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Festival dei Giovani della Città di Andria

 
 
 

Si terrà dal 9 al 13 marzo la prima edizione del Festival dei Giovani della Città di Andria, una kermesse dedicata a temi come bullismo, cyberbullismo, educazione alimentare e sessuale ed innovazione tecnologica. A parlarcene è Viviana Di Leo, assessore al futuro, anzi, al futuro anteriore. Di seguito capirete il perché.

Ciao, Viviana. Qual è la genesi della prima edizione del Festival dei Giovani della Città di Andria?

Un Festival che nasce da un chiaro indirizzo del Sindaco Giovanna Bruno: rendere Andria la città dei Festival. Un indirizzo che ho accolto con entusiasmo e che ho traslato nell’ambito delle politiche giovanili. Con l’istituzione del Festival dei giovani stiamo mandando un messaggio chiaro alla Città: i giovani andriesi ci sono, non tutti emigrano fuori Regione o addirittura fuori Nazione, non tutti sono dei bulli, non tutti sono incivili, non tutti appartengono alla così tanto richiamata “gioventù bruciata”. Nella nostra Città ci sono risorse giovanili inestimabili che abbiamo il dovere di valorizzare e di coinvolgere attivamente nella res publica, nonostante i limiti e le limitazioni del tempo, delle risorse economiche, degli spazi. E la manifestazione di interesse pubblicata dal Settore Politiche Giovanili che chiedeva di candidare progetti alla prima edizione del Festival dei giovani nasce per questo: stimolare i più giovani, cercando di renderli protagonisti. Certo è che avere questa visione prospettica in piena pandemia, con tante restrizioni, con una socialità compressa e con grosse difficoltà economiche è solo per coraggiosi. Ma se non si è coraggiosi ora, quando?

 

Perché l’organizzazione verte sul tema del futuro anteriore?

Il tema del futuro anteriore sul quale verte il Festival è stato proposto dal Circolo dei Lettori, uno dei tre candidati selezionati a seguito dell’avviso pubblico. Quello del “Futuro Anteriore” è un tema che mi ha colpito particolarmente e non solo perché è un chiaro riferimento all’assessorato che ho l’onore di rappresentare, il quale è appunto “l’assessorato al Futuro” con delega alle politiche giovanili, pari opportunità ed innovazione tecnologica (e viste le deleghe, una denominazione più aderente non c’è). Ma è un tema più attuale che mai. Il Futuro Anteriore è infatti un tempo verbale che indica qualcosa che avverrà, ma che non è ancora avvenuto. È un percorso verso ciò che sarà. Ed è un po’ ciò che ha caratterizzato questo tempo di pandemia. Soprattutto i più giovani, gli studenti, i neolaureati o laureandi, i giovani appena entrati nel mondo del lavoro si sono ritrovati dall’oggi al domani in uno spazio-temporale in cui non si sapeva se i progetti di vita sarebbero andati avanti, in cui non si poteva prevedere ciò che si sarebbe fatto nell’immediato futuro, figuriamoci in quello remoto. Il Futuro Anteriore è un tempo sospeso, ma allo stesso è tempo utile, che possiamo trasformare in positivo per capire dove vogliamo andare, cosa vogliamo fare, chi vogliamo essere.

Come saranno dislocati i 23 eventi in 5 giorni e come sarà possibile parteciparvi?

Il Futuro Anteriore Festival avrà inizio il 9 Marzo. Esattamente dopo 2 anni dal primo lockdown. Un inizio simbolico, un modo per ripartire e, se vogliamo, un augurio al ritorno dell’ordinario.  Si inizia il 9 Marzo e si conclude il 13 Marzo. Non ci sarà una sede specifica, ma saranno 23 eventi disseminati per la città, proprio per coinvolgere tutta la città, affinché non ci sia distinzione tra periferie e centro. La maggior parte degli eventi sono gratuiti, anzi quasi tutti. E’ un festival che coinvolge anche le scuole, che si dedica a temi come l’inclusione (attuandola anche), bullismo e cyberbullismo, educazione alimentare e sessuale ed innovazione digitale. Una programmazione culturale ricca, attrattiva che coinvolge l’ambito letterario, musicale e teatrale, oltre a workshop e seminari. Tanta roba, insomma.

