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donmichelangelotondo più di un mese fa

(Leggo)

Marco 10,17-27

<<Cosa devo fare per avere la vita eterna?>>

Se sapremo essere come bambini...se sapremo donare tempo e cose materiali...che fare la sua volontà significa anche essere fiduciosi della sua misericordia. Essa è importante per non farci abbagliare dalle cose effimere e di passaggio...

 

(Prego)

Beato chi è preso dalla tua bellezza
Gesù Signore
il suo cuore vede in ogni uomo
riflesso il tuo volto.

 

(Agisco)

Svestirmi di materialità e rivestirmi della sua luce!

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Chi me lo fa fare? (Purgatorio XXXII)

 
 
 

«Però, in pro del mondo che mal vive, 
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, 
ritornato di là, fa che tu scrive»

(Purgatorio XXXII, vv.103-105)

Più ci avviciniamo al Paradiso, più facciamo fatica a seguire Dante, tanto la sua scrittura si fa carica di riferimenti allegorici.

In questo trentaduesimo canto, dopo essersi saziato della vista di Beatrice, Dante osserva che la processione si è rimessa in moto, con una sorta di inversione di marcia, per spingersi verso Oriente. Dante, Matelda e Stazio la seguono finché non s’arresta davanti ad un gigantesco albero a forma di cono rovesciato, ma privo di foglie. Pare sia l’albero di Adamo che in effetti viene nominato. Non appena il grifone vi lega il carro, l’albero rifiorisce e Dante, non saprebbe neanch’egli dirci come, cade in preda ad un sonno profondo.

 

Al suo risveglio, la scena è cambiata. Il grifone ed il suo corteo lasciano l’Eden per ritornare in cielo, mentre Beatrice invita Dante a fissare con attenzione ciò che sta per accadere così che possa poi scriverne «in pro del mondo che mal vive» (v.103), ovvero per il bene del mondo che vive immerso nel male.

Seguono tre incursioni: di un’aquila che lascia delle sue penne sul carro, di una volpe famelica che Beatrice volge in fuga, di un drago che con la coda arpiona parte del carro e se la porta via. Interpretazione comune: l’aquila e le sue penne sono figura della falsa “donazione di Costantino”, la volpe rappresenterebbe le eresie, il drago lo scisma.

Ma la scena non è finita. Il carro prima si ricopre interamente delle penne lasciate dall’aquila e poi si trasforma sino ad essere occupato da sette corna, allegoria dei peccati capitali, e da essere sormontato da una meretrice che amoreggia con un «feroce drudo» (v.155), il quale scioglie il carro dall’albero e lo trascina insieme alla prostituta nella selva. Il carro coperto di corna rappresenterebbe la corruzione della Chiesa che si è data al potere temporale, la meretrice rappresenterebbe la curia papale e il gigante che porta carro e donna nella selva, sino a sottrarli agli occhi di Dante, sarebbe allegoria di Filippo il Bello e dello scisma di Avignone.

Già a farne un breve riassunto si fa fatica: immaginiamo quanto sia stato arduo concepirlo e scriverlo. Ecco perché, al termine di questa lettura, ho provato a calarmi nei panni di Dante e mi son chiesto: “Ma chi glielo ha fatto fare?”.

In realtà, è una domanda che a tutti, prima o poi, capita di rivolgere: “Chi te lo fa fare?”; o anche: “Chi me lo fa fare?”.

È l’interrogativo tipico di chi vorrebbe scorrere in questa esistenza aggirando gli ostacoli, filando liscio e viscido come l’olio, pur di non farsi nemici e fuggire i problemi. Al contrario, ogni volta che si parla e si scrive, ci si assume responsabilità. Ci si espone a ritorsioni di vario genere, lecite e illecite. Tocca attraversare preoccupazioni.

Dante ne sa qualcosa: la Chiesa e l’Impero che attaccava frontalmente avevano potere di vita o di morte, erano un nemico assai pericoloso. E allora vien spontaneo chiedersi: “Chi glielo ha fatto fare? Non sarebbe stato meglio girarsi dall’altra parte e vivere in santa pace?”.

