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La nostra Albachiara

 
 
 

Non so più come dirvelo, non so più come smentire queste fake news: io amo il Sud!”

A pronunciarlo, dal palco dello Stadio San Nicola di Bari, è Vasco Rossi, protagonista assoluto di un tour che ha fatto tappa nel capoluogo pugliese raccogliendo 50mila fans, elargendo emozioni, respirando vibrazioni che solo la rockstar di Zocca riesce a trasmettere.

È stato il mio terzo concerto del Blasco nazionale, ma quello dello scorso 22 giugno era un Vasco diverso, un settantenne  a  cui hanno somministrato l’elisir di giovinezza , un uomo saggio che inneggia all’Amore in favore di bambini e anziani vittime di guerra, un cantante che definire tale è riduttivo, un’icona, quasi un simbolo religioso, con buona pace di chi non considera opportuno mescolare sacro e profano.

Generazione di sconvolti che non ha più santi né eroi, la nostra, le nostre, diciottenni che urlano a squarciagola hits degli Anni Ottanta, sessantenni che cantano a memoria successi più recenti.

È Vasco, l’uomo delle contraddizioni, il drogato, l’ubriaco, l’anima fragile che non può mai condurre alla perdizione, perché gli angeli sono dalla sua parte, nella sua penna, in quei versi che graffiano le coscienze di chi lo ascolta, di chi vuole una vita spericolata, di chi, come il Sottoscritto, intende vivere e sorridere e dei guai e pensare che domani sarà sempre meglio!

Giuseppe, Annarita, Michela, Gerry, Domenico, Angelica, Patrizia, Jenny, Carmen, Rita, Francesco, Ilaria. I miei compagni di viaggio, note che scorrono sul pentagramma di questa avventura come scalini che portano al paradiso o in curva, fa lo stesso, perché i cuori battevano all’unisono, finalmente di nuovo tutti insieme, fanculo il covid e fanculo la guerra!

È stata la notte di Vasco, del buio che ti fa gridare “sììì, stupendooo”, la notte che tutti ricorderemo per sempre, anche se un senso non ce l’ha, anche se in quel momento sei lì a cliccare rewind pur di non cancellare attimi di felicità. È stata la nostra rinascita, l’albachiara dei nostri sogni…

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Il matrimonio non è una formalità da adempiere, ma l’inizio di una nuova vita

 
 
 

“Dio fa dei due sposi una sola esistenza” (AL 121)

Lo scorso 22 giugno Papa Francesco intervenendo all’apertura del X incontro mondiale delle Famiglie (22-26 giugno 2022) rivolgendosi alle famiglie e ai rappresentanti giunti a Roma, dopo aver ascoltato le toccanti testimonianze di alcune coppie che hanno dato voce all’esperienza di tante famiglie del mondo che vivono gioie, inquietudini, sofferenze e speranza, ha fatto sentire la sua vicinanza paterna con un discorso appassionato e di grande incoraggiamento facendo un riferimento alla parabola del buon samaritano ha detto: «Il mio incoraggiamento è anzitutto proprio questo: partire dalla vostra situazione reale e da lì provare a camminare insieme: insieme come sposi, insieme nella vostra famiglia, insieme alle altre famiglie, insieme con la Chiesa. Penso alla parabola del buon samaritano, che incontra per strada un uomo ferito, gli si fa vicino, si fa carico di lui e lo aiuta a riprendere il cammino. Vorrei che proprio questo fosse per voi la Chiesa! Un buon samaritano che si fa vicino, vicino a voi e vi aiuta a proseguire il vostro cammino e a fare “un passo in più”, anche se piccolo. E non dimenticare che la vicinanza è lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza. Questo è lo stile di Dio. […] Possiamo dire che quando un uomo e una donna s’innamorano, Dio offre loro un regalo: il matrimonio. Un dono meraviglioso, che ha in sé la potenza dell’amore divino: forte, duraturo, fedele, capace di riprendersi dopo ogni fallimento o fragilità. Il matrimonio non è una formalità da adempiere. Non ci si sposa per essere cattolici “con l’etichetta”, per obbedire a una regola, o perché lo dice la Chiesa o per fare una festa; no, ci si sposa perché si vuole fondare il matrimonio sull’amore di Cristo, che è saldo come una roccia. Nel matrimonio Cristo si dona a voi, così che voi abbiate la forza di donarvi a vicenda. Coraggio, dunque, la vita familiare non è una missione impossibile! Con la grazia del sacramento, Dio la rende un viaggio meraviglioso da fare insieme a Lui, mai da soli. La famiglia non è un bell’ideale, irraggiungibile nella realtà. Dio garantisce la sua presenza nel matrimonio e nella famiglia, non solo nel giorno delle nozze ma per tutta la vita. E Lui vi sostiene ogni giorno nel vostro cammino».