Da un punto di vista professionale, le ingiustificate critiche piovute addosso all’assessorato cosa ti hanno insegnato umanamente?

Quando si ricopre un ruolo pubblico è normale essere esposti a giudizi e critiche. Chi si candida ad una responsabilità simile ne è consapevole. Nella vita non si può piacere a tutti, figuriamoci in politica. Io come impostazione accolgo tutte le critiche. Cerco di trarne spunti per migliorare, soprattutto quando sono costruttive.  Anche le polemiche sterili non mi percuotono più di tanto per due ordini di motivi: il primo è che so per esperienza che fanno parte della dialettica politica, del “gioco delle parti”, o semplicemente della differente posizione rispetto a temi e modi; il secondo motivo è che quando si agisce con onestà e lealtà non c’è da temere. Faccio ancora parte di quella categoria di romantici che crede ancora che il Bene vinca sul Male. E a 34 anni non posso permettermi di credere il contrario.

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«Pensare è difficile»

(C.G. Jung)

Aveva una di quelle aspirapolvere moderne con le luci led sulla spazzola e aveva scoperto che era più saggio passarle al buio: in controluce i peli del cane che giacevano sul pavimento si vedevano molto meglio, mentre, appena accendeva la luce, tutto sembrava improvvisamente lindo e pinto, come non era. In sostanza il buio mentiva, la luce pure: ci voleva la penombra.

(Le metafore degli elettrodomestici sono veramente entusiasmanti a volte, non vi pare?)

 

Dunque, era intenta a rincorrere il pelo perduto e il rumore di fondo aiutava l’assenza del pensiero: era andata via, rifletteva su sua nipote, quella diciassettenne colombiana, che sua cognata aveva adottato dieci anni prima e che diciassettenne sarebbe rimasta solo per due settimane ancora: trascorse quelle, avrebbe conservato l’indole della ragazza piccola ed immatura, aggiungendo la capacità di agire. Niente di più terrificante ed assolutamente, nel contempo, inevitabile.

Non ho voglia di soffermarmi su cosa potesse voler dire tutto questo, perché era un disastro, un lutto, un funerale, in seguito a sedimentazioni di detriti mai spostati nel modo giusto: si stava srotolando un epocale fallimento e lei, la zia, era concentrata su eventi, discorsi, parole. In sostanza stava ripercorrendo passo passo antichi e nuovi botta e risposta realmente accaduti, senza un motivo preciso e senza sapere dove stesse andando a parare.

Di fatto, improvvisamente la torcia di un cellulare alle sue spalle!

«Oh, zì! A casa mia l’aspirapolvere si passa con la luce accesa!».

Lei, la zì, senza scomporsi, come non fosse trasalita, rispose immantinente:

«E a casa tua avete usanze sorpassate e distratte».

Così dicendo le mostrò la ragione del buio, facendole notare la differenza del “pelo vedo non vedo” a seconda della luminosità, il tutto senza soluzione di continuità, come non ci fosse stato un ingresso improvviso ed ex abrupto.

Solo dopo essersi sentita rincuorare da un: «Ah ecco zì, allora non sei tutta scema», disse ancora:

«Terribile! Stavo giusto pensando a te e ti sei materializzata dal niente. Che impressione!».

Finito così il teatrino, la zia rimase sola per la mezz’ora che le restava prima di dover andare al lavoro: ancora distrattamente andò in bagno e si ricordò di aver inviato un messaggio ad un amico la sera prima, dimenticando totalmente di controllare se fosse arrivata risposta. Allora prese il cellulare per controllare ed anche lì, apparizione: il suo amico le aveva risposto la sera prima e le aveva, anche, inviato un fiato in quell’esatto istante.

