E quindi giovedì 30 giugno entra in vigore “la dura legge del Pos”. Pagamenti obbligatori con carta di credito in tutti gli esercizi commerciali. Pena, una multa di 30 euro più il 4 per cento della transazione negata. In un paese ancora legato ai pagamenti cartacei e al nero, cioé all’evasione fiscale, ci sarebbe da esultare. Finalmente. E invece no. La norma approvata in gran fretta dal Parlamento nel decreto di attuazione del Pnrr sembra fatta apposta per diventare la solita occasione mancata del legislatore per farci fare un salto in avanti. Intanto c’è il meccanismo della multa: è il cliente che deve denunciare l’esercente. Immaginate la scena: devo pagare un caffè, quello mi dice che il Pos è rotto, è sempre rotto il Pos in certi negozi, io esco, chiamo una guardia e sporgo denuncia.
E poi cambio quartiere probabilmente. Ma il vero punto debole della norma è nell’aver considerato un solo tipo di pagamento digitale: quello con il Pos, appunto, un acronimo che sta per Point of Sale, un oggettino al quale avvicinare la carta di credito per la transazione, pagando ovviamente varie commissioni. Ma lo sa, il ministro dell’Economia Daniele Franco, che questa norma ha voluto, che si possono fare pagamenti elettronici, e quindi tracciati, anche senza carta di credito e con commissioni quasi azzerate? La tecnologia ha fatto passi da gigante in questi anni: avvicini il tuo telefonino a quello dell’esercente, scrivi la cifra dovuta e i soldi si trasferiscono, come per magia.
Migranti feriti e morti dopo l'assalto alla grata di Melilla
La politica del governo spagnolo nei confronti dei migranti che cercano di entrare in Europa “saltando” le due reti metalliche che cingono Melilla è aberrante, non da oggi. E’ una politica codificata dopo la strage del febbraio 2014, quando i militari spagnoli spararono contro persone che arrivavano (in questo caso a nuoto) uccidendone, ancora in mare, quindici. Consiste nel “respingimento a caldo”: chi arriva da territorio marocchino non ha il diritto di identificarsi, di fare richiesta di asilo, di contare su un interprete come invece prevede la legge internazionale.
Viene semplicemente rimandato indietro all’istante, quando ancora in vita. Mentre dalla costa orientale della Spagna partono con ritmo regolare imbarcazioni di Ong che assistono e sovente salvano dalla morte i migranti che arrivano nel Mediterraneo, applauditissime, dalle coste dell’Andalusia si avvicendano verso Melilla agenti della Guardia Civil incaricati di sparare a vista. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, socialista, riguardo alle 37 persone uccise venerdì scorso ha parlato di un “assalto al suolo spagnolo violento e organizzato dalle mafie”, e si è rallegrato con la gendarmeria marocchina che lo ha respinto, di concerto con la Guardia Civil.
37 morti. Parole irricevibili, ma soprattutto un doppio registro nelle politiche migratorie e umanitarie di quel Paese che non si può più spiegare con le sole “ragioni storiche”: col dire, insomma, che Melilla (si pronuncia con la gl, foneticamente Meliglia) e Ceuta siano “eccezioni” in quanto enclave spagnole in territorio marocchino, perciò confini vulnerabili. Risale alla Reconquista, al 1497, la ispanidad dei due presidi. E’ tempo di riconsiderarla, la Storia.
La prima cosa bella di mercoledì 29 giugno 2022, visto che è il giorno dei santi Pietro e Paolo, è il fioretto. Sta dilagando tra gli sportivi. Ma occorrerebbe intenderci: quando e come va fatto? Già ad inflazionarlo rischia la fine del referendum: nessuno lo prende più sul serio. E’ una cosa, invece, quasi commovente: un tentativo di negoziare con il destino, che per definizione non dovrebbe lasciarsi influenzare. Invece, ci provano. Il punto è che non sempre azzeccano i tempi, che per uno sportivo è tanto. Lo confondono con il “voto”: se mi succede questo, farò quello. E’ andata sempre bene all’allenatore Nicola, che ha conquistato due salvezze promettendo percorsi a pedali o marce forzate. Ma avrà davvero influito? Almeno si era speso. Quando Berrettini ha detto: “Se vinco Wimbledon mi taglio la barba”, ho tremato. Per lui e per noi. Va bene che la nonna non volesse cose estreme, ma una rasatura in cambio della gloria e di oltre due milioni di euro era francamente una proposta indecente. Almeno, tagliatela prima. E infatti: zot! Niente vittoria, manco un inizio. Povero. Non ci sarà correlazione, ma i fioretti vanno offerti, senza se e senza ma. Adesso, per dire, non tocco più alcol, perché vorrei…
(Leggo)
«Ma voi, chi dite che io sia?» Mt 16,13-19.
