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donmichelangelotondo più di un mese fa

Il nanismo della “Bugia”

Di

 Salvatore Memeo

 -

Un espediente criminoso nel caso di Putin

Quando la menzogna tenta di coprire la verità, non fa che irrobustirla. Essa accende una tale mole di curiosità rendendo le persone, che erano disinteressate, ad attivarsi per saperne di più. Chi usa la bugia non può farlo ad oltranza poiché se è ripetuta, dal modo come viene espressa da chi la produce, risulta sempre diversa nei particolari e, quindi, viene a mancare di coerenza. È un po’ come di sera: chiudere le persiane e rimanere con la luce accesa e, al medesimo tempo, illudersi di far credere di non essere in casa. Perseverare nella menzogna, prima o poi, uno si scopre. Fa capire insomma che non sta dicendo la verità. Non è solo cosa si dice, anche dagli atteggiamenti uno risulta che sta mentendo.

Ci sono diversi modi di dir bugie e, a secondo l’occasione, assumono vesti e “valori” separati. Non tanto per ciò che riguarda l’atteso risultato da parte del mentitore, quanto alla delicatezza insita o la gravità delle intenzioni per un fine innocente oppure delittuoso, diabolico. Coprire magagne e colpe è la base di ogni fine.

La bugia di un bambino che ruba la marmellata dalla madia e che cerca di non assumersi la colpa non è paragonabile a quella di un assassino, con le evidenti prove di colpevolezza, difficile da ovviare.

Quello che sta accadendo in questi giorni in Ucraina, con l’armata russa non chiamata ma presentatasi, senza “bussare”, per rivendicare (non si comprende cosa), un diritto inesistente: è un atto che sforna bugie a non finire. Servono per mantenere nitida l’immagine dell’usurpatore e dei suoi accoliti sostenitori. È in questi casi che le bugie si gonfiano a un punto tale da far stupire i fratelli Montgolfier…

Non parliamo dei media e delle loro bugie scritte o filmate: chi conta i morti dell’altro, ne trova sempre di più che non i diretti interessati. Una bomba caduta su di un ospedale no, non era nemica, ma amica. Le ragioni del conflitto sono ingrassate da menzogne, da far sembrare: un “Cul de sac”, una “Sackgasse”, la “nuova” via d’uscita per la libertà e la pace.

La bugia è un espediente “criminoso” atto a incrementare un fabbisogno egoistico dell’uomo. Essa non tiene conto dei risvolti e dei muri contro i quali potrà sbattere e quali conseguenze, danni, per sé e per gli altri, possa causare. Nessuno, dico nessuno: nemmeno chi scrive può giurare di non aver mai fatto uso di menzogna per avvalersi di un qualcosa lecita, illecitamente. Che sia stata lieve e spontanea, grave e meditata, una bugia rimane sempre una forma aliena di ricatto, un fine illecito.

È una discarica ricoperta di neve; un vino adulterato e imbottigliato con ingannevole etichetta; un uovo senza guscio; un arrivista “magnate”.

Plutarco è ricordato come uomo integerrimo e dalle virtù morali, ma “possedeva schiavi”. Si racconta che, uno di questi, mentre veniva picchiato, dietro ordine del suo “padrone”, per una sua mancanza commessa, gli rammentava che simili atti non erano nei suoi principi morali. Plutarco gli rispose che la punizione che gli stava infliggendo non gli recava alcun sentimento di odio: lo si poteva notare dal suo aspetto sereno. Era un fatto dovuto…

Che non sia la stessa cosa quella di Putin con l’Ucraina? Una lezione per una docile, accondiscendente sudditanza: una forma di schiavismo nei fatti?

Nel quadro d’insieme possiamo affermare che, mantenendo le distanze con la realtà: il tutto può sembrare ineffabile. A metterci naso, occhio e cuore, l’aspetto delle cose, invece, si rivelano per quel che sono. Nel caso di Putin e delle sue aspirazioni, bugie comprese: è una situazione talmente grave, che, per i suoi sviluppi negativi possibili, resta indicibile.