Fu sorpresa a tal punto da dirlo anche a lui:

«Che caspita! Penso a mia nipote e si materializza, ricordo te e appari. Che succede stamattina? Ho il pensiero fattivo?».

Ne risero, ma lei chiuse con un pensiero incontenibile: quasi quasi si sarebbe messa a pensare alla sua mamma, magari avrebbe funzionato. Però, si sa, le cose posticce non funzionano mai, la mamma non apparve. L’unica cosa che accadde fu che la sua fretta fece cadere un libro dalla scrivania e quello si aprì giusto sulla dedica: “A nonna Ines”.

Sua mamma, Ines era il nome di sua mamma e lei quella dedica non l’aveva mai notata prima di quel momento.

Dunque, preda di un certo scompenso razionale, ma con il cuore pieno di strana consapevolezza, uscì. Non cambiò nulla nella sua vita, salvo aver avuto conferma del fatto che la mente produce  realtà e se i pensieri positivi generano realtà positive, quelli negativi generano realtà negative.

Forse era solo questo il gap: deviare la via della mente, aiutando così le giornate. Difficile, difficile mentre dietro l’angolo scoppiava una guerra.

Una guerra vera, con le armi, dopo due anni di pandemia e mentre al mondo si consumavano altre milioni di guerre, in chissà quante altre sconosciute realtà.

Fine.

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I polli di Mark Zuckerberg

(ansa)
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Comincio a pensare che Mark Zuckerberg sia un genio. Quando il suo gruppo era spalle al muro, inchiodato da migliaia di pagine che rivelavano cinismo ed errori nella gestione dei suoi social, lui ha cambiato nome in Meta e iniziato a parlare di metaverso.

Notate bene: non è un concetto che ha inventato lui, e la sua non è la prima azienda che sta lavorando per farci vivere esperienze in una realtà virtuale. Ce ne sono moltissime. Ma nel dibattito tecnologico, il metaverso esiste da quando ne ha parlato Zuckerberg. Nel frattempo, il valore delle azioni del gruppo è crollato e lui ieri ha rilanciato, annunciando che a Meta stanno lavorando a un traduttore istantaneo per tutte le lingue del mondo. Notate bene, di nuovo: ci stanno lavorando, non è che + pronto, è un progetto di ricerca, senza data di arrivo. E poi. Lo dice come se non ci fossero già sul mercato decine di prodotti che iniziano a farlo, il traduttore simultaneo, come se per le principali lingue del mondo non ci fossero già app, piattaforme o auricolari che funzionano benino (alcuni limiti nella compresione esatta dei testi in un contesto, l’intelligenza artificiale ancora li ha).

Ma Zuckerberg dice che grazie all’intelligenza artificiale (altra parola magica) le persone avranno conversazioni naturali nel metaverso in tutte le lingue del mondo e noi siamo tutti eccitati. Anche se non ci dice quando. Un giorno. La terra promessa. Insomma: è un genio. O noi siamo polli. Peccato piuttosto che non esista una tecnologia per capirsi davvero, per unire le persone davvero. E per evitare le guerre.

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Vince l'amicizia per amor di petrolio

 
Fiori e foto per Anna Politkovskaja davanti alla sede del giornale Novaja Gazeta dove lavorava

Fiori e foto per Anna Politkovskaja davanti alla sede del giornale Novaja Gazeta dove lavorava

Gennaio 2005. “Quanto accaduto in Ucraina in coda al 2004 ha segnato la fine della Grande Depressione politica russa: è storia. L’opinione pubblica si è risvegliata dal torpore e ha invidiato con tutte le forze la piazza di Kiev. ‘Perché non facciamo come loro?’, ci si ripeteva l’un l’altro”. “Mentre l’ex madrepatria continuava a illudersi che le colonie di un tempo sarebbero sempre rimaste al suo fianco, nelle ex colonie la gente subiva un’evoluzione straordinaria, mostrando di essere una nazione degna di questo nome. Tuttavia la passione politica della piazza di Kiev non ha contagiato la Russia”.

