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Oggi vi parlo di passione...

 

Vi vorrei parlare di quella sensazione bella e frizzante che, in fondo, fa muovere il mondo; la passione.

Ebbene sì, la mia più grande passione è la lettura. Strana, stramba e superata, la lettura del libro cartaceo. ( Superata, ma vogliamo parlarne del meraviglioso profumo che accompagna i libri?)

 

Desueta, mi definirei.

Difettosa, anche, ma questo è un altro discorso che (probabilmente) approfondiremo un'altra volta... E come testimone di questa mia infatuazione scelgo di ricordare un libro che io amo alla follia. Uno di quelli che rillego a intervalli regolari, un libro che ripara, che dà conforto. Ovvero 《 Chiedi alla polvere 》

 

Chiedi alla polvere di John Fante è un romanzo che colpisce per la sua intensità emotiva e per la straordinaria umanità che traspare da ogni pagina. Il suo punto di forza principale è la voce narrante di Arturo Bandini: arrogante, fragile, contraddittorio, ma profondamente autentico. Fante riesce a rendere il protagonista incredibilmente vivo, permettendo al lettore di riconoscersi nelle sue ambizioni, nelle sue paure e nei suoi fallimenti. Uno degli aspetti più belli del romanzo è l’ambientazione.

La Los Angeles degli anni Trenta non è solo uno sfondo, ma un vero e proprio personaggio: una città aspra, polverosa, indifferente, che riflette lo stato d’animo di chi la abita. Il deserto, la povertà e il caldo diventano simboli della solitudine e della lotta interiore dei personaggi, creando un’atmosfera potente e suggestiva. La scrittura di Fante è semplice ma incisiva, diretta e carica di emozione. Proprio questa apparente semplicità rende il romanzo così efficace: ogni frase sembra sincera, spontanea, priva di artifici. L’autore riesce a mescolare ironia e dolore, rabbia e tenerezza, senza mai risultare forzato. Anche il rapporto tra Arturo e Camilla Lopez è raccontato con grande intensità. È una relazione imperfetta, tormentata, spesso crudele, ma proprio per questo estremamente realistica. Fante non idealizza l’amore: lo mostra come qualcosa di complesso, fatto di desiderio, incomprensione e bisogno disperato di essere visti. In definitiva, Chiedi alla polvere è un romanzo che parla di sogni, di fallimenti e di identità, ma soprattutto della condizione umana. È un libro che lascia il segno perché non cerca di piacere, ma di dire la verità, e lo fa con una voce unica e indimenticabile. ________________________________ (Vi lascio un assaggio...)

 

"Si guardò attorno: dunque era qui che abitavo. Se l'era chiesto spesso, come fosse il posto in cui vivevo. Si alzò e si mise a girare per la stanza, sbirciando fuori della finestra, la bella Camilla dal portamento eretto e dai dolci capelli neri, e io la seguii con lo sguardo. Perché era venuta? Lei intuì la mia domanda, si sedette sul letto e mi sorrise. «Arturo» mi disse. «Perché non facciamo che litigare?» Non lo sapevo. Forse dipendeva dal nostro carattere, ma lei scosse il capo e accavallò le gambe e la vista delle sue belle cosce sollevate mi offuscò la mente con una densa sensazione soffocante e il desiderio intenso di toccarle. Ogni suo movimento, il morbido volgere del collo, i grandi seni che si gonfiavano sotto il grembiule, le belle mani appoggiate al letto con le dita aperte, mi provocava un turbamento e un senso di struggente pesantezza che sconfinava nello stordimento. E poi la voce, sommessa e appena soffusa di ironia, una voce che parlava al sangue e ai sensi. La pace delle settimane appena trascorse mi sembrava irreale, nient'altro che un'illusione: questo era vivere, poter guardare Camilla nel fondo dei suoi occhi neri, opponendo al suo disprezzo la speranza e una maligna soddisfazione. "

***

 

Il mio post non era un intento a farvi leggere il suddetto libro, ma la descrizione di un amore:

 

Mio, verso questo romanzo.

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3

Un inno alla vita, di Giséle Pelicot.

 

°Rimescolo tra me e me questo titolo da qualche giorno. Da quando, una volta finito, l'ho appoggiato sul comodino, vicino al mio letto.

A proposito, sta ancora lì.

Ha bisogno di essere processato, digerito.

Un fatto di cronaca - quando si dice che la realtà supera l'immaginazione.

Ecco.

Una cosa per quanto squallida, possibile. Una cosa che non dovrebbe succedere, ma è successa. E affinché non succeda mai più, questo libro va letto. E potevo essere io, potevi essere tu...ma è stata Giséle...