Alla luce di queste stimolanti e incoraggiante parole di papa Francesco il servizio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie ha chiesto a una coppia di sposi Rosa e Liborio, già responsabili della pastorale familiare della parrocchia di San Silvestro in Bisceglie, una testimonianza sulla loro esperienza familiare, fatta di normalità, di fatiche ma anche  di tanta fede e speranza nella presenza, tenerezza e vicinanza di Dio, che come il Buon Samaritano ha guidato la loro esperienza di fidanzati, prima, e di coniugi dopo. Liborio, poi, da diversi anni fa parte dell’equipe del servizio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie. Si offre di seguito ai lettori e alle lettrici la testimonianza dei coniugi Tridente.

***

Prima di parlare della nostra esperienza familiare ci sembra opportuno presentare la nostra famiglia. Noi (Rosa e Liborio) siamo sposati da circa 29 anni, abbiamo tre figli, l’ultimo dei quali con Trisomia 21. Ci siamo conosciuti e fidanzati nell’estate del 1978 a Molfetta quando eravamo poco più che adolescenti e da allora pian piano è cresciuta la nostra storia. Di questo primo periodo ricordiamo con immenso piacere gli anni trascorsi in parrocchia aiutati a crescere da quella splendida figura sacerdotale che è stato il compianto don Luca Murolo (primo parroco della Parrocchia Madonna della Pace di Molfetta). In quel periodo la nostra Diocesi ha avuto la Grazia di avere come vescovo don Tonio Bello che noi abbiamo vissuto personalmente ed è stata una figura educativa importante nella nostra crescita cristiana. In quegli anni si è fatta sempre più strada l’idea di coronare il periodo del fidanzamento con la celebrazione del matrimonio religioso. Intanto abbiamo continuato ad impegnarci in parrocchia come animatori di ACR.

Oltre alle figure sacerdotali, estremamente importanti sono state le nostre famiglie che hanno sempre rappresentato un modello di riferimento e hanno agevolato la nostra storia di amore con discrezione.

Con l’inizio degli studi universitari e il lavoro per sostenerci allo studio, c’è stato progressivamente l’abbandono degli impegni parrocchiali, ma non la frequenza della messa domenicale che è diventata la nostra principale fonte di “abbeveraggio” alla Parola di Dio. Anche quando le relazioni amicali non sono più state essenzialmente quelle parrocchiali abbiamo mantenuto ferma la nostra scelta cristiana.

Con il conseguimento della laurea e l’inserimento in campo lavorativo, abbiamo deciso che era arrivato il momento di dare concretezza alla nostra storia d’amore e ci siamo determinati verso il matrimonio, sempre sostenuti dal nostro parroco e dalle famiglie.