24 febbraio 2005. “A Bratislava si incontrano Putin e Bush. In Russia aspettavamo di sentire che cosa Bush avrebbe detto a Putin. Sapevamo che il giorno prima, a Bruxelles, al summit coi leader della Nato e dell’Unione europea, dietro ovvie pressioni da parte delle repubbliche baltiche e degli altri stati dell’Europa dell’Est il presidente americano aveva parlato della Russia. Del fatto che a Bratislava avrebbe sollevato la questione della democrazia russa in declino. E noi, è ovvio, pensavamo che sarebbe stata la svolta. E invece… invece niente. Hanno vinto il petrolio e l’amicizia per amor di petrolio. Ed è stata l’ennesima dimostrazione che non possiamo sperare nell’aiuto dell’Occidente: la riconquista delle libertà democratiche perdute è solo affar nostro”.

“Ogni riunione di democratici si chiude con la solita solfa: ‘Diciamolo all’Europa!’. Che invece non ne può più di sentire che ‘Putin è cattivo’. Anche lei ha voglia di illudersi e di dar retta a chi lo crede buono”.  (Da “Diario Russo” di Anna Politkovskaja, assassinata un anno dopo, il 7 ottobre 2006, giorno del compleanno di Putin).

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"Questi rifiuti galleggiano da 50 anni: vi faccio vedere un mare di plastica"

Enzo Suma (pugliese, 40 anni) ha creato Archeoplastica per condividere il problema dell'inquinamento. Buste di patatine, flaconi, creme solari, oggetti di ogni tipo: dalla sabbia a Instagram

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Quante volte, passeggiando sulla riva, capita di trovare tra la sabbia un pezzo di plastica trasportato lì dalle onde del mare. Le spiagge sono piene di tappi di bottiglia, cannucce e cotton fioc. Alcuni rifiuti però, più di altri, sono la testimonianza di come la plastica non muore mai. A fare la differenza è l'età dell'oggetto. Scovare, nascosto sotto i granelli di sabbia, un flacone di talco Felce Azzurra che sembra uscito dall'adolescenza di qualche nonno invita a riflettere e a porsi delle domande: "Da quanto tempo questa plastica è in circolazione?", "Di che anno è?".

Enzo Suma (40 anni) ha creato Archeoplastica "il museo degli antichi rifiuti spiaggiati" 

Enzo Suma, 40 anni, da più di dieci guida naturalistica a Ostuni, in Puglia, e alle spalle studi in Scienze ambientali, trova la risposta a questi interrogativi datando gli oggetti più bizzarri che trova sulle spiagge e inserendoli in Archeoplastica, un museo virtuale che ha lo scopo di sensibilizzare le persone sul problema dell'inquinamento. Niente quadri o statue, neanche mezza fotografia. Nell'esposizione online ci sono solo antichi rifiuti spiaggiati. Come il pacchetto di patatine con la data di scadenza ancora perfettamente leggibile: 1983. O il flacone in plastica del detersivo WcNet che risale ai primi anni '70. O ancora l'insetticida in polvere che conserva il suo prezzo: 150 lire.

Secondo le stime solo nel 2015 sono stati prodotti circa 6300 tonnellate di rifiuti di plastica, di cui appena il 9% è stato riciclato: il 12% è stato incenerito e il 79% è stato accumulato. Se le attuali tendenze di produzione e gestione dei rifiuti non cambieranno entro il 2050 circa 12 mila tonnellate di rifiuti di plastica saranno nelle discariche o nell'ambiente naturale. E questo vuol dire che aumenterà anche la plastica che si trova in mare.
 