È un reciproco chiamarsi per nome ciò che avviene tra Gesù e Pietro, un riconoscere l’uno l’identità profonda dell’altro. È questo ciò che può avvenire a ogni discepolo che si pone alla sequela di Gesù: essere riconosciuto nella sua identità più profonda e ricevere da questo sguardo di amore, che dona spessore e profondità, un nome nuovo.
(Prego)
La sua parola vi ha chiamati il vostro nome ha pronunciato abbandonata casa e campi Gesù e il Vangelo avete amato.
Dal 21 novembre al 18 dicembre prossimi andrà di scena la XXII edizione dei campionati mondiali di calcio che verranno disputati in Qatar. Come ben sappiamo, per la seconda volta consecutiva, ahinoi, la Nazionale non ha staccato clamorosamente il pass per il torneo, visto che siamo campioni europei in carica.
Non sarà la prima volta che non ci saremo. La nostra prima assenza è coincisa con la prima edizione del Mondiale che si tenne in Uruguay, meglio dire, nella sola città di Montevideo.
L’idea una decina di anni prima, la scelta al Congresso di Amsterdam della FIFA del 1928, il torneo due anni dopo in Uruguay. Finalmente la FIFA riesce a organizzare la prima edizione della Coppa del Mondo. Esistono tornei internazionali dedicati alle nazionali, già di un certo prestigio, come la Coppa Internazionale e soprattutto il torneo olimpico di calcio, che a partire dal 1900, è stato inserito tra le manifestazioni olimpiche, seppur questo sport sia ritenuto di basso livello. Ma, nelle intenzioni della FIFA, la Coppa del Mondo deve essere la principale manifestazione calcistica, e non solo. La sede scelta è l’Uruguay, che in tal modo commemora i cento anni del Giuramento della Costituzione. Non a caso lo stadio principale della capitale si chiama Centenario.
Al via quindi, per l’unica volta, alle iscrizioni. Niente qualificazioni. Ci si aspetta il boom di partecipazioni, vi si iscrivono solo in tredici, nove provenienti dal Nuovo Mondo, di cui sette dalla CONMEBOL, la massima Confederazione del calcio sudamericano: Uruguay, paese ospitante, Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù, Messico, Stati Uniti, Belgio, Jugoslavia, Francia, Romania. Mancano, oltre all’Italia che è una gran bella squadra, alcune delle nazionali più forti dell’epoca, come Austria e Cecoslovacchia, fautrici della cosiddetta scuola danubiana, Germania e gli spocchiosi inglesi, che ne resteranno fuori fino al 1950, ritenendosi i Maestri del Calcio.
Peggio per loro.
Alcune nazionali, come il Belgio, ricevono degli aiuti finanziari per raggiungere l’Uruguay da parte di Rimet, presidente della FIFA, mentre per la Romania re Carol in persona si prodiga per portare la sua nazionale laggiù.
Le squadre vengono suddivise in quattro gironi, uno da quattro squadre, i restanti da tre. Si gioca con un pallone di cuoio che provoca ferite quando è colpito con la testa, e solo a Montevideo, in tre stadi diversi : il Centenario, il Gran Parque Central e il Pocitos.
Il primo gol della storia dei campionati del mondo è di un operaio della Peugeot, Lucien Laurent, nella partita Francia Messico che rischia di essere rinviata per neve, essendo inverno nell’emisfero australe. La partita finisce 4 a 1 per i transalpini. I gironi vengono vinti dall’Argentina, dalla Jugoslavia, dai sorprendenti Stati Uniti, che annoverano tra le loro file immigrati inglesi e scozzesi, e dai padroni di casa dell’Uruguay. Ora, gli uruguaiani sono dei veri maestri di calcio: hanno vinto le edizioni olimpiche del 1924 e del 1928; “se l’Inghilterra è la madrepatria del calcio, l’Uruguay è il padre” dice qualcuno; tra le sue fila può vantare calciatori del calibro di Cea, Andrade – la meraviglia nera -, Scarone. Alla ben nota” garra”, gli uruguaiani associano un calcio tecnico e sublime. Entrambe le semifinali terminano a favore della Celeste e dell’Argentina, che umiliano nell’ordine Stati Uniti e Jugoslavia, la cui partecipazione varrà un buon piazzamento e il ricordo dell’ impresa in un film, diventata in seguito una serie, ben nota in Serbia, dal titolo “Montevideo, Bog te Video!”.
La finale è una questione di rivalità, il derby del Rio de Plata, un match ad altissima tensione. Prima della gara, l’arbitro belga Langenus, minacciato di morte, prova la fuga, viene intercettato e riportato in albergo, con la promessa di avere salva l’incolumità, e un’assicurazione sulla vita lo incoraggia nell’impresa.
Meglio non rischiare.