La tappa del matrimonio, ha significato concretamente l’inizio di una nuova vita, non è stata una pura formalità da adempiere. Dopo circa quindici anni di fidanzamento abbiamo imparato gradualmente a vivere la quotidianità di coppia con le gioie e le difficoltà che la vita di coppia comporta. Abbiamo preso coscienza delle diversità caratteriali e abbiamo così imparato a litigare e ad apprezzare i piaceri del vivere insieme. Trascorso qualche anno di assestamento abbiamo pensato di arricchire la nostra famiglia aprendoci alla vita. A posteriori possiamo dire che abbiamo imparato concretamente che i nostri tempi non corrispondono con quelli della progettualità di Dio. La nascita di Marco è stato un ulteriore passo nella maturazione di coppia. L’arrivo del primo figlio insieme all’immensa gioia ti fa prendere coscienza delle responsabilità e degli oneri che difficilmente si mettono in preventivo prima. Insieme, come al solito, abbiamo superato le difficoltà che inevitabilmente la nascita del primogenito comporta nella coppia. Nel 2000 è nato Mattia, in questo periodo crediamo che la nostra relazione matrimoniale abbia subito una fortissima crescita dovuta all’accudimento di due bambini piccoli e ad un inaspettato problema lavorativo. Certamente oggi possiamo affermare che dalla dura realtà di quel periodo ne siamo usciti fortificati come coppia. A questo proposito ci sembra opportuno sottolineare la discrezione con cui ci hanno sostenuto le rispettive famiglie di origine, facendo per noi quello che era loro possibile senza mai interferire nella nostra vita familiare. Quando pensavamo di aver toccato l’apice delle difficoltà di coppia ancora una volta ci siamo ritrovati a dover fare i conti con la sofferenza dovuta ad un aborto spontaneo e alla conseguente perdita di una bambina. Passato il primo momento di normale sbandamento ci siamo aggrappati ancora di più al nostro percorso di fede sempre sostenuti da don Luca che seppure da lontano non ci ha mai abbandonati. Anche questa volta, a posteriori, abbiamo avuto modo di sperimentare la progettualità di Dio per la nostra coppia/famiglia infatti nel 2004 è nato Enrico. Chi legge potrà ben comprendere cosa significa trovarsi inaspettatamente di fronte ad una diagnosi di Trisomia 21. La nostra prima sensazione è stata quella che il mondo in quel momento ci stesse crollando letteralmente addosso. Nulla di più sbagliato, non avevamo fatto i conti con la progettualità di Dio. La nostra famiglia seppure con Marco e Mattia ancora piuttosto piccoli si è compattata e, credeteci, ognuno da quel momento ha iniziato a contribuite come meglio poteva. Per esempio Marco e Mattia sono divenuti i primi terapisti di Enrico. Rosa – ricercatrice CNR – ha deciso di dare una svolta alla sua ricerca sfruttando il suo know how sui Mitocondri per cercare di capire i sistemi energetici non funzionanti in Sindrome di Down. Anni di duro lavoro come mamma/ricercatore le hanno permesso di diventare un importante riferimento nazionale e mondiale per i genitori che hanno bambini con Trisomia 21. Ritornando al frutto del nostro amore, i figli, ormai tutti cresciuti, vivono e crescono in una famiglia normale con le quotidiane difficoltà dove non mancano momenti belli in cui ci si rende conto della ricchezza che loro rappresentano per noi genitori, ma dove altrettanto normalmente ci sono attriti e litigi dovuti allo svilupparsi delle singole personalità. La cosa che ci fa piacere evidenziare è che nel loro rapporto nessuno fa sconti particolari ad Enrico il quale si avvantaggia di questo clima e vive molto bene i rapporti sociali (scuola, sport, scout, parrocchia e ogni ambiente che frequenta).

Sperando che questo percorso di vita della durata di ben 44 anni possa essere utile a chiunque lo legga e possa far emergere che nelle varie fasi della vita, noi coppie cristiane, dobbiamo sempre avere come riferimento l’Amore immenso anche se irraggiungibile di Gesù Cristo estrinsecato sulla Croce vivendolo alla luce illuminante del Vangelo, soprattutto quando le cose non vanno come vorremmo con la fiducia che Lui sa di quello che abbiamo realmente bisogno.

Rosa e Liborio

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Dante militante

 
 
 

«Ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso 
tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo 
de la mia gloria e del mio paradiso»

(Paradiso XV, vv.34-36)

Il quindicesimo del Paradiso è il primo dei tre canti dedicati a Cacciaguida degli Elisei, trisavolo di Dante, che si muove incontro a lui come una stella cadente, lo accoglie come Anchise fece col figlio Enea nei Campi Elisi e accosta il suo viaggio a quello di san Paolo.

L’atmosfera, densa di affetto, è dal mio punto di vista velata da un eccesso di moralismo: prima una tirata di Dante su quanti è giusto che siano all’inferno perché non apprezzano l’intercessione dei beati – Bene è che sanza termine si doglia (v.10): ma davvero si può pensare e scrivere una cosa simile? – poi, la lunga paternale di Cacciaguida, che rievoca i tempi di una più piccola, modesta e, soprattutto, morigerata Firenze, i cui usi erano ben lontani da quelli corrotti da ricchezza e lussuria propri dei tempi di Dante. Chiosa Cacciaguida, con evidente intento sarcastico: una Cianghella e un Lapo Salterello (v.128) sarebbero degni di essere paragonati a Cincinnato e Cornelia. Come dire, un fiorentino e una fiorentina di dubbia moralità accostati, in chiasmo, a due esempi tra i più illustri della proverbiale virtus romana.