 

"Io raccolgo plastica da tanto tempo, ho sempre organizzato giornate di pulizia delle spiagge - spiega Suma - Da quattro anni però ho iniziato a fare attenzione a quello che trovo e metto da parte i rifiuti più vecchi che arrivano dal mare". Tutto è nato da un semplice flacone di plastica: "Era una crema solare con il prezzo in lire, che riuscii a datare comparandolo a una vecchia pubblicità. Quel rifiuto aveva 50 anni. Pubblicai la foto sul mio profilo Facebook e mi accorsi che nei commenti molti facevano riferimento al problema dell'inquinamento del mare". A quel punto è arrivata l'idea: mettere questa narrazione curiosa e inusuale e la sua nota nostalgica a servizio di un'opera di sensibilizzazione.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

(Leggo)

Marco 10,1-12

<<...la folla accorse da lui..>>

Si vive per amare, se vivi senza amare sei già morto...ogni affetto, legame, anche con chi ci è meno simpatico..se non proprio nemico... ci stimola a quella vitalità di vita e misericordia che Dio stesso è!

 

(Prego)

Gesù che regna sulla croce
icona povera e amante
ai nostri occhi dà la luce
perché vediamo in lui la gloria.

 

(Agisco)

Saper manifestare gioia e gratitudine verso chi ci vuol bene

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Lo chef Luca Gallo e l’Alleanza Slow Food

 
 
 

Entrato da poco a far parte dell’Alleanza Slow Food, il giovane chef andriese Luca Gallo ci parla dello stretto legame che unisce cucina e tradizione di una terra ricca di storia come la Puglia

Ciao, Luca. Cos’è l’Alleanza Slow Food?

Slow Food è una grande associazione che si impegna a rispettare e a dare il giusto valore al cibo, partendo dal rispetto per chi produce, come produce e quindi nel pieno rispetto di ambiente ed ecosistemi. Tutto questo avviene grazie ad un’attenta ricerca di saperi di cui sono custodi le tradizioni locali .

 

Quanta importanza assume la cucina a “chilometro zero” per i giovani chef?

La cucina a “chilometro zero” per i giovani chef dovrebbe avere un’importanza rilevante. In un mondo in cui ormai la tecnologia e l’industrializzazione prendono sempre più il sopravvento, soprattutto in ambito agricolo, sarebbe bello spingere far tornare le nuove leve a dove tutto ha inizio. Ovvero dal piantare il seme fino a seguire insieme l’evoluzione, nel pieno rispetto della natura, senza additivi chimici, e poi raccogliere il prodotto ottenuto e tirare fuori un bel piatto genuino. Dietro al “chilometro zero” c’è tanto da scoprire, tradizioni antiche che si scoprono attraverso il racconto di piccoli agricoltori che conservano l’autenticità di un prodotto genuino e sano.

Come si valorizzano maggiormente i prodotti tipici del nostro territorio?

Quale modo migliore di valorizzare un prodotto tipico se non adoperandolo in cucina?  Ritengo che al giorno d’oggi lo strumento più importante di comunicazione per noi cuochi sia proprio il racconto attraverso un piatto. Dietro un piatto che viene servito in sala ai nostri commensali ci sono innanzitutto delle mani sapienti che lo hanno preparato, il rispetto della materia prima e, soprattutto, delle emozioni, emozioni che chi prepara il piatto deve essere bravo a trasmettere al suo cliente ed è li che parte una festa per il palato permettendogli di vivere un’esperienza unica. Così per fare un esempio: che emozione vi suscita un buon piatto di strascinati con delle ottime cime di rapa del contadino di vicino a casa, un po’ di mollica di pane fritto, il tutto accompagnato da un ottimo olio Extravergine d’Oliva?

Quale ingrediente non può mai mancare nella tradizione pugliese?