“Ama l’Arte; tra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno”. (Gustave Flaubert)

“Non tutte le verità sono gradite, mentre tutte le menzogne sembra lo siano…”. (Suzanne Brohan, attrice francese)

“L’ideale non è che la verità vista da lontano” (Alphonse De Lamartine)

“L’uomo non smette di rivelarsi bugia assoluta: si ostina a farlo in un Creato di bellezze e verità” (Salvatore Memeo)

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donmichelangelotondo più di un mese fa

La Dad discriminante

 
Adriana è co-founder dei Legal Hackers Bari e segretario della Commissione Informatica del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Bari

Adriana è co-founder dei Legal Hackers Bari e segretario della Commissione Informatica del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Bari

Adriana Augenti, 47 anni, Bari, avvocato, si occupa da 20 anni di temi legati al digitale

Sul tema Didattica a distanza, oltre che tra studenti vaccinati e studenti non vaccinati, c’è un “vaso di coccio”, che incarna uno dei tanti paradossi a cui stiamo assistendo in questo periodo: gli studenti, anche quelli vaccinati, ma affetti da altre patologie. Ebbene, per questi ultimi, la Dad non si attiva: non è previsto per legge. Ditemi se questa non è discriminazione. Sono un’avvocata di Bari, mi occupo di diritti e digitale da circa 20 anni, e sono una mamma. Ed è in quest’ultima qualità che ho avuto l’occasione di imbattermi in una forma di grave, ritengo, discriminazione.

Le scrivo perciò per denunciare questa ennesimo paradosso a cui ci ha esposto la pandemia e spero che, in considerazione della sua sensibilità, lei voglia condividere. Prendendo le mosse dalle condizioni di salute di mio figlio, per fortuna transitorie, sto approfondendo una delle tante ambiguità della normativa emergenziale che, come anticipato, crea una intollerabile disparità di trattamento a discapito di tutti quei soggetti, dico meglio, alunni, NON malati di COVID ma affetti da altre patologie.

Mio figlio al momento è affetto da una patologia acuta delle vie respiratorie che non gli consente di frequentare le attività scolastiche in presenza, ma non COVID. Mio figlio è a casa da molti giorni ma, nonostante le mie ripetute richieste, non può essere messo in Dad. Un suo compagno, risultato positivo al COVID è “in classe” dal giorno dopo a quello in cui ha comunicato alla scuola la sua positività. Vi è una logica in questo? No, non vi è una logica nel periodo emergenziale; e mi chiedo cosa accadrà quando l'emergenza sarà finita.

Se vogliamo trovare qualcosa di positivo in questa pandemia, va rinvenuta nel fatto di aver imposto un'accelerazione al processo di digitalizzazione. In particolare, per quanto riguarda la scuola, proprio al fine di poter consentire il soddisfacimento di un duplice ordine di diritti: l'obbligo scolastico e il diritto allo studio. Sono stati fatti sforzi e adottati provvedimenti al fine di dotare famiglie e docenti della tecnologia necessaria alla didattica a distanza, nonché per adeguare gli stessi Istituti e consentire connettività e copertura. E così, pur con tempistiche non sempre consone e con modalità differenziate, tutte le scuole di ogni ordine e grado si sono adeguate al dettato normativo emergenziale che, come ricorderemo, ha impedito il rientro alla didattica in presenza per lungo, lunghissimo tempo. La didattica a distanza è stata attivata pressoché in ogni Istituto, perfino nella scuola dell’infanzia, tanto nel pubblico quanto nel privato.