Un inno alla vita non è solo un libro,  è un dolore sordo che riverbera nelle ossa. Fin dalle prime pagine, il lettore viene trascinato in un viaggio profondo, intimo, dove fragilità e speranza si intrecciano senza mai separarsi davvero. La forza di quest’opera sta nella sua capacità di raccontare il dolore senza mai cedere al buio totale. Ogni difficoltà, ogni caduta, diventa parte di un percorso più grande, un cammino che celebra la resilienza umana. Le parole scorrono con una delicatezza sorprendente, ma allo stesso tempo colpiscono con una sincerità disarmante. Ciò che rende questo libro davvero speciale è il suo messaggio: la vita, con tutte le sue imperfezioni, resta comunque degna di essere vissuta fino in fondo. Non è una celebrazione ingenua o superficiale, ma una consapevolezza conquistata, pagina dopo pagina, attraverso lacrime, ricordi e piccoli attimi di bellezza. Bellezza fragile, sempre un po' in bilico... Leggerlo significa fermarsi, respirare, e forse rivedere qualcosa di sé stessi tra le righe. Significa capire il dolore, farlo un po' tuo. È uno di quei libri che non si limitano a essere letti, ma che si sentono — e, una volta chiusi, continuano a risuonare dentro. Un inno, sì. Ma non solo alla vita in generale: alla tua, alla mia, a quella di chiunque abbia avuto il coraggio di andare avanti anche quando sembrava impossibile.

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1

| Ogni promessa è debito |

___________________________

 

 

Letture che ti colpiscono alle spalle...

 

 

 

Anima - Wajdi Mouawad “Anima” è un libro di 496 pagine.

Sulla bilancia, all’incirca 1 kg. Sul cuore, un macigno inestimabile.

“Anima” narra, in un ritmo quasi onirico e con dovizia di dettagli certamente non richiesta né necessaria, l’inenarrabile brutale crudeltà umana. Il viaggio oscuro ed a tratti insostenibile (confesso di averlo abbandonato un paio di volte) entro cui il lettore è sin dalle prime pagine prepotentemente invischiato risulta complesso, misterioso ed al tempo stesso pienamente sensoriale.

Il punto di vista, tramite un espediente narrativo originale e ben congegnato, è affidato al variegato mondo animale, al quale l’autore offre, di volta in volta, la percezione “reale” e profonda, scevra da giudizi morali ma non certamente da domande, della scena protagonista. Il libro si apre con il brutale assassinio di una donna. Il punto di vista è del suo gatto, unico testimone oculare. È questa la scena agghiacciante che Wahhch Debch si trova davanti una sera, rincasando dopo aver fatto la spesa.

Quella casa è la sua, quella donna è sua moglie. Inizia così il viaggio del protagonista, nelle viscere della terra e dei suoi confusi ricordi, alla ricerca della verità ad ogni costo. I narratori si succedono veloci. Prendono voce cani, insetti, scimmie, cavalli, gatti, serpenti, aracnidi, e tutte le “bestie” che il protagonista incontra lungo il suo cammino. Al lettore vengono continuamente offerte percezioni fotografiche della scena: precise, oggettive, dettagliate. La voce di ciascuno, contraddistinta dalla purezza e primordiale bellezza che gli è propria, porta in scena esempi eclatanti ed indigesti di crudeltà umana. Ed è proprio dalla continua contrapposizione tra mondo umano e mondo animale che derivano, in un inarrestabile doloroso incedere, profonde riflessioni, rivelatrici della vera natura intima dell’essere umano. La desolante verità che, pagina dopo pagine, si delinea è che “il cielo non ha visto niente di più bestiale dell’uomo”. Lettuea notevole e originale, crudele, a tratti insostenibile che ti lascia sensazioni contrastanti e di forte disagio

Come definirlo?

Credo sia il libro più disturbante che io abbia mai letto.

 

Difficile da digerire.

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2

Ti stupirò con difetti speciali...

 

 

 

Tutta questa smania di capire, io non la capirò mai.

Io sono io, con difetti( tanti...) e pregi (pochi.)

Difetti che porto orgogliosamente in vista, quasi fossero pregi e pregi che spesso altro non sono che difetti. Ebbene sì, difettosa io.

[Strana, stramba e scostante.]

 

Tutte cose che arrivano da lontano, hanno radici ben piantate nel passato, che, come spesso accade, delineano la persona che siamo oggi.

(Nel bene e nel male)

Io mi scopro simile al posto da cui provengo. Posto in cui marzo ha scaricato mezzo metro di neve sui marciapiedi come se dovesse smaltire uno sceneggiato sovietico non finito. Si mangia da dio, si cammina come in un videogioco survival di quelli dove non sai mai cosa ti aspetta dietro l’angolo.