Il canto si chiude commemorando la partecipazione di Cacciaguida alla seconda crociata – e anche su questo avrei da ridire… Qui egli perse la vita per mano dei musulmani, gente turpa (v.145), e nondimeno tale martirio gli valse l’ingresso in paradiso, a differenza del figlio Alighiero I, il bisnonno di Dante, che già da cent’anni sconta la propria pena purificatrice nella prima cornice del Purgatorio.

Vabbè, non mi si scalda il petto, è evidente.

Mi viene piuttosto in mente quel che un grande poeta e scrittore dei nostri tempi, Franco Arminio, chiama “scoraggiatore militante”, colui che, in qualsiasi posto viva, anche il più bello – e non mi pare che Firenze sia tra i peggiori – vede solo negatività, riesce comunque a lamentarsi e criticare e, alla fatidica domanda: che c’è di bello nel tuo paese?, risponde puntualmente: niente!

Ma come? Dante caro, sei in paradiso, incontri il tuo avo, fissi gli occhi ardenti della tua Beatrice, tocchi il fondo della tua gioia e gloria e tutto quello che sai tirar fuori è il solito pistolotto sui costumi corrotti?

Al massimo, avrei potuto concedertelo con Sordello Mantovano. Ora non più.

Non ci posso credere che proprio tu, che vedi Dio per noi, ti ostini nel dividere il mondo tra cristiani e gente turpa; non posso perdonarti che tu ti compiaccia del fatto che ci sia chi sanza termine si doglia.

Questo non è Paradiso. Forse è il tuo, e non voglio crederlo. Di certo, non è quello in cui spero io. Anche se non posso fare a meno di volerti bene: non fosse altro che per il mio, di moralismo…

Amedeo Ansaldi: «Ci sono virtù delle quali i moralisti non sospettano l’esistenza».

Elias Canetti: «Non ho mai sentito parlare di un uomo che abbia attaccato il potere senza volerlo per sé, e in questo i moralisti religiosi sono i peggiori».

Franco Arminio:

«Gli scoraggiatori militanti

li ho scoperti poco alla volta

disegnano un mondo piccolo

di fallimenti e di falliti,

doganieri dell’asma e dell’ attrito,

fiorai di un mondo morto.

adesso neppure li saluto

nego alla discordia

il mio tributo».


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La pessima idea di Amazon di far parlare i morti

La pessima idea di Amazon di far parlare i morti
1 minuti di lettura
 
 

Immaginate di tornare a casa e di rivolgervi al vostro assistente vocale. Voi gli dite qualcosa e quello risponde con la voce di un vostro genitore, o del compagno o di un figlio. Che però sono morti. E però parlano, o almeno, diciamolo meglio: l’intelligenza artificiale che sta dentro gli assistenti vocali si è impossessata della loro voce per far dire loro cose che non hanno detto, che forse non avrebbero mai detto, e che comunque non potranno mai dire visto che appunto sono morti.

Riuscite a immaginare un utilizzo più cinico, macabro e stupido di una tecnologia? Ad Amazon no, evidentemente, perché questa cosa l’hanno presentata in pompa magna al loro evento annuale sul futuro, che è in corso in California: è stato un loro scienziato, Rohit Prasad, a farlo dicendo che, per esempio, visto che molti hanno perso parenti a causa del coronavirus, in questo modo potranno non solo risentire la loro voce, ma illudersi di poter ancora avere una conversazione con loro. Oppure, ha detto ancora, i nipotini potranno farsi leggere la favola lasciata a metà dalla nonna appena defunta. Sui social fra i giovani c’è una parola per definire cose così: creepy. Raccapricciante.

 

 

 

Il funzionamento della cosa è piuttosto semplice, ha spiegato lo scienziato di Amazon, ed è basato su un'applicazione dell’intelligenza artificiale: basta fornire una registrazione di qualche minuto del parlato di qualcuno (anche i messaggi vocali che ci ha mandato finché era in vita) e Alexa, l’assistente vocale di Amazon, da quel momento assumerà quella voce. Che ore sono, che tempo fa, mi dai la ricetta del cous cous, quali sono le ultime notizie? Ti risponde il caro estinto.

