, fragile e vivido,sotto la doccia,
che mi stringe il cuore con la stessa forza di quelle notti.
Rimane l’eco di una passione brevissima, struggente,
e il silenzio che segue un amore che durò il tempo di una luna.