Una minuscola vittoria della digitalizzazione, che sicuramente chi come me si occupa di digitale da tanti anni avrebbe preferito vedere avverarsi già negli anni passati e per cause diverse. Ma oggi c’è! Se abbiamo lottato per il rientro alla scuola in presenza non è certo per abbandonare tutti i passi avanti che sono stati fatti nel processo di digitalizzazione. Le norme “uguali per tutti” vanno rispettate, ma possiamo denunciarne la incoerenza interna che “promuove”, paradossalmente, la diseguaglianza. Il Paese e la Scuola, devono chiedersi di cosa fare tesoro per promuovere diritto allo studio e favorire l’assolvimento dell’obbligo scolastico.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Il senso di Zelensky per Twitter

(ansa)
1 minuti di lettura
 

In questa epica resistenza ucraina colpisce il senso di Vladimir Zelensky per Twitter. La capacità di utilizzarlo per dare rapidamente informazioni essenziali, su tutte il fatto di essere ancora vivo e non in fuga mentre si diceva il contrario; o per galvanizzare i suoi concittadini quando l'avanzata russa ha improvvisamente rallentato; e per tenere relazioni diplomatiche, prima spronando l’Europa e gli Stati Uniti a fare di più, e poi rivelando gli impegni di aiuti concreti che sta ottenendo via via nelle telefonate con i vari leader. Il profilo Twitter di Zelensky, dove si alternano post in inglese e in ucraino, è stato fin qui essenziale per capire quello che stava accadendo. Ma più in generale si sta rivelando fondamentale ancora una volta Twitter.

Quando il gioco si fa duro, quando accadono cose davvero importanti, questo social network è imprescindibile. Da questo punto di vista invece l’invasione russa in Ucraina conferma il sostanziale declino di Facebook, che pure in passato ebbe un ruolo importante in occasione simili, per esempio nella primavera araba; e si evidenzia la scarsa permeabilità ai grandi fatti di cronaca di Instagram, utile solo per condividere delle foto; mentre su TikTok ci sono migliaia di video che raccontano momenti degli scontri armati, è vero, ma fondamentalmente sono video privi di contesto; li guardi, ascolti gli spari e le esplosioni, ma mancano le storie.. Quel contesto che invece su Twitter si ritrova seguendo i racconti minuto per minuto di due giornali di Kiev, ma anche il profilo del presidente della Russia, dove si dà conto asetticamente di incontri e telefonate di Putin. Su tutti svetta Zelensky che è lì che ci guarda negli occhi e ci parla, restituendo una umanità e una vicinanza a quello che sta accadendo. La posta in gioco non è lontana, ci ricorda, la posta in gioco siamo noi. 

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Una scala per scendere

 
Silvio Berlusconi ospite di Vladimir Putin di cui, cortesemente, indossava la giacca a vento

Silvio Berlusconi ospite di Vladimir Putin di cui, cortesemente, indossava la giacca a vento

Siccome non conosco Putin non posso parlare di lui, decifrarne motivazioni e intenzioni. Ho conosciuto però, in decenni di lavoro da cronista, molte persone affette dal disturbo del sé grandioso: quello per cui, a uno stadio moderato di patologia, pensi che tutto dipenda da te e a te si riferisca. Via via acutizzandosi provoca delirio di controllo, ossessione del nemico, certezza di essere vittime di un complotto (traditi, spiati), celebrazione di un piccolo gruppo di devoti definiti amici fino al delirio di onnipotenza e di impunità, talvolta alternato a gesti vistosi di generosità  – sempre finalizzati alla celebrazione del proprio potere.

Quando l’azione si traduce in crimine è davvero molto raro che una sanzione possa fare da deterrente. Non ho mai visto un uomo che uccide la moglie fermarsi a riflettere su quanti anni di carcere rischia, o rinunciare se il suo cantante preferito posta un video contro la violenza. Nel caso di un capitano d’industria o di Stato semmai sono i soldi, in qualche caso, a fare da sirena. Non tanto i tuoi – tu sei affetto da delirio, non contempli la disgrazia - ma quelli dei tuoi amici (i devoti) che, rischiando di perderli, potrebbero abbandonarti e/o destituirti.