La cosa solleva un sacco di domande: è legale? A chi appartiene la voce di quelle registrazioni dopo che uno è morto? E ammesso che uno prima di morire ceda i diritti di utilizzo della propria voce, questo vuol dire che un criminale potrà simulare perfettamente la voce di un altro per compiere un reato? Più in generale: che problema grave ha esattamente chi ritiene che nel futuro prossimo vorremo far parlare gli assistenti vocali con la voce dei nostri cari defunti?

La chiamano Human-like Empathy, ovvero il tentativo di costruire delle macchine con un'empatia simile a quella degli esseri umani, ma qui è proprio l’umanità che sembra essere finita in un buco nero. L’unica speranza è quello che è accaduto in sala quando lo scienziato ha annunciato la cosa: un silenzio di tomba. 

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E se a un tratto gli elettori

 
Lorenzo ha vissuto in giro per il mondo, fra Australia, Hawaii, Italia e, ora, Grecia

Lorenzo ha vissuto in giro per il mondo, fra Australia, Hawaii, Italia e, ora, Grecia

Lorenzo Babini, 37 anni di Milano, ingegnere gestionale, lavora ad Atene in corporate finance come manager

E se tutto ad un tratto gli elettori manifestassero in modo unito il proprio dissenso per la guerra e la corsa al riarmo. E se per assurdo l'opinione pubblica  chiedesse all'unisono un'inversione di rotta verso un'economia più giusta, inclusiva e sostenibile. E quindi di riflesso i politici, per catturare questo stesso consenso, si allineassero uniti a questi (sani) principi. Dovremmo preoccuparci?

Personalmente ritengo di no. E poco mi importerebbe se leader che fino al giorno prima avevano magari seguito una linea differente, mostrino un interesse concreto a farsi interpreti e promotori di una politica nuova tesa a tutelare il bene comune. C'è chi lo farebbe perché ci crede. Chi altro perché gli permetterebbe di guadagnare voti. E chissà che magari non valga il detto "fake it until you make it" e finisca per crederci davvero. A anche se così non fosse, di nuovo, sarebbe così rilevante? No. Se la direzione è quella giusta, poco importano le presunte dietrologie.

Infine mi domando. Se tutti i politici si alzassero in piedi per andare a Mosca a chiedere a gran voce la cessazione del conflitto e cercare con maggior convinzione una soluzione di pace, non sarebbe una buona notizia? Secondo l'attuale schema mediatico, se lo fanno i pacifisti sono salviniani. Se lo fanno i 5s sono leghisti. Se lo dice il Papa, per proprietà transitiva...

Il lavoro di buona parte dell'informazione sembra costantemente teso a scavare nelle contraddizioni passate per mettere gli uni contro gli altri, secondo un perverso codice binario fatto di etichette che non fanno altro che alimentare divisione e odio, ostacolando così un cambio di rotta, ora più che mai necessario. Se per un attimo provassimo a dimenticare il passato e riuscissimo a volgere lo sguardo al futuro, con maggior unità e senso di responsabilità, si potrebbero senz'altro creare i presupposti per una politica (e un'informazione) meno divisiva e aperta al dialogo. Ne saremo capaci? Non lo so, però sarebbe un nuovo inizio di cui avremmo tanto bisogno.

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L'eterno ritorno di Silvio B.

 
Silvio Berlusconi, 86 anni e 9 mesi si dice pronto a rimettersi in gioco (era mai uscito?) per rilanciare Forza Italia

Silvio Berlusconi, 86 anni e 9 mesi si dice pronto a rimettersi in gioco (era mai uscito?) per rilanciare Forza Italia

Si stenta a credere che Silvio B., 86 anni e nove mesi, fresco di para-matrimonio, annunci che ri-discenderà in campo ora che “l’assurda condanna” che lo ha “escluso per sei anni dalla vita politica” sarà “presto abrogata dal Tribunale per i diritti dell’uomo di Strasburgo”.