Ecco, Dante a questa domanda risponde: in pro del mondo… Chi non riesce a star zitto, chi sfida la «puttana sciolta» (v.149) e il suo «gigante» (v.152), quali che essi siano, lo fa perché animato dal desiderio di essere “in pro”, cioè di giovare, di far del bene. Peccato che questo il più delle volte venga preso per un “essere contro”. Ma questa è un’altra storia. Talvolta a lieto fine, ma sempre con un suo prezzo.

Confucio: «Sapere ciò che è giusto e non farlo è la peggiore vigliaccheria».

Gibran: «Donerete ben poco se donerete i vostri beni. È quando fate dono di voi stessi che donate veramente».

Martin Luther King: «La domanda più persistente e urgente della vita è: “Cosa stai facendo per gli altri?”».

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Come si cambia un confine

 
L’eurodeputato catalano Antoni Comìn i Oliveres

L’eurodeputato catalano Antoni Comìn i Oliveres

Qualche giorno fa, durante un incontro pubblico in Campidoglio, l’eurodeputato catalano Antoni Comìn i Oliveres ha posto al pubblico la seguente domanda. “Come si cambiano, nel Ventunesimo secolo, i confini di una nazione? A meno che non pensiamo che i confini attuali non debbano restare questi, a partire da oggi e fino alla notte dei tempi. A meno che non crediamo che nulla debba cambiare mai più, che l’assetto sia dato una volta per tutte – il che sarebbe molto strano – dobbiamo porci la domanda: come si cambia, un confine? Con la guerra, dunque con la violenza? Con il rispetto della volontà del popolo che in quella terra abita, dunque con il voto democratico, con la politica? O c’è una terza via che non vedo, e che avete da suggerire?”.

Putin stava invadendo l’Ucraina, in quelle ore, con la pretesa di riannettere un paese che, col voto, aveva scelto l’indipendenza. Quindi ecco le due modalità. E se la seconda – il voto – è più debole della prima – l’invasione – allora a cosa serve la democrazia? E’ buona solo fino a che non si alza qualcuno e batte il pugno? Davvero solo questo? Comin è un cattolico di radice socialista, federalista, figlio politico di Pasqual Maragall e figlio naturale di Alfonso Comìn, un “padre della patria” a cui le piazze di Spagna sono intitolate.

La questione catalana, da cui muove, non interessa l’Europa. “E’ un caso interno alla Spagna”, si dice, quando non di peggio: sono fuorilegge, non vogliono pagare le tasse, e allora la Padania? Una campagna di menzogne e disinformazione al solo scopo di eludere quella domanda. Cruciale per l’Europa: che se non è salda in democrazia dentro i suoi confini, coi suoi cittadini, come può essere forte e credibile, fuori.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Piantiamo l’ulivo!

 
 
 

Metafora d’altruismo

Trovarsi con la mente affollata d’immagini e districarsi tra esse, è un po’ come uscire dal Louvre, dopo aver veicolato per quattro ore sui propri arti, stanchi, flosci e non più in grado di sostenerti. L’impatto segnato dai pensieri assidui diventa come l’inerpicarsi, senza l’adeguato corredo, sul K2. Un pensiero, se è permanente, fisso, duraturo, sembra quasi assuma la forma di immagine: forma astratta a secondo la congettura del suo immaginario. Virtuale caleidoscopio. Avvicendamento confusionale, fantasmagorico, dovuto alla stanchezza. Succede pure quando si rimane, frontale e per molto tempo, a percuotere con le dita sulla tastiera del computer, con lo schermo che ti diventa ostico. È a quel punto che la mente si offusca e le immagini sembrano avvalersi di un motu proprio trasgredendo alle tue direttive…

Altero, bolero, ciarliero, foriero, dispero…e perché non “cero”? Da accendere a santa Pazienza per farti tornare i lumi e sprigionarti il lemma giusto che volevi vergare, “maniero”.