La partita è un’altalena di emozioni: segna Dorado per i padroni di casa, Peucelle pareggia e il leggendario Stabile porta avanti l‘Albiceleste. Pareggio di Cea al 57′, sorpasso uruguaiano con Iriarte, e sigillo di Castro per il tripudio dell’Uruguay, in una partita correttissima. I problemi si avranno dopo il fischio di Langenus: un morto e dei feriti negli scontri post gara, chiusura dell’ambasciata uruguaiana in Argentina e rottura delle relazioni tra le due confederazioni sudamericane.
Non avevo mai avuto mal di denti in vita mia. Mai, almeno fino a quando, un giorno, non decisi di sbiancarli, fino a quando la mia occasionale dentista non riscontrò delle carie da curare. Premettendo che quei denti, effettivamente, non mi procuravano alcun dolore, scelsi di affidarmi comunque alla competenza di una professionista dimostratasi, dopo, fallace.
Oggi, a distanza di anni da quell’invasiva chirurgia orale, non riesco più a masticare dalla guancia sinistra, le vettovaglie cibarie battono impertinenti sull’affannoso e lancinante molare, costringendomi a triturare pietanze lontano dalla zona pericolosa. Probabilmente, all’epoca, l’inconsapevolezza del benessere mandibolare mi portò a voler rendere perfettibile una condicio già di per sé molto buona.
Oggi, prima di bezzicare consistenti pezzi di pane sbocconcellati in cucina, ricordo, con velata nostalgia, la mia passata capacità di sgranocchiare tutto a 360 gradi, senza prestare attenzione al canale migliore da cui indorare la pillola.
E, solo allora, mi rendo conto di quanto sia importante lasciare andare le cose, evitando di manomettere il corso naturale degli eventi.
Perché, in fondo, ingoiare rospi, a volte, può risultare meglio che masticare amaro.
Un filosofo dell’800, di quelli che si studiano nell’anno della maturità, diceva: “Noi siamo quello che mangiamo”. Due secoli più tardi noi siamo anche quello che leggiamo, postiamo e condividiamo sui social. Per questo da venerdì scorso mi interrogo: che aveva di così speciale, di irresistibile, l'occhiataccia di Damiano dei Maneskin ad una fan per diventare il contenuto più letto per tre giorni di fila?
Per i pochissimi che non abbiano letto quel post, riepilogo brevemente che una fan si è presentata ad un concerto con un cartello in cui diceva di essere stata per molto tempo Coraline - il titolo di una struggente canzone dei Maneskin - e poi di essere in qualche modo guarita. Era un cartello di ringraziamento ma il cantante lo aveva equivocato evidentemente; e poi si era scusato. Tutto qui. Una curiosità. Ma venerdì, poco dopo la clamorosa sentenza sull’aborto negli Stati Uniti, il pezzo più letto era, di gran lunga, l’occhiataccia di Damiano; e quando poco dopo Gregorio Paltrinieri ha fatto una impresa epica al mondiale di nuoto, il post più letto era sempre quello dei Maneskin; e quando sabato una importante città ucraina è finita in mano ai russi, quella notizia non ha guadagnato il primo posto; e nemmeno ci è riuscita domenica la storia della bimba uccisa dalla maestra. O la siccità, il caldo, la rivolta nelle spiagge, il ritorno del covid o quello che volete voi.
Che aveva di speciale, di irresistibile, quel titolo? Era ammiccante? Era intrigante? Aveva la parola Maneskin che funziona sempre? Oppure semplicemente è estate e vogliamo contenuti frivoli? Non lo so. Ma mi ricordo che una volta una regina osservò cosa accadde quando, durante la tentata rivoluzione in Iran del 2009, morì Michael Jackson, e sui social tutti ci dimenticammo di Teheran e la rivolta fu schiacciata nell’indifferenza generale. Anche io ho cliccato sull’occhiataccia di Damiano, venerdì, ma ricordiamoci di dare tempo e attenzione alle cose che contano davvero per il nostro futuro.
Un'immagine del cimitero acattolico di Roma, vicino alla piramide Cestia
Stavo cercando conferma che la direttrice del Cimitero acattolico di Roma fosse ancora Amanda Thursfield, persona di grande cultura e modi coerenti al suo sapere, la incrocio spesso nei pomeriggi che trascorro lì a leggere, fare silenzio, cercare il bandolo di qualche rovello. Le avrei rivolto direttamente la preghiera di cui vi parlerò fra un momento, quando mi sono accorta che è vacante il posto di lavoro da direttore di uno dei luoghi più belli del mondo.