Al primo posto ci metterei il nostro olio extravergine d’oliva conosciuto come “l’oro” di Puglia . Siamo conosciuti anche come città della burrata, altro ingrediente immancabile ormai sulle nostre tavole, così come gli ottimi formaggi provenienti dalle varie masserie, o il caciocavallo podolico del Gargano e potrei continuare all’ infinito forse. Abbiamo un vastissimo patrimonio culturale e culinario e la nostra mission è, appunto, quella di tutelarlo.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Ucraina. La folle contesa

 
 
 

Né vincitori né vinti

In questo secolo di deboli ginocchia (Ippolito Nievo) e di vecchi dittatori, dico io, embrioni nuovi si stanno formando del secondo tipo. Questi sopperiranno i “vuoti” dittatoriali e non lasceranno i genuflessi come se stessero pregando al loro dio, dopo averlo sfiduciato con blande suppliche. Ché di sfiducia si sta consumando la mordacchia allo scorato cavallo di “Troia”, impastoiato nell’arido deserto d’idee… l’andazzo, se da una parte acquieta lo spirito d’impresa, catapultandolo in una specie di apatia, dall’altra attiva fortemente i geni imperialistici di chi brama continuamente molto più spazio, del posseduto, da calpestare.

Si rinnovano i venti di guerra in Europa? Si risvegliano i tanto creduti, sopiti rancori, dopo quasi settantasette anni spesi a lavorare e costruire sulle vecchie macerie? Siamo alle vecchie anime convulse? Alle pazzoidi imprese slave e alle rapacità yankee?  L’America, nelle vesti di “buon samaritano” non dà più affidamento. È per via dei suoi preoccupanti arsenali, sempre pieni e con le fabbriche della morte che non hanno mai smesso di far straordinari…

 

Putin ch’è pure un tipo da salotto in grigio-verde, con la sua oscillante, quasi mafiosa andatura, non lo manda a dire il perché di tanta ostentazione bellica, ma è nei fatti che lo dimostra. Coloro che aspirano e prospettano certi conflitti, lo fanno senza tener conto del potenziale atomico che, diversi Paesi del mondo, hanno a disposizione. Sono in tanti a stringere la cinghia con i beni di prima necessità, pur di munirsi di armi ed equipaggiarsi a “dovere” nell’eventualità, o prospettiva, di una guerra…cercata?

Una guerra, più che scaturire da incomprensioni tra i popoli, il più delle volte nasce per mettere sul campo le nuove tecnologie della morte e testarle sulla povera gente. È una dimostrazione di tragica farsa, più che di forza, il mostrare la propria muscolatura come usano fare i gorilla in calore.

Laddove mancano queste “condizioni”, sono i produttori di armi ad attivarsi per crearle, col prendi due e paghi uno. Non solo. La “spesa” te la consegnano a domicilio con porto franco. Sono i raiders che giocano in borsa… della morte.  Io porrei a questi “Signori” una domanda: -Cosa avete al posto del cervello, pula? Una eventuale terza guerra mondiale sarebbe certamente l’ultima: non si scappa da nessuna parte.

Per vincere certi conflitti non servono eroi, a meno che non si prenda ad esempio chi si prodiga a suon di saggezza e non di mortai, per fermarli. E poi: quegli eventuali, dannati profitti acquisiti, daranno pacatezza d’animo o solo di borsello?

Gli accordi internazionali tra Stati, non vanno scritti sulle dune del deserto o sulle nevi poste al sole. Ognuno di noi ha in mano uno “scalpello” affinché i patti e le promesse siano scolpite con ordine sulla pietra, con destrezza e maturanza di pensiero, senza lavar la testa all’asino…afferma il Nievo nel suo “Il Conte pecoraio”.

La messa in opera di un’idea va ponderata in modo che non sfugga nulla che possa comprometterne le fattezze finali. Queste sono legate da sequenze procedurali, consumate diligentemente in modo che il risultato stesso sia il frutto di un lavoro ben speso. Le trattative non sono scevre da responsabilità, per cui non si deve giocare al “chi sa mentire di più e meglio” ma a “chi sa manovrare meglio gli arnesi della saggezza”, visto che ci sono punti in cui non è più possibile il ritorno. Una Terza Guerra Mondiale sarebbe certamente una: “Demenziale Eutanasia Mondiale”.