 

Tutto ciò può succedere nello scrivere, senza che uno possa rendersi conto che, pretendere di spremere “succo” dalle aride possibilità, è lesivo per la salute. Ad un certo punto, l’ardimento e l’ostinazione si “siedono” a riposare, mentre è solo la smania a proseguire…senza cognizione di una meta ben precisa…

Dicevo maniero pensando ai tanti sparsi in giro per il mondo: moltissimi nell’Europa feudale (la cosiddetta, “Rete vassalla”).

A proposito del “Vecchio maniero”, citato dal Pascoli nella sua lirica “La canzone dell’ulivo”: il Poeta sente l’etico bisogno che ai piedi delle rovine del “vecchio maniero”, si pianti l’ulivo.

Il castello, una volta abitato da eccelsi signori (Il Parini in una sua opera li identifica come, semidei terreni), ora è diroccato. (I castellani, per ragioni di supremazia, erano soliti farsi guerra uno coll’altro).

La lirica in questione dipinge un quadro che sottende, dentro la cornice di orizzonti fantasiosi, i ruderi del maniero con accanto l’ulivo. Sembra che il Pascoli voglia definire un abbraccio “Odio-Pace”, pensando alla tragedia vissuta dal suo genitore e, di conseguenza, la sua e di tutta la famiglia. È dentro l’orizzonte del suo cuore che alita l’argentea fronda dell’ulivo in armonia col presente di pace, dopo un passato di malevolenza immeritata.

Quali dolci immagini ispirano questi versi! Si passa dall’arrogante possanza dei contendenti e dei loro fortilizi, divenuti rovine e sinonimi di solitudini, al motivo per cui si intenda piantare un simile albero, fino alla descrizione dei tanti benefici derivati a impresa avvenuta.

Quella del vecchio maniero è il segno di decadenza e perdita di una nobiltà acquisita; di ingombranti memorie, rimaste ad alloggiar rapaci e fantomatici, effimeri spettri del passato, in un sito che il tempo gli ha scavato il “volto”, lasciandolo incastonato in una intricata, arruffata “capigliatura” di edere e rovi.

È il desiderio del Pascoli, espresso in versi, a rifortificare il presente con un simbolo di benessere, di vigore e di pace, identificandoli nell’ulivo. Il resto degli elementi occorrenti perché la pianta diventi longeva: saranno messi a disposizione dalla natura: “Non vuole per crescere/che aria, che sole, che tempo, l’ulivo”. Non solo. Ma l’opera dell’uomo, sul pietroso clivo, diverrà impresa altruistica e gratuita. Egli non pianterà l’ulivo per sé, ma per le generazioni a venire, “pei figli dei figli”. La pianta comincerà a dare frutto, dopo diversi anni. Ed ecco l’immagine di un genitore che si prodiga pei figli. È il miracolo che si fa sostanza, materia, realtà, agli occhi di chi è rimasto ad usufruirne il “bene” e che “vede”, attraverso l’opera compiuta: l’ascendente, il carisma dell’operatore. Che si rammenti, poi, dell’avo nel versargli una parte di quel benefico fluido, nella lampada: la memoria, per restare viva, ha bisogno di amorevoli tepori.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

RIFLESSI

 
 
 

 

Specchio:

 

dalle trame di ragno

si intravedono immagini

create da tanti tasselli,

offuscate da vapore,

caldo ed umido respiro,

profondo inerpicarsi di anima

racchiusa nell’impalpabile.

Sublimazione evaporata

da impasti di vecchie storie.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

La guerra su Twitter

1 minuti di lettura
 

Ieri sono andato alla manifestazione davanti all’ambasciata russa a Roma. Non pensavo certo di cambiare il corso della storia, ma almeno speravo di scrivere un capoverso della mia: dirmi quanto sono sgomento per la guerra in corso. A parte i giornalisti in servizio, eravamo pochi. Su Twitter ho visto migliaia di persone sfilare per le vie di Mosca, davanti al Cremlino, gridando no alla guerra e mi sono consolato. Qualcuno ha ancora coraggio.

