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La vendetta della malinconia

Pensavo di essere immune all’epidemia di separazioni che circolava tra le mie amiche. In qualche modo mi sentivo speciale, capace di costruire una relazione come nelle favole. E invece... dopo vent’anni abbiamo constatato che non si poteva più andare avanti. Non so se la cosa peggiore sia stata il fallimento di un ideale o dover affrontare gli aspetti pratici: la casa da dividere, il mutuo, l’organizzazione dei weekend.

​Così a cinquant’anni mi sono ritrovata a vivere da sola, a inventarmi una nuova vita sociale tra corsi, cinema e un’iniziativa di volontariato. Poi è arrivata Marta.

​Marta è il tipo di donna che non entra in una stanza: la invade. Cinquantadue anni, una risata che sveglierebbe un ghiro in letargo e un’energia che mette allegria a chiunque. L’unica cosa che non capivo di lei era come facesse a buttarsi via con quel tizio, un ciccione che la frequentava solo se riusciva a raccontare delle balle alla moglie, sempre che non avesse calcetto.

​Siamo andate a fare aperitivo dopo il turno al circolo e ho scoperto che aveva lo stesso umorismo pungente che io tengo troppo spesso per me. Dopo una serata a spettegolare delle "galline" dell’associazione, ero già di buonumore. Poi un giorno mi fa: “Silvia, tu devi vedere un po’ di mondo. Ti porto al Cocoloco, a Marina di Ravenna”.

​E così sono tornata a fare la vita di quando ne avevo trenta. Le nostre domeniche sono diventate un rito: borsa piena di creme, ore di coda sulla A14 a discutere se fosse meglio il tortellino in brodo o alla panna (argomento da guerra civile, a Bologna), per poi arrivare finalmente al mare.

Guarda che sole! Guarda che vita! Veh, c’è anche la Lilla... lei i regaz li conosce tutti!"

Marta, c’è un’umidità che potrei cuocerci i passatelli nell’aria. E la sabbia mi sta entrando in posti che non sapevo di avere."

​Eppure, tra un mojito e un fritto misto mangiato con le mani, sentivo qualcosa scricchiolare. Non erano le mie ginocchia, ma la corazza di tristezza che mi ero costruita. Marta mi faceva sentire viva.

​La prima domenica di settembre, al rientro, Bologna ci ha accolte con quella cappa d’umidità che ti fa rimpiangere di avere dei pori sulla pelle. Siamo salite da lei per un ultimo bicchiere di Pignoletto, ancora con il sale addosso e la faccia arrossata. Marta indossava ancora la mia maglietta di cotone leggero, perché la sua era stata travolta da un chinotto locale durante il viaggio.

​"Senti, Silvia, te la ridò subito, sennò finisce che la uso come pigiama e te la riporto tra un mese," disse con la sua solita praticità. Senza pensarci due volte, incrociò le braccia e si sfilò la maglietta con un gesto rapido.

​Rimase lì davanti a me. Sotto non aveva rimesso il pezzo sopra del costume, ma un reggiseno a triangolo che le incorniciava i seni ancora sodi e la pelle ambrata. Io, invece di guardare altrove come avrebbe fatto una signora per bene, rimasi a fissarla con la discrezione di un autovelox sui viali.

​“Beh? Cosa guardi? Ho un tatuaggio segreto o mi è rimasta della sabbia addosso?” scherzò lei, ma la sua voce era scesa di un tono.

“No, è che… pensavo che forse devo andare,” balbettai, sentendo le guance andare in fiamme. L’imbarazzo era così denso che avrei potuto affettarlo e metterlo in una tigella.

​"Ti sei incantata, Silvia? Non dirmi che non hai mai visto un paio di tette. Siamo state al mare insieme tutto il giorno."

"Sì, ma il bikini copre... e poi in spiaggia c’è gente. Qui siamo sole. È diverso."

"Ah, quindi è l'esclusiva che ti agita?" La vidi avanzare, accorciando le distanze oltre il livello di sicurezza. “Ma scusa, in palestra non vedi mai le altre?”

“Sì, ma che c’entra?”

“E se fossimo in palestra insieme? Mi guarderesti così?” incalzò lei, divertita dal mio smarrimento. “Allora facciamo un gioco… facciamo finta di essere in palestra.”

​Portò le mani dietro la schiena, le dita che giocavano con il gancio. Trattenni il respiro.

"Marta, guarda che..."

"Zitta e gioca."

​Con un clic metallico quasi impercettibile, sganciò il reggiseno e lo lasciò scivolare, rivelandosi completamente. Rimasi senza fiato. Non era la fretta distratta di uno spogliatoio. Nel silenzio del salotto, con la luce dei lampioni che filtrava dalle tapparelle, il suo corpo era una rivelazione. I suoi seni erano pieni, caldi di sole; vedevo il battito del suo cuore accelerare sotto la pelle chiara, i capezzoli turgidi che reagivano al mio sguardo.

​“Allora, Silvia?” sussurrò. “Mi sembra che tu non abbia ancora finito di studiare l’anatomia.”

​Allungai una mano, tremando, e sfiorai la curva del suo seno. La pelle era liscia, ancora calda. Marta sussultò con un piccolo gemito strozzato.

“Sei bellissima,” riuscii a dire. La mia voce era profonda, carica di una fame che non provavo da decenni.

​Marta non rispose. Mi afferrò per i fianchi e mi tirò a sé. Le nostre pelli si incollarono: il sale del mare si mescolò al profumo del vino e all’odore buono del suo corpo. Mi baciò con una foga improvvisa, un bacio che sapeva di liberazione. Le sue mani scivolarono sotto la mia maglietta, risalirono la schiena e slacciarono il mio reggiseno con un colpo solo. Quando sentii il contatto dei suoi seni contro i miei, persi il contatto con la realtà. Era l’incastro perfetto per riempire vent’anni di abitudine.

​Ci trascinammo in camera, lasciando i vestiti a terra come gusci inutili. Sul letto, Marta prese il comando. Si mise sopra di me, i capelli spettinati che mi sfioravano il viso, e iniziò a baciare ogni centimetro della mia pelle arrossata. Le sue labbra scesero sul mio collo, indugiarono sulla clavicola, per poi concentrarsi sui miei seni, mordicchiandoli e accarezzandoli con la lingua mentre io inarcavo la schiena, affondando le dita nei suoi capelli corvini.

​“Marta… oh Dio, Marta…” gemetti quando sentii la sua mano scendere più in basso, infilandosi con decisione tra le mie gambe. Era esperta, audace. Le sue dita mi trovarono subito, calde e bagnate, iniziando un ritmo che mi fece vedere le stelle. Mi sentivo esplodere.

​Quando finalmente la spinsi giù per ricambiare, per assaggiarla e sentirla tremare sotto di me, capii che quella non era solo una notte di sesso. Era la vendetta contro la malinconia. Tra le lenzuola che profumavano di noi, facemmo l’amore con la consapevolezza dei nostri cinquant’anni: senza fretta, godendo di ogni sussulto, finché l’umidità di Bologna non divenne solo un ricordo lontano, coperto dal calore di due corpi che si erano finalmente trovati.

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