C’è poi la questione dell’orgoglio, della reputazione. L’egolatra non sopporta l’umiliazione pubblica, lo innervosisce ulteriormente. Nella prima cyberguerra in diretta sui social Anonymous che hackera il sito del tuo governo, l’universo mondo che diffonde notizie manipolate e le getta in rete come molotov, le star di TikTok che fabbricano meme combattono una battaglia parallela dagli esiti incerti. Ai matti, insegnano i vecchi, bisogna sempre lasciar lì una scala per scendere dall’albero.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

(Leggo)

Marco 10,28-31

<<...non c'è nessuno che abbia lasciato...e che già ora riceva cento volte tanto...>>

 

Lasciare tante cose per seguire sogni e desideri...ma poi la ricompensa? Nulla, semplicemente percorrere la strada della gratuità e del servizio. Qui e ora puoi costruire la vita eterna. No orgoglio e presunzioni, bensì accogliere la carità di Cristo!

 

(Prego)

O buon Pastore che ci guidi
tu ci hai fatto per la luce
e oltre questo breve giorno
ci conduci al giorno eterno.

 

(Agisco)

Esame di coscienza per comprendere dove migliorare in Cristo davanti ai fratelli

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Per ferire a morte basta poco

 
 
 

E se deponessimo tutti le armi?

“Spesso il male di vivere ho incontrato”: penso a questi versi di Montale nell’ultimo periodo, mentre tra i corridoi della scuola incontro la sofferenza patologica di giovanissimi studenti, presi da pensieri di morte. C’è chi a 14 anni la desidera e basta; chi a 15 ha salvato sua madre dal suicidio; chi a 16 piange quella, tragica, dei propri familiari; chi a 17 fa avanti e dietro dal reparto di rianimazione a sperare che qualcuno si svegli. C’è chi parla, racconta, si sfoga almeno. E chi si chiude inesorabilmente, innalzando muri impenetrabili e sancendo mutismi più che selettivi. In entrambi i casi la sirena dell’emergenza suona altisonante.

“Perché dovrei smettere di vomitare? Vomitare mi fa star bene: è la gente che mi fa del male, non la bulimia”: me la porto addosso questa confessione. Mi fa pensare. Mi fa tremare. È il compendio di tutto il male odierno: il male di vivere per il male che l’altro può non solo causare, ma essere. È il monito a pesare parole e azioni, ad esagerare nelle accortezze, a convertirsi definitivamente all’empatia, a fare dei dettagli la cifra della propria morale quotidiana, a dare carne alle teorie stampate su carta. Perché per ferire a morte basta poco: sia che si tratti di singole persone, sia che si tratti di intere popolazioni: una guerra si consuma sotto i nostri occhi increduli, quelli che cercano riposo, dopo due anni a fare le veci dell’intera mimica facciale, dopo due anni a farsi carico di relazioni distanziate. Gli anni della pandemia, gli anni della fragilità estrema. E non c’è pace, ci sono solo assurdi sogni di nazionalismi passati al prezzo della morte, della violenza, delle marce, delle bombe.

 

Si combatte su più fronti, insomma. E se deponessimo tutti le armi? Certo, è urgente che le depongano anzitutto coloro che hanno responsabilità di equilibri mondiali. Ma forse è bene che le deponga chiunque pensi di guadagnare vita, combattendo. Il verbo non funziona, anche se combatti per difenderti. Anzi, quella difesa suggerisce che l’altro o la situazione sono ancora dei nemici e che tu sei ancora armato. Ci vuole un’altra strategia. C’è bisogno di una tattica diversa. Perché non ci sono armi buone e per amore non si combatte. Al massimo si lotta. La lotta contiene l’idea del greco lygo, “piegarsi”, e rimanda a un esercizio corpo a corpo, in cui si è nudi e l’unica armatura è la propria carne.