Ho letto il bando: sono richiesti esperienza nella gestione di un’organizzazione culturale, ottimo inglese scritto e parlato (anche italiano, lo diamo per scontato) e varie altre caratteristiche tra cui, ascoltate, “capacità di lavorare in autonomia, di delegare secondo necessità e soprattutto integrità, entusiasmo ed empatia”. Pagherei per sbirciare i candidati, ai quali in un’altra vita mi aggiungerei di certo, se riuscissi a passare la scrematura iniziale. Voi che potete, correte: le domande si possono presentare fino all’11 luglio, l’incarico inizia dal 1 gennaio 2023.
Se per caso la dottoressa Thursfield fosse reggente, in questo semestre, le chiederei la gentilezza di considerare la petizione firmata da moltissimi perché si trovi in quel mirabolante giardino di anime un angolo per le ceneri di Patrizia Cavalli, poeta. Non importa quando distante da Gadda e Luce d’Eramo, non fa niente se al lato opposto rispetto a Dario Bellezza e Lussu. La zona attorno alla tomba di Gramsci è satura, non parliamo dell’area Keats e Shelley, dove solo i gatti possono. Il sogno sarebbe vicino ad Amelia Rosselli ma anche la compagnia di Gregory Corso, nella vita dopo la vita, sono fiduciosa che a Patrizia potrebbe far piacere. Intanto grazie.
L’irrisolto ci attanaglia. Il problem solving sembra una missione quotidiana, più che una competenza limitata al curriculum vitae. Perché spesso sembra di vivere per risolvere problemi, nostri e altrui. E arrivare a fine giornata senza averli risolti tutti può diventare una fonte di ansia non indifferente.
Questioni sospese, discorsi da riprendere, addebiti erronei, accrediti mancati, scartoffie da terminare, incombenze burocratiche da smaltire, elettrodomestici da riparare, telefonate da fare, libri da finire, esami da preparare, angoli di casa da riparare, ferite da tenere d’occhio, relazioni da reimpostare. A volte, tutto è semplicemente troppo. E, se proprio non si può rinunciare, occorrerebbe almeno dilazionare, sospendere qualcosa e concentrarsi sulle urgenze reali.
Altre volte, invece, la questione può diventare più spinosa, perché qualcosa reclama di restare insoluto. Certo, una società della performance non può accettarlo. Dunque, non lo accettiamo nemmeno noi, che continuiamo caparbiamente a cercare soluzioni a tutto, come se ogni nostro giorno fosse un cruciverba della settimana enigmistica, a caselle fisse, a definizioni nette, a completezze da garantire. Del resto, tra le virtù più in voga oggi, c’è proprio l’essere “risoluti”, ossia “pronti a re-solvere”, a “sciogliere problemi”, a “trovare soluzioni immediate”.
Non tutto però può essere risolto, né subito, né dopo. Succede, cioè, che certe soluzioni, trovate a prezzo di sfiancanti analisi, bramate solo per paura di lasciare qualche casellina vuota, si rivelano peggiori del vuoto stesso, del nodo che non si scioglie. E dovremmo seriamente iniziare a prendere in considerazione l’ipotesi che va bene così. Anche perché spesso pretendiamo da volti e fatti del nostro presente di sciogliere nodi di un passato che non li riguarda, di cui non hanno alcuna responsabilità, semplicemente perché non l’abbiamo nemmeno noi. Si soffre, ci si svuota a volte fino al midollo, si resta cavi e segnati, perché il mistero del male ci tocca tutti, dal primo all’ultimo e può accadere che alcune cicatrici restino ben visibili, fastidiose e doloranti, e che alcuni vuoti restino tali, atti solo a rimandarci indietro l’eco dei nostri gemiti. Ci sono cose, insomma, irrisolvibili.
Che fare? Imparare a conviverci e trovare in quei nodi la possibilità di accorciare le distanze, di congiungere cose, di riassaporare gli intrecci, di reimparare i legami, facendo alleanza coi nodi degli altri. Come in una cordata, in cui non si è solo compagni di scalata, ma si sperimenta un’interdipendenza vitale imperniata su un gioco di attaccature e distanze e di tensione vibrante. Come le corde di uno strumento o quelle del cuore, giacché le parole sono misteriosamente collegate dalla radice indoeuropea k-, alla base dell’idea di “spingere”, “incedere”, “piegare”, “vibrare”. E per chi crede che sia solo romanticismo, anche la parola “cervello” trova qui la sua etimologia. Volgere i nodi in una cordata salvifica è questione complessa, coinvolgente, avvolgente, bisognosa di sentimenti delicati, emozioni accolte e scelte assolutamente razionali, “accordate” in una sinfonia unica, che si chiama “vita” anche nei suoni più gravi, anche nelle stonature.
Insomma, forse possiamo essere sia irrisolti sia felici. Per cui «Lascia stare l’orgoglio del tuo io, il coltello che fruga le ferite. Non credere più di tanto ai traumi, agli errori. In verità ogni giorno sei una cosa nuova, non sai niente della vita e la vita non sa niente di te» (F. Arminio).