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ultimo accesso: 09 giugno

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La voce soul di Nurja

 
 
 

Si chiama Maria Teresa Cifaratti, in arte Nurja, la cantante andriese con voce soul. Il suo brano “Papaveri” è già un successo di critica e pubblico

Ciao, Maria Teresa. Da dove nasce lo pseudonimo “Nurja”?

Il nome Nurja nasce da un’idea ormai ventennale della mia insegnante di canto che mi propose questo nome d’arte e che significa “portatrice di luce”…ora è giunto il momento di utilizzarlo!

Di cosa parla, nello specifico, il tuo brano “Papaveri”?

“Papaveri” parla del ricordo di mio nonno materno scomparso lo scorso maggio. I papaveri mi legano alla villa che, con tanto sudore, lui e mio padre hanno costruito, in cui abbiamo trascorso gli anni più belli della nostra vita e che compare nella scena finale del video.

Credi sia più complicato applicare la lingua italiana al repertorio soul?

Credo che cantare soul in italiano sia più complicato perché rischia di perderne la vera essenza. Il segreto, secondo me, è affidarsi a musicisti che conoscono e capiscono il genere e la natura del cantautore, riuscendo a creare il giusto abito per il testo in questione

Progetti futuri?

Continuare a scrivere e continuare con il soul e l’R&B. Al momento ci sono altri due brani pronti per essere realizzati e un quarto che sto scrivendo. Non mi aspetto nulla in particolare, solo dare vita ai miei brani poi quel che sarà sarà…

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OLIVA DENARO

 
 
 

di Viola Ardone

Un libro che ci accarezza con una delicatezza unica attraverso soprattutto due protagonisti: la tenera e forte Oliva, una ragazzina che a soli sedici anni riesce ad imporre il suo “no” alla consolidata e amara abitudine al “matrimonio riparatore” ove l’uomo aguzzino trova una via d’uscita nella piena libertà, quella stessa libertà che è negata alle donne e il dolce suo papà, uomo semplice e dal cuore immenso che non manca mai, seppur nel suo silenzio, di tendere la mano alla sua straordinaria figlia.

Straordinaria perché “anche le brocche che sembrano rotte, sono in attesa. Attendono che sia il tempo giusto per rinascere e tirare fuori la propria voce. Perché gli abusi bisogna denunciarli.

Nello scorrere delle pagine, quindi, seguiamo con intensa tenerezza questa ragazzina dagli occhi scuri e vividi a dal temperamento deciso e votato alla realizzazione di se stessa in un momento storico in cui essere donna può rappresentare una sciagura. Eppure nel suo immenso dolore di ragazzina abusata piano piano ha saputo far sgorgare una consapevolezza di sé lucida e forte riuscendo poi ad essere finalmente una donna libera e indipendente.

Un racconto che si vive in prima persona non solo in quanto donne, ma anche perché certi eventi non conoscono genere e riescono a scuotere gli animi di chiunque.

Un libro, a mio parere, da far leggere nelle scuole per consolidare certi valori quali il rispetto, l’educazione nonché evidenziare cosa sia il vero amore per se stessi e per gli altri, la delicatezza, la sensibilità, la tenerezza, la consapevolezza di sé, insomma tutto ciò che ci rende delle persone degne.

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Il dubbio di Dante (Paradiso VII)

 
 
 

«Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’

fra me, ‘dille’, dicea, ‘a la mia donna

che mi diseta con le dolci stille’»

(Paradiso VII, vv.10-12)

Il settimo canto del Paradiso è uno di quelli che non passerà alla storia: se viene citato, è più per negazione che per attestazione. Nessuno lo ricorda tra i canti più belli. Diversi, e a giusta ragione, lo hanno tirato in ballo per contestarlo.

Dal punto di vista narrativo, è una diretta conseguenza del canto che lo precede e segna una lunga pausa didascalica. Beatrice, che legge l’esitazione di Dante nella sua mente e nel suo volto, tiene ben tre lezioni mutuate, more solito, dalla teologia tomistica.

In primo luogo, vuol chiarire le parole di Giustiniano: «Poscia con Tito a far vendetta corse» (Paradiso VI, 91-93); successivamente vuol spiegare come, in Dio, si possano conciliare giustizia e misericordia; infine, si attarda su una arida illustrazione relativa alla corruttibilità degli elementi.

Almeno l’ultima avrebbe potuto risparmiarcela e, infatti, su essa non dirò oltre. Quanto alle prime due, una qualche “storta sillaba” va scritta.