Non voglio suggerire, ovviamente, di deporre le armi per iniziare a fare a botte, con la vita, con il lavoro, con i problemi, con gli altri. È un invito a non corazzarsi, ad alleggerirsi, a restare più nudi e più indifesi, non per subire il male, ma per affrontarlo in maniera meno bellicosa e più umana. Così, invece di “armarci” di pazienza per ascoltare mille problemi, di educazione per evitare rispostacce, di contenuti che possano glorificarci sul lavoro, di forza per sopportare, potremmo semplicemente “lottare”. Lottare con pazienza, con educazione, con professionalità, con forza, che nella lotta non sarebbero armi o bombe, ma bandiere di leggerezza, sinfonie di apertura, addestramenti di umanità matura. Quella che il male lo mette in conto, magari lo accoglie, ma senza subirlo e senza rassegnarsi. Quella che non ha rinunciato alla forza, ma alla violenza. Quella che ha non solo il coraggio di cogliere le cose da cambiare, ma anche la sapienza di distinguerle da quelle che vanno mollate.

Lottare, in effetti, insegna a non scambiare qualsiasi cosa come un obiettivo, qualsiasi persona come il nemico e qualsiasi causa come meritevole delle nostre energie e lo insegna nella misura in cui demilitarizza l’esistenza. Perché se la corazza cade e le armi scompaiono, resta solo la pelle, resta l’essenziale. E si può smettere di combattere e iniziare a lottare solo se si ha una chiara visione dell’essenziale, proprio e altrui.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

I BAMBINI CHE CONOSCONO LA GUERRA

 
 
 

In quanti secondi siamo ormai capaci di liquidare decine di morti e centinaia di feriti e di parlare d’altro: questo, secondo me, è il nocciolo del problema, cioè quanti secondi ci mettiamo oggi a digerire decine o centinaia di morti, per incominciare, poi, a buttarci, ciascuno, le sue elucubrazioni politiche. Io invece credo che convenga continuare a riflettere sui morti e i feriti, perché credo che siano l’unico contenuto della guerra; del resto, cioè di quale regime sostituirà il regime precedente, di chi sarà il vincitore di turno, almeno per qualche istante o per qualche mese, non ci trovo grande fascino a discuterne, non mi interessa neanche molto. Quello che mi sembra importante è che incominciamo tutti quanti a cercare di pensare e di confrontarci per vedere se, per caso, tutto quello che abbiamo dato per scontato su questo argomento della guerra non sia suscettibile di essere rimesso e rivisto  e non si riesca invece magari a disegnare anche alternative possibili, perché alternative possibili esistono, io credo, esistono già oggi, sono praticabili, sono sperimentabili, credo anche che Emergency nel suo piccolo lo faccia e credo che questo sia l’unico approccio che ci può portare un pochino più distante dal baratro a cui ci stiamo avvicinando a lunghe falcate.

(Gino Strada)

Anatol ha dieci anni e un cuore di leone. È stato abbandonato dai suoi genitori quando ne aveva solo due; lo hanno lasciato da solo nel vano dell’ascensore di un anonimo palazzo del centro urbano di sera, dicendogli che stavano facendo un gioco. Le porte si sono riaperte una, due, tre volte ma di mamma e papà nemmeno l’ombra. Ha urlato, Anatol, ha strillato più che poteva, ha invocato la sua mamma, dagli occhi di cielo come lui, ma lei non è più tornata a riprenderlo. Solo. Abbandonato.

 

Yegor ora è cresciuto, è ormai un giovane pieno di entusiasmo e di allegria. Sempre pronto ad aiutare i suoi amici, suoi fratelli, in realtà, perché con loro condivide ogni istante della sua vita nonché i suoi punti di riferimento, i padri Salesiani che lo hanno accolto quando è stato trovato, quando ancora non era in grado di parlare, gettato, come merce avariata, in un cassonetto della spazzatura. Non può più vedere il mondo che lo circonda poiché è molto probabile che gli siano state asportate le cornee da piccolino, vendute sul mercato  del traffico d’organi.