 

 

Quando ero ragazzo e andavo a scuola c’era una domanda che i nostri nonni si erano fatti che mi era rimasta impressa: Morire per Danzica? Danzica, la città polacca invasa da Hitler nel 1939, causa ultima della seconda guerra mondiale. L’anno prima alla conferenza di Monaco ci eravamo illusi di aver trovato un accordo con la Germania cedendogli qualche territorio. Su Netflix c’è un film che racconta bene quella vicenda passata alla storia come l'appeasement del primo ministro britannico Neville Chamberlain: nel film quel lato debole viene raccontato con più indulgenza; cercava davvero la pace il premier ma sbagliò i conti. Si illudeva. Ai tempi non c’erano i social, non c’era Twitter dove in queste ore i messaggi che vengono dall’Ucraina spaccano il cuore.

 

Un gruppo di giornalisti a Kiev si è messo a raccontare l’assedio russo in tempo reale in inglese perché nessuno possa dire di non aver capito, di non sapere. Lo sappiamo cosa sta accadendo, cosa è accaduto. Ma non sappiamo che fare. La pandemia ci ha prostrati. Siamo stanchi. Dopo la guerra al covid vogliamo un po’ di pace. Mi domando cosa avrebbe scritto su Twitter Chamberlain nel 1939. Forse avrebbe scritto: sanzioni durissime. 

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Distrarre i figli dalla guerra

 
Una donna ferita durante i bombardamenti della prima giornata di invasione

Una donna ferita durante i bombardamenti della prima giornata di invasione

Uno dei miei figli ha ricevuto ieri una mail da un’amica che vive a Odessa in risposta alla domanda semplicissima, l’unica che riusciva a farle, due parole: come stai? Anche la risposta è molto semplice. Me l’ha letta per telefono e ho sentito il suono di una conversazione fra persone di vent’anni che si vogliono bene, non hanno bisogno di spiegarsi niente, si raccontano l’essenziale. Come sono i giorni, solo questo.

Nessuna enfasi, nessuna retorica, nessun proclama, niente rabbia né dolore: come se per ritrovare l’intimità ci fosse ancor più bisogno di abbassare il volume – è già abbastanza alto là fuori. Ho chiesto di domandarle il permesso di pubblicarla, questa mail, se le facesse piacere che il suo breve racconto fosse reso pubblico. La ragazza ha detto certo, mi fa piacere. Anzi, mi tranquillizza e in un certo modo mi consola. Quindi eccola.

“Sto bene, grazie, ma siamo tutti spaventati. I negozi sono chiusi, le scuole sono chiuse. La gente sta facendo incetta di beni di prima necessità, dove trova ancora qualcosa di aperto o se conosce chi può aprire, con prudenza, il locale. Stiamo tutti preparando rifugi anti-bomba, anche se non sappiamo bene come si faccia un rifugio sicuro. Proviamo. Molti miei amici si sono arruolati come volontari nelle milizie territoriali, per combattere i russi. Le donne, quasi tutte, restano con i figli a cercare di distrarli dalla guerra. Si sono diffuse storie di persone ucraine attaccate perché parlano russo ma non è vero, almeno non è accaduto alle persone che io conosco: noi parliamo russo e siamo ucraini. La routine non c’è più. Nessuno va al lavoro, non si esce se non per vera necessità. Si sta a casa, si preparano i rifugi e si prega”.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

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Marco 10,13-16

<<...a chi è come loro (i bambini) appartiene il regno di Dio...>>

Non pensare che il tempo vissuto con i bambini sia tempo perso. Esso peserà tutto a nostro favore (Alberto Marvelli). Il solito Gesù che ci spiazza nel presentarci il volto di Dio. Quindi non sgridiamoli solo...ma giochiamoci anche...

 

(Prego)

Coloro che il roveto ardente ha conquistato
son radunati attorno a te nel Regno eterno
nella sete han cercato il tuo volto di luce
solo te han seguito, ora vivono in te.

 

(Agisco)

Dedicare a un bambino un poco del mo tempo donando a lui un poco di spensieratezza.

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