La “vendetta di Tito” sarebbe, come è noto, quella che ha comportato la distruzione del tempio di Gerusalemme, in realtà opera di suo padre Vespasiano, e segna dunque l’inizio del castigo degli Ebrei, rei di essere “deicidi”. Tutti sanno quanto un simile modo di pensare abbia dato la stura al più becero antisemitismo, già diffuso in tempo medioevale, in particolare in ambiti ecclesiastici, e come questo abbia poi trovato tragico e inqualificabile epilogo nella Shoah. Che Dante non potesse prevedere una tale “soluzione finale” non rileva e non lo scusa. Quel che è grave è l’assunto, al di là delle sue intenzioni. Quel che è tragico è che, ancora fino al 1962, nel Messale Romano si pregasse pro perfidis Iudaeis… Sono sgomento.

Quanto alla dottrina tomistica secondo la quale Dio, tra misericordia e giustizia, tra perdono e castigo del peccato originale, avrebbe scelto entrambe le vie per mostrare la sua infinita liberalità, mi limito a osservare che si tratta di un ragionamento artificioso, di certo, e per fortuna lontano dalla nostra attuale sensibilità religiosa. Dio è amore: questo sente la fede. La croce è follia e mistero: questo osserva l’uomo. E questo ci lacera. Punto.

Ecco perché, in ben centoquarantotto versi di dottrina, quel che mi affascina è, in verità, il dubbio di Dante. Quel dubbio che lui stesso teme di confessare, e che invece lo rende grande, ben al di qua delle risposte della sua Beatrice: Io ero attraversato dal dubbio e continuavo a ripetermi: Diglielo! Diglielo! Di’ alla mia donna…

Ma Dante tace. E lascia parlare Beatrice che tutto vede e sa.

Solo che io preferisco il suo silenzio.

Quello di Dante.

Bertrand Russell: «Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi».

Roberto Gervaso: «Chi non dubita di nulla è capace di tutto».

Mario Marchisio: «La certezza incrollabile è un’invenzione dei fanatici, dei disumani. Dio stesso non sgradisce una piccola ombra di dubbio nella nostra fede in Lui».

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(Leggo)

«Datevi da fare non per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà» Gv 6,22-29.   

 

Il suo pane ci aiuti per ottenere la vittoria nella fede. Che cosa significa "vittoria della fede"? Significa continuare a credere, nelle tribolazioni, che Dio ci ama e ci prepara per un maggiore bene.

 

(Prego)

O Padre, che nella Pasqua di Cristo, nuovo Adamo, riconduci l’umanità sulla via della vita, fa’ che non deviamo verso i sentieri del peccato, ma seguiamo da veri discepoli il tuo Figlio.

 

(Agisco)

Non arrendermi nel credere in Lui nel bene e nel male.

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Criminalizzare la solidarietà

 
Gli sbarchi di migranti a Lampedusa proseguono senza sosta, solo ad aprile sono stati più di mille

Gli sbarchi di migranti a Lampedusa proseguono senza sosta, solo ad aprile sono stati migliaia

Parlavo qui giorni fa del caso di Andrea Costa, presidente dell’associazione Baobab Experience, accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, traffico di esseri umani, per aver raccolto i 250 euro necessari a nove persone in transito da Roma verso Ventimiglia. La sentenza è attesa a giorni. Venerdì scorso, intanto, ha espresso il suo parere sul caso Mary Lawlor, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori di diritti umani. Lawlor, docente al Trinity College di Dublino, riferendosi alla lunga inchiesta giudiziaria su Costa e sull’attività del Baobab ha scritto che “non avrebbe dovuto aver luogo”. “Criminalizzare la solidarietà”, ha detto, è quel che sta accadendo: deve finire.

Anche Amnesty international ha commentato che “procedimenti penali per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare nei confronti di attivisti, volontari e associazioni hanno spesso un effetto paralizzante e ostacolano l’attività umanitaria”. Criminalizzare la solidarietà mi pare una definizione esatta del sentimento (del progetto politico?) in corso tutto attorno a noi. Costa, in specie, si è pubblicamente esposto in opposizione alle politiche di governo di Matteo Salvini, quando il leader leghista quando era ministro dell’Interno.

Il flusso migratorio non è diminuito, dicono i dati, ma se ne parla molto meno e questo restituisce la sensazione di cessato allarme, diciamo così. Il colore della pelle dei nuovi migranti in fuga dalla guerra fa il resto. Questi sono bianchi, quelli erano neri. Sarà una semplificazione, ma è sotto gli occhi di tutti il plauso che le istituzioni accordano ai volontari che assistono persone ucraine in fuga. Sono gli stessi volontari, Baobab tra loro.

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Ritiro pasquale comunitario
Abbazia del Goleto (Sant'Angelo dei Lombardi)
30 aprile 2022

SUL BATTESIMO
Il battesimo ci rende figli di Dio,per sempre...e pertanto l'innocenza non è uno stato definitivo bensì un cammino continuo di cadute,corse,risalite,smarrimenti e ritorni. Proprio come Pietro,egli divenne santo non perché perfetto ma volenteroso nel rimettersi continuamente in gioco. Solo per amore,come Gesù verso ognuno di noi.