Alina con molta difficoltà ha imparato a parlare perché sin dai primi mesi di vita ha sperimentato la solitudine: sua madre, il suo unico punto di riferimento, era tossicodipendente e non si accorgeva nemmeno che sua figlia era lì con lei e dipendeva completamente dalle sue cure. Piangeva, piangeva a sfinimento, Alina, ma nessuno arrivava a sfamarla, ad accudirla. Un giorno i vicini di casa, stremati ed affranti per quanto erano costretti ad assistere, hanno chiamato la polizia e la piccina è stata condotta in orfanotrofio, dove si trova ancora oggi.

Larisa in orfanotrofio ha perso l’udito a causa di una malattia non curata a tempo debito. Oggi ha tredici anni e sta studiando per diventare sarta. Non riesce a sentire il rombo del motore degli aerei che in questi giorni sfrecciano nei cieli dell’Ucraina né il boato delle bombe che cadono a ritmo incessante ma avverte tutto il terrore negli occhi di chi la circonda che diventa il suo stesso terrore muto e implacabile.

Anatol, Yegor, Alina, Larisa conoscono la guerra perché la stanno vivendo sulla loro pelle. Come loro ci sono almeno altri centocinquantamila bambini abbandonati in Ucraina, il “Paese degli orfani”, come è stato definito da qualcuno, dei quali settantamila internati in istituto; pare che solo a Kiev vi siano tra i cinquemila e i diecimila bambini abbandonati che vivono in orfanotrofio ed un numero non noto di bambini che vivono per strada. Sono i più fragili di tutti: non hanno una madre né un padre che li ami, non hanno cibo, casa ed ora c’è la guerra.

«La guerra piace a chi non la conosce», diceva Gino Strada, «ogni guerra ha una costante: il 90% delle vittime sono civili, sono persone che non hanno mai imbracciato un fucile, sono persone che molto spesso non sanno neanche perché gli scoppia una mina sotto i piedi o gli arriva in testa una bomba. Le guerre vengono dichiarate dai ricchi e dai potenti che poi ci mandano a morire i figli dei poveri: questa è la realtà».

La guerra è male in sé; aiutare chi soffre, chi ha bisogno, è giusto, si deve e si può fare. La guerra non è inevitabile, è un problema da risolvere, non certo un destino che deve compiersi. Un mondo senza guerra non è un’utopia, è realizzabile.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Vincere senza uccidere

 
 
 

«Vincere senza uccidere, come nello sport, è l’opposto di uccidere senza vincere, come in una guerra.

E sembra elementare»

(Acca)

Leggo il post di turno: “Putin ha avuto il potere di sconfiggere il Covid in due giorni”.

In realtà, Putin non ha fatto altro che dimostrare, ove ce ne fosse stato bisogno, quanto ognuno di noi e ognuna delle nostre mosse, opinioni, espressioni, abbia per noi stessi, il peso della carta velina.

 

Leggo l’Ansa: in un bunker sotto assedio è nata una bimba. Mia.

Il Covid e la vita , dunque, sono le uniche “cose” che non hanno nessuna paura. Nemmeno di Putin.

Ed ecco che il Covid, ben oltre le nostre chiacchiere, non è certamente scomparso e lo vedremo quando sarà il momento.

Allo stesso modo, ben oltre il nostro odio, la vita continua a nascere e la vediamo sorgere in mezzo alle macerie umane.

Uno da combattere, l’altra da difendere. In mezzo, la guerra. Quella da estirpare.

Così, annidate, le mie livide speranze.

Che Dio ci aiuti.


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donmichelangelotondo più di un mese fa

Vincere senza uccidere

 
 
 

«Vincere senza uccidere, come nello sport, è l’opposto di uccidere senza vincere, come in una guerra.

E sembra elementare»

(Acca)

Leggo il post di turno: “Putin ha avuto il potere di sconfiggere il Covid in due giorni”.