A parte il fatto che nessuno ha avuto percezione che sia stato escluso dalla vita politica nemmeno un minuto: è stato l’altro giorno che la sua autocandidatura alla Presidenza della Repubblica ha tenuto in scacco matto gli schieramenti per settimane, giusto per fare un esempio minore. Tuttavia, la realtà percepita deve essere nel suo caso come l’età percepita: diversa dall’evidenza dei fatti. Quindi ecco che il ritorno annunciato si articolerà in “un grande convegno al mese” e nel “ritorno in televisione” (ritorno, ha detto, sì) fino ad ottenere alla prossime politiche un risultato, per Forza Italia, superiore al 20 per cento”.

Come motivatore, va detto, è imbattibile. I suoi epigoni strafanno, e non hanno la stessa simpatia. Era a Monza, quando ha parlato dell’imminente impennata dei consensi elettorali di un partito, il suo, già da tempo dilaniato dalla contesa per l’eredità: non ha nessuna intenzione di fare testamento, tuttavia. Ci tiene anzi a dirsi tuttora attivo anche in quell’aspetto della sua vita privata che lo ha reso celebre nel mondo. “Ho fatto un sondaggio tra le ragazze di Monza, la domanda era: vorresti fare l’amore con Berlusconi? Il 33 per cento ha risposto Magari!, il 66 ha chiesto Ancora?”. Risate a crepapelle della platea, alla quale si è infine rivolto dicendo che chi non vota il suo candidato sindaco è “un coglione”. Altre risate, applausi scroscianti. Forse sopra il 20 no, ma al 15 potrebbe.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

(Leggo)
<<In quel tempo, vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva>> Mt 8,18-22.

 

Aver fede, seguire Gesù non sempre significa stare tranquilli e sicuri nei prorpi nidi, ma andare oltre e vivere le sfide della vita...

 

(Prego)

O Dio, che ci hai reso figli della luce
con il tuo Spirito di adozione,
fa' che non ricadiamo nelle tenebre dell'errore,
ma restiamo sempre luminosi
nello splendore della verità.

(Agisco)

Se ho raggiunto un obiettivo nella vita, non devo adagiarmi...c'è sempre un'altra riva da raggiungere.

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Il conte cavaliere

 
 
 

Ho incontrato il Conte Onofrio Spagnoletti Zeuli nella sua tenuta di San Domenico contornata da filari immensi di uva e rose rosse e bianche come i suoi vini. Immerso nel suo studio fatto di libri e targhe e storia viva l’ho ascoltato mentre la persona e il personaggio si fondevano.

Imprenditore, politico, agricoltore, ciò che ha fatto è ben noto. Mi dice cosa avrebbe voluto fare?

Sono stato politico prestato alla politica per soli due anni dopo tangentopoli  accettando l’invito di Tatarella. In realtà sono un imprenditore contento di esserlo. Amo la mia terra, ho scelto di vivere in campagna di conseguenza. Avrei potuto suonare, avrei potuto continuare con l’equitazione agonistica ma ho risposto alla chiamata di mio padre che mi voleva in terra di Puglia e  posso dire di aver fatto bene.

Ha visto negli anni la tecnologia trasformare le colture. Penso nella fattoria di Orwell dove gli animali scacciano gli uomini. Dove stiamo andando? Pioverà a comando un giorno? Chi o cosa raccoglierà le olive?

Guardi io ho cominciato con l’aratro tirato dal mulo e contadini chini e sacchi di iuta. La paura che la tecnologia stravolgesse tutto ha sempre seminato panico. E invece a breve vedrò, ne sono certo, trattori senza guidatori e i satelliti e i droni mapperanno gli appezzamenti  per stabilire le condizioni e le concimazioni. Piuttosto che temere il progresso spero che i giovani tornino a questo lavoro stupendo. Lavoro che oggi  è fatto di tanto, di tecnologia e sfide sempre nuove e il tutto all’aria sana di campagna.

Su una targa di un suo albero ho letto che il vino è l’anima della poesia. Chi declama nei suoi vini?

Tutte le persone che si adoperano perché sia un ottimo prodotto. Eco sostenibilità, rispetto dell’ambiente è vero ma ancora dipendiamo spesso da fornitori esteri e andiamo in panico se scarseggia una fonte di energia.  Abbiamo invece un patrimonio ricchissimo assolutamente da valorizzare e il momento è proficuo anche per auto fornirci.