Posto che ricordo come un eterno cantiere con le ambizioni di Berlino e il karma di un set abbandonato di Chernobyl.

 

La Parigi dell’Est — la chiamano, con un ottimismo che mi fa tenerezza.

Posto mitologico che alterna boutique hotel ricavate da banche art déco a vicoli dove un rigattiere fermo al 1950 convive serenamente con sacchi di cemento e destino incerto. Biblioteche nascoste in incantevoli costruzioni antiche, librerie maestose intercalate a bar all'altezza dei peggior bar di Caracas.

Un palazzo comunista brutale, poi una chiesetta ortodossa che sembra lì da prima di Cristo.

Una vetrina patinata, poi una finestra rotta; il tutto sembra uno scroll di TikTok fatto di mattoni: kebab, sushi all you can eat, trattorie italiane improbabili e franchise globali si accalcano accanto a sarti e orologiai che esistono fuori dal tempo e dal Wi-Fi.

Sui tetti fatiscenti sono spuntate terazze con viste da mozzafiato e cocktail a 12 euro.

 

[Giù, le finestre sono ancora rotte.]

 

La sensazione è quella di un posto che ci sta mettendo tutto sé stesso tipo quella persona che si presenta a un colloquio importante con la camicia stirata e le scarpe rotte.

La rivoluzione  l’abbiamo fatta nel ’89, quando avevo appena 10 anni.

Ora manca il resto.

Ma intanto, il ricordo si fa me.

 

E io mi faccio ricordo.

 

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3

 

[Le madeleine di Proust...]

 

(...)

 

 

Ho comprato quello shampoo una sera, in un negozietto sperduto, in una città sperduta di un paese sperduto.

Era l'unico con le luci ancora accese.

Di solito dimentico il dentifricio e invece quella volta avevo dimenticato lo shampoo, vai a sapere, forse perché ero partita di fretta, forse non mi aspettavo che sarebbe diventato tutto un ricordo, uno che quando lo apri sei là.

Basta un attimo, un profumo e tu ti sposti.

Solo che i ricordi arrivano lentissimi, fanno un giro largo per raggiungerti alle spalle proprio quando ti sentivi al sicuro.

E adesso eccolo qui, muto e testardo anni e anni dopo, in fondo a un armadio, a smentire tutti quelli che dicono che certi oggetti non fanno male...

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8

   [Poppy...]

 

 

 

Oggi ho visto il primo, temerario papavero...

 

Chi un po' mi conosce, sa il mio amore incondizionato per questo fiore.

L’effimera bellezza del papavero sta tutta nel suo coraggio silenzioso: fiorire sapendo di durare poco.

Si apre al sole con un rosso vivo, quasi ardente, come se volesse dire tutto in un solo giorno.

 

(Tutto, in un solo giorno.)

 

Non trattiene nulla, non si risparmia.

È presenza pura. Il suo stelo sottile lo espone al vento, i petali sembrano carta fragile pronta a cedere a ogni carezza.

 

(E anche una carezza può essere letale,  lo sanno le farfalle e le bolle di sapone...)

 

Eppure, proprio in questa delicatezza, il papavero trova la sua forza: non resiste al tempo, lo attraversa.

Non promette eternità, non costruisce durata. È bellezza che accade e subito svanisce, come un ricordo che nasce già nostalgia. E forse è per questo che colpisce così profondamente: perché ci somiglia. Anche noi, come il papavero, siamo fatti di attimi. E nella brevità impariamo—se vogliamo— a fiorire senza paura. In essi amo la loro fragilità poetica...

 

[Il papavero è un fiore che perde i petali con un semplice soffio di vento, incarnando un'emozione intensa ma passeggera.]

E noi, come lui.

***

Come colonna sonora ci vedrei bene questo brano:

 

 

 

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6

"Stanno stretti sotto i letti sette spettri a denti stretti"

 

Ero soltanto una ragazzina appassionata dalla lettura... L'estate dei miei quattordici anni,  decisi che avrei lavorato. Un lavoretto estivo, una paghetta irrisoria, ma tanto bastò per permettermi di entrare in una libreria e uscire appagata,  con il mio bel libro in braccio... Entrai in libreria e volevo il libro più grosso che c’era. Senza conoscere la trama (pressoché nemmeno lo scrittore,  avevo letto di suo in precedenza soltanto Misery...) ma vedendo solo quante pagine avesse, lo portai a casa con me. Innamorata dalla prima all’ultima pagina. L’edizione che avevo comprato io era quella con in copertina il bambino e la barchetta. Poi con il tempo, tra un trasloco e un altro lo persi e così ho deciso di ricomprarlo. Ogni tanto lo rileggo,  e il viaggio mi riporta alla città di Derry nel Maine...