In realtà, Putin non ha fatto altro che dimostrare, ove ce ne fosse stato bisogno, quanto ognuno di noi e ognuna delle nostre mosse, opinioni, espressioni, abbia per noi stessi, il peso della carta velina.

 

Leggo l’Ansa: in un bunker sotto assedio è nata una bimba. Mia.

Il Covid e la vita , dunque, sono le uniche “cose” che non hanno nessuna paura. Nemmeno di Putin.

Ed ecco che il Covid, ben oltre le nostre chiacchiere, non è certamente scomparso e lo vedremo quando sarà il momento.

Allo stesso modo, ben oltre il nostro odio, la vita continua a nascere e la vediamo sorgere in mezzo alle macerie umane.

Uno da combattere, l’altra da difendere. In mezzo, la guerra. Quella da estirpare.

Così, annidate, le mie livide speranze.

Che Dio ci aiuti.


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donmichelangelotondo più di un mese fa

 

PROTESTARE CONTRO IL DITTATORE PUTIN È DA VERI CORAGGIOSI...

Solidarietà in tutto il mondo, manifestazioni, veglie e proteste

In mezzo milione a Berlino per la pace. Proteste contro la guerra a San Pietroburgo. Dal 24 febbraio sono oltre 4500 i manifestanti arrestati dalla polizia russa

 

© EPA FOTO
 
 

Una marea umana attraversa il cuore di Berlino, per la pace.

Mezzo di milione di persone hanno manifestato nella capitale un tempo divisa dal muro.

 

Lo slogan è inequivocabile "Stop war!". Centinaia di migliaia di tedeschi, arrivati da ogni regione della Germania, e persone di ogni nazionalità hanno sfilato oggi fra bandiere ucraine e delle pace. Un corteo che si è esteso a macchia d'olio, superando i km previsti dagli organizzatori che aspettavano 20 mila persone: dalla colonna della Vittoria fino alla Porta di Brandeburgo.

La manifestazione di Berlino

Nuove proteste contro la guerra in Ucraina si stanno tenendo a San Pietroburgo, in Russia. La polizia sta sgomberando i manifestanti, secondo quanto si vede dalle immagini tramesse dalle televisioni internazionali. Un totale di 4.552 persone sono state arrestate dalla polizia russa nel corso delle manifestazioni di protesta contro l'invasione dell'Ucraina a partire dal 24 febbraio. Lo riporta il sito indipendente OVD-Infogruppo che si occupa della tutela dei diritti umani in Russia. Solo oggi sono oltre 900 le persone fermate durante le proteste che si sono tenute in 44 città in tutta la Russia, da Mosca alla Siberia.

Studenti, metalmeccanici, agricoltori muniti di trattori, pescatori, allevatori con i loro animali al seguito, sindacalisti, collettivi, centri sociali, politici, religiosi, musicisti, persino il mondo del calcio: un fiume di persone è sceso in piazza da nord a sud Italia e in tutto il mondo per esprimere vicinanza all'Ucraina e al suo popolo e condannare la guerra e chi l'ha causata.

 A Roma si è riempita piazza del Campidoglio per la fiaccolata per la pace organizzata dal sindaco Roberto Gualtieri, e alla quale hanno partecipato anche le opposizioni, che si è poi mossa in corteo verso il Colosseo.

La Tour Eiffel a Parigi e molti monumenti in Italia e in Europa sono stati illuminati con il giallo ed il blu della bandiera ucraina o spenti in segno di lutto e di solidarietà, mentre piena di simboli è stata la manifestazione che si è svolta nel centro di Sarajevo: 'Sarajevo 1992 - Kiev 2022', ''Non abbandonate l'Ucraina come avete fatto con la Bosnia" sono stati gli striscioni mostrate dai manifestanti della città simbolo di quella guerra.
New York, l'Empire State Building illuminato con i colori della bandiera ucraina

 

 

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