Mi dice com’è essere il Conte Spagnoletti  Zeuli?

Più che a me penso con orgoglio al mio casato che tanto ha dato e ha ricevuto dalla città di Andria. Con la riforma Mussolini e la riforma fondiaria abbiamo ceduto terreni. Ricordo quando nel 1945 siamo fuggiti dal palazzo di notte. Tanta storia. Adesso sono Cavaliere del lavoro per mano del Presidente della Repubblica Napolitano. E questo mi onora.

Mi lasci con un’immagine. È sera, cosa versa nel suo calice?

Cambio spesso. Questo è momento di un buon rosato fresco. Il 23 settembre, nome dell’ultimo nostro imbottigliato, uva di troia in purezza, premiato a Bruxelles, va benissimo con un camino acceso.

Ho salutato il Conte dicendogli che mio padre, non facendo più da sé il vino, compra solo il suo. Ha sorriso fiero che i riscontri di chi la campagna la vive da sempre sono i più ostici ma pure i più veri.  Figlio del sud, consapevole che la terra è la vera ricchezza. Che se ci sono frutti in agricoltura, gira il commercio e tutto si evolve.  Il Conte è un giovanotto con gli occhi al futuro. Dove gli allevamenti dovrebbero essere incentivati, perché  gli animali completano le molteplici colture che tutto il mondo ci invidia. La nostra fantastica biodiversità!  Dove tanto c’è da fare per vivere di turismo e mostrare un territorio  ancora intonso.

Ho seguito il filare di cipressi e  i pumi rossi come frutti rossi  e  sono uscita a malincuore da quell’oasi di pace. Adesso anche il mio calice si riempirà meglio.  Ed è un inno assoluto alla bellezza della nostra terra e a chi la ama incondizionatamente!

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Barletta. “Gli occhi innocenti dei bambini, increduli per un mondo in macerie”

 
 
 

Uno struggente dipinto contro la guerra

È notte, fonda. Blu di Prussia, il cielo. Remoti, i puntini evanescenti, baluginanti. Apparentemente vicini, lontanissimi, anni luce. Innumerevoli. In uno spazio infinito. La luna, pallida nel suo chiarore diafano, incede lentamente, volgendo il dorso a ponente. Il silenzio della notte domina sovrano.

A letto, nella sua stanza, in colloquio con sé stesso. “Nel buio due occhi lo fissano, lo scrutano, lo interrogano. Sono gli occhi della sua coscienza”, direbbe Antonio de Curtis, in arte “Totò”. Ripercorre serenamente i momenti salienti della giornata, si organizza con la mente e il cuore per l’indomani. Visione panoramica e cura di ogni minimo dettaglio, attenzione alle luci ed alle ombre, alle sfumature, ai riflessi nell’arte e… nella vita, con la tensione costante nell’essere sé stesso. Libero. Creatore di una nuova realtà.

Faticoso l’impegno nel suo laboratorio artistico, nei pressi della Cattedrale, di fronte alla ripida scalinata della Chiesa di Sant’Andrea. Vissuto, però, con la levità di una libellula, con gioia ed entusiasmo. La vita diventa un’avventura. Vibrante!  Per sé e gli altri. Affascinante.

Un lungo tavolo, in un locale antico, pennelli, spatole, colori di ogni tipo, stucco plastico, tovaglioli, cavalletti, tele bianche, dipinti, tanti, alle pareti. Libri di pittura ed artisti, del mondo classico, del Rinascimento, dell’Impressionismo, dell’oggi. Taralli, arance, albicocche, ciliegie, immancabili per gli ospiti. Valore aggiunto, tanto calore umano.

Puntati su di lui, gli occhi di chi vuole imparare. Rapiti, con le orecchie tese, la bocca socchiusa, quando, intingendo il pennello, propone ritocchi. Se il messaggio non arriva, se l’allievo non sorride di compiacimento, lui, che conosce il linguaggio del corpo, riparte con maggiore ardore. Riposizionando gli occhiali, penduli, tira dal cappello fatato altre strategie espositive fino a quando lo sguardo s’illumina. Insomma, un mostro di didattica e pedagogia.