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I libri di carta durano secoli, il digitale no

aggiornato alle 12:21 1 minuti di lettura
 

Il 23 febbraio del 1455 venne stampato il primo libro. Naturalmente una Bibbia. Il merito come sappiamo va al tedesco Johannes Gutenberg, che aveva inventato la tecnica per la stampa a caratteri mobili. Se ne parlo oggi è perché quella Bibbia ancora esiste: ce ne sono 48 esemplari in giro per il mondo, di cui 21 completi.

Il libro, è evidente, è una tecnologia che dura nei secoli. Lo stesso non si può dire del digitale. Eppure viviamo in un'epoca in cui abbiamo la sensazione di poter conservare tutto: i messaggi che ci scambiamo, le foto che scattiamo con gli smartphone, le email. Salviamo tutto sul cloud nella speranza di rendere quei file eterni ma non è così.

 

Una pagina della Bibbia del 1455 (GettyImages) 

 

 

Per rendersene conto basta cercare in rete qualcosa di dieci o quindici anni fa. Probabilmente quel sito web non esiste più; e quel link indicato su Wikipedia nel frattempo porta ad una pagina di errore; e quell’immagine sembra scomparsa. Il problema è stato segnalato qualche anno fa da uno dei padri di Internet, Vint Cerf che ha parlato del rischio di vivere un secolo che sarà dimenticato, una specie di medioevo: infatti il digitale aggiorna continuamente il modo in cui viene scritto, il codice, e molti documenti degli anni ‘90 o ‘80, se ancora sono in rete, sono illeggibili. Anche quello che mettiamo sui social, che per molti di noi sono diventati una specie di diario quotidiano, sopravviverà il giorno in cui i social network di oggi verranno sostituiti per esempio da quelli del metaverso? A questo proposito Vint Cerf avvertiva che ogni volta che digitalizzaziamo qualcosa per renderla eterna in realtà è come lo stesso infilando su un buco nero. Cosa fare? Se volete che qualcosa duri davvero nel tempo, diceva Cerf, stampatela. 

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...ancora il machismo di Berlusconi...o semplice interesse...

 

Il senso di B. per l'amore

 

Silvio Berlusconi con Marta Fascina, la sua attuale fidanzata cone cui, pare, non si sposerà

Silvio Berlusconi con Marta Fascina, la sua attuale fidanzata cone cui, pare, non si sposerà

Pensavo, leggendo la rivoluzionaria teoria di Berlusconi sul matrimonio, che i conservatori non smettono di sorprendere. Va bene, succede sempre quando sono in ballo i loro interessi personali, ma questo dettaglio non deve offuscare la portata innovativa di affermazioni lapidarie capaci di cambiare il senso comune. “Il rapporto d’amore stima e rispetto è così profondo che non c’è alcun bisogno di formalizzarlo col matrimonio”, ha detto nello smentire nozze imminenti con “la signora Marta Fascina”.

Uno potrebbe anche attardarsi sulla raffica di telefonate di figli e nipoti che deve aver ricevuto nelle ore precedenti la dichiarazione rivoluzionaria, sul traffico di legali e premurosi consiglieri che devono averlo raggiunto, dotati di un ampio pieghevole, per illustrare coi disegni l’albero genealogico e l’asse ereditario. Ma sarebbe meschino. Berlusconi è avanti. Mentre a sinistra coppie esauste si sforzano di riaffermare la tenacia come valore e la costanza di rendimento come forma eroica di resistenza alla spregevole superficialità dei tempi lui, semplicemente, derubrica il sacramento a formalità.

L’amore non ha bisogno di sigilli, come del resto nel segreto delle proprie vite ciascuno sa. Ora, pensavo anche, sarebbe ottimo se svolta questa pratica B. volesse fare anche una telefonata al suo amico Vladimir - indimenticate le gite in dacia coi colbacchi, per tacere degli svaghi accessori. Potrebbe intrattenerlo sul fatto che è stato a un passo dal Quirinale, i soliti ingrati lo hanno tradito ma lui ormai è uno statista, l’upgrade è fatto. Svagatamente passare all’Ucraina. Non si sa mai, tra egolatri. Magari Putin gli presta più attenzione che a una petizione su change.org. Io proverei.

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