 

 

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2

Un giorno sei giovane,

il giorno dopo vuoi parlare di una canzone e non ti viene il titolo.
Ce l'hai proprio sulla punta della lingua ma non riesci a trovarlo, allora dici ok, provo a dire l'album da cui è tratto così poi mi verrà anche il resto e niente...
Un attimo di completo smarrimento.

Non ricordi nulla, il libro che ti aspetta sul comodino, la via in cui abiti, il colore del cielo, la ricetta della pasta in bianco, la marca di crocchini del gatto, il nome della tizia bionda che ti fissa stranita dallo specchio.

Va tutto bene, è soltanto 26 marzo, di un marzo

 

 

 lungo decenni.

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6

“Génie la matta” di Inès Cagnati

 

Cos'ho letto?

 

[Struggente e al contempo delicato]

 

L'angoscia dell'abbandono di una bambina.

È il sentire che prevale da ogni pagina.

•L'amore sghembo di una madre che di amore ne capisce poco. •L'amore incondizionato di una figlia ignara del male che il mondo può fare.L' amore senza limiti si fa strada nell'incedere sofferto e cadenzato. Le piccole gambette corrono dietro il silenzio di una madre, Genie la matta. È chiamata così perché non risponde, non parla, è grande come il mondo il dolore che si porta dentro e il mondo l'ha relegata in castigo per una colpa subìta. La scrittura è semplice, secca, lapidaria, la cantilena di un lutto. La miseria, la fatica consumano i giorni, spengono il sole e senza sole non sboccia il sorriso di madre. I salici che parlano col vento, l'oceano pieno di sogni, i fiori che lambiscono i ruscelli leniscono come balsamo di vita queste pagine affrante. In mezzo, tristezza, incomprensioni, infanzie assurde.

Storie assurde.

Storie che iniziano con uno stupro e attraverso lo stupro si evolveranno.

Madre e figlia, lo stesso destino( forse)

 

 

[Mi taccio]

 

 ______________________________

[ Un figlio è la memoria della vita]

 

Se dovevano parlare con lei, dicevano: «Génie la matta» Mai «Eugénie» Né: «Signora» Sempre: «Génie la matta» La chiamavano Génie la matta. Andava nelle fattorie a dare una mano nei lavori. D’inverno tagliava le siepi o la legna, faceva le fascine. Il giovedì, che non c’era scuola, andavo con lei. Raccoglievo i rametti e li mettevo nel mucchio. Eravamo sole. a mezzogiorno faceva un po’ di fuoco. Mi ricordo dei boschi d’inverno, del fuoco, del freddo, di lei e di me nei boschi freddi. In primavera zappava le vigne, i campi di piselli, di fave. Mi ricordo dei tulipani selvatici gialli o rossi nelle vigne. Li coglievo, facevo dei mazzolini gialli e rossi che appassivano all’estremità dei filari. Raccoglievo anche il songino e i porri selvatici, e la sera li mangiavamo. Spesso, piangeva, la sera, davanti al fuoco. I suoi occhi avevano assunto il colore delle lacrime. Diceva: “Non ho avuto niente, io”. Io dicevo: “Hai me”. Ma lei continuava a piangere. Allora credevo che non mi volesse, la seguivo dappertutto. Lei diceva: “Non starmi tra i piedi”. Andavo a letto. Veniva anche lei. Qualche volta mi abbracciava. Altre volte si addormentava subito, lontana al fondo della sua stanchezza. Lei non rispondeva mai. Sapevo che non ci sarebbero stati paesi dove le vigne crescono fino al cielo, dove ci si perde in riva ai ruscelli alla ricerca dei ciclamini selvatici. Volevo solo consolarla. Quando sei piccolo non ci riesci.

 

 

Inés Cagnati, da Génie la matta - Traduzione di Ena Marchi.

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[Credo nei papaveri e nelle buone letture...]

 

 

Non sono religiosa, alzo gli occhi al cielo solo per accertarmi se mi serve l'ombrello o no.

Non credo molto nemmeno alla magia...

***

Credo nel mare, nell'immaginazione, nel buon vino, nei prati fioriti in primavera, nei libri di Palahniuk e in alcune persone...

[Credo nei papaveri e nelle buone letture]

 

 

Ma ora faccio il gioco in cui conto fino a dieci e quando smetto arrivi, oppure sparisci per sempre.

(Questo me lo devi)

 

 

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