Un foglio di carta, una tavola, una tela bianca attende sul cavalletto. I colori, le forme, i volumi pian piano prendono corpo, diventando volti solari o angosciati, alberi e arbusti rigogliosi o rachitici, mari agitati o sereni, cieli sfolgoranti o languidi, paesaggi mozzafiato, giraffe, cavalli, cani, ricchi di umanità. Espressivi, armonici. Una meraviglia! Gli autori guardano con incredulità i loro dipinti. Non avrebbero mai immaginato di avere talenti artistici. Tutti. L’autostima, tanto vilipesa dalle agenzie educative e dalla società del consumo, cresce.

Volano le ore con lui, col maestro, Giacomo Borraccino, in arte “Borgiac”, grembiule bianco, adornato da macchie e striature di acrilici, colori a olio, acquerelli, scribacchiato. Sulla schiena, in una nuvoletta, una mano anonima annota “Ti vogliamo bene.” Più in alto in dialetto, “Stai combinato male!” In basso con una grafia infantile si staglia, un cuore grande.

Ama appassionatamente la città natia, la terra degli avi, in cui vivono le persone più care. La vuole più bella, più buona, più giusta, dignitosa, più verde. Per lei, perciò, mette a disposizione il suo talento artistico di pittore.

Innumerevoli i suoi capolavori urbani che adornano la città di Giuseppe De Nittis, Geremia Di Scanno, Gian Battista Calò, Vincenzo De Stefano, Paolo Ricci, Maria Picardi Coliac. Lungo la litoranea di ponente, in prossimità del porto marittimo, rifulge, l’ultima sua creazione donata alla collettività, un dipinto che condanna la guerra con gli occhi struggenti di un bambino, un figlio dei nostri.

Alla domanda “Chi sono io?” la sua anima, sorridendo, sussurra timidamente:

“Io sono un uomo antico

che ha letto i classici

che ha raccolto l’uva nella

vigna, che ha contemplato

il sorgere o il calar del sole

sui campi.

Non so quindi cosa farmene

di un Mondo creato, con la

violenza, dalla necessità

della produzione e del consumo.

Detesto tutto di esso: la

fretta. Il frastuono, la

volgarità, l’arrivismo.

Sono un uomo che

preferisce perdere piuttosto

che vincere con modi sleali

e spietati”.

“L’autoritratto di Pier Paolo Pasolini mi calza a pennello”, precisa.

Pausa. Poi, dalla profondità del suo essere, dai meandri del suo cuore, straziato, la vocina riprende a profferire. “La guerra! Surrettiziamente, subdolamente i mass media la raccontano come se fosse solo una, quella a due passi da noi, tra Russia e Ucraina. Come se fossimo ciechi, come se avessimo svenduto cuore e cervello all’ammasso! Ce ne sono, invece, 160 in tutto il mondo. Incalcolabile, quindi, il numero delle persone che piangono e muoiono ogni giorno! Dei manufatti distrutti! Delle ferite inferte ala Terra!

Pablo Picasso detestava visceralmente la guerra. Nel 1937 dipinse Guernica, un quadro che esprime orrore. Un dipinto politico. La pittura, ogni forma artistica, è anche politica, quella che sente palpitare i cuori di tutti gli esseri viventi e di quelli considerati abiotici. Quella che, convibrando, lambisce vette ardite. Non può, non deve rinchiudersi in una torre eburnea. L’etica le impone di coinvolgersi nella realtà, nella quotidianità, mirando al bene comune.

Anch’io, pittore, esco allo scoperto, rivolgendomi all’umanità intera. Perché si interroghi! Voglio accendere un sogno in me, negli altri. Come fece il grande pittore spagnolo. Entrare in connessione con me stesso, con il territorio in un rapporto di confronto, di amore per il recupero del senso della comunità, che si fonda sul valore della solidarietà.

Un gesto di liberalità, il mio. Puro. Costruttivo, creativo. Come quello di una mamma verso la creatura che amorevolmente porta in grembo per nove mesi, di un neonato nei confronti della persona che si prende cura di lui, allattandolo, accudendolo, lavandolo, nutrendolo, accarezzandolo, abbracciandolo, baciandolo, cullandolo, sorridendogli. Questo è lo spirito del mio dipinto, realizzato su un pannello fatto di cascami di trucioli incollati. Nessuno deve strumentalizzato!

L’arte, quella pittorica, essenza della mia vita