 

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La confessione di Iosonocorallo

 
 
 

L’insolito titolo è ispirato al primo campione del mondo ad aver risolto il cubo di Rubik in 22’’95 secondo. “Minh Thai”, infatti, èun brano dell’artista Iosonocorallo, il racconto di una sbornia finita male, la confessione aperta di chi vuole mettersi a nudo senza temere il giudizio degli altri

Qual è il vero nome di Iosonocorallo e da dove nasce la scelta dello pseudonimo?

Il nome è nato osservando me stesso e il mio modo di essere. E’ una metafora del mio carattere in quanto mi ritengo una persona molto riservata, introversa e sempre molto concentrata a capirmi fino in fondo ma al tempo stesso la musica mi aiuta a mettermi in risalto. Mi identifico, quindi, nei coralli che, pur trovandosi nei fondali marini, si riconoscono subito grazie al loro colore e alla luce che emanano.

“Minh Thai” è il titolo del tuo nuovo brano. Perché hai deciso di dedicarlo al recordman del cubo di Rubik?

Perché ognuno di noi ha avuto, almeno una volta nella vita, un cubo da risolvere. Oggi noto sempre di più questa sensazione di timore di sbagliare.  E’ come se ci fosse sempre qualcuno lì pronto a vedere cosa fai, cosa dici e come lo dici per poi giudicarti e questo comporta delle forti limitazioni. Dovremmo sentirci un po’ più liberi di sbagliare per poter imparare qualcosa dagli errori.

Semmai ne avesse, i benefici di un hangover giustificherebbero gli effetti negativi di una sbronza?

Al momento, un hangover non mi ha mai portato benefici!

In vino veritas, progetti futuri?

Prossimamente usciranno altri singoli e poi, sicuramente, tornare con la musica dal vivo.

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Un libro

 
 
 

«Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade verranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo la incredibile virtù e lincredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, incredibile universo che ci fissa in volto»

(G. K. Chesterton)

Il libro di Dio ha una caratteristica che lo distingue dagli altri: se lo lasci aperto davanti alla tastiera del tuo computer e torni nella stanza il giorno dopo, non vedi un libro, ma guardi una casa. È lì, qualsiasi atro testo avrebbe forse pensato di essere stato dimenticato, lui no: trasuda pazienza e  ha l’aria di chi ammette di essere rimasto tutto il tempo ad aspettare, senza mai aver rinunciato a credere che saresti tornato.

Ci puoi tranquillamente parlare con quel libro, perché non è come quelli (anche bellissimi) che ti sorprendono, ti tagliano o ti rasserenano: il libro di Dio solo una cosa fa… risponde e non giudica. Se gli parli male, se lo interpreti a modo tuo, non si offende, ti perdona perché sei tu a non sapere quel che fai. Sei innocente e prima o poi ti illuminerai.

Va bene, è vero, forse il mio libro di Dio parla un poco di più, se si può: è pieno di post-it, zeppo di linee colorate e appunti presi a matita, ma tutto questo non è che il segno di tutte le conversazioni che ci siamo fatti negli anni.

Noto che spesso abbiamo anche cambiato lingua, parlato in greco, a volte siamo scivolati nel latino. L’italiano è stato davvero una cosa rara, forse uno sfondo che correva sempre in aiuto, perché le cose più belle ce le siamo dette in ebraico; forse era quello il modo migliore che il libro di Dio aveva per farsi capire: versione originale.

Shemà, Israel… il libro chiama. E tu lo senti, piano piano sempre più chiaro. Fino a che non ti scopri ad ascoltarlo. Ed è quello l’esatto momento in cui devi essere pronto, perché il libro di Dio non lo ha mai nascosto: ascoltami, in qualche modo dice, ma attento, perché ti accorgerai che finalmente hai trovato il modo giusto da una cosa, perseguiteranno te, come hanno perseguitato me.

Alcune persone, dicono, hanno imparato ad ascoltare l’Universo e avvertono, quando ne parlano, di fare attenzione, poiché quanto stanno per dire stride terribilmente con tutto quanto conosciamo. Bene, io mi metto sempre in posizione di ascolto quando si tratta di qualcosa che va oltre la mia conoscenza, e in quei casi ho scoperto che certi discorsi non sbagliano un colpo, non uno, salvo che per un verso, che non è un errore, ma solo una sfumatura.

L’Universo, che è ovunque,  è anche nel mio libro. Creazione Sua? Queste sono altre storie e non era di loro che stavo parlando.

In verità, in verità vi dico, non stavo parlando assolutamente di niente.

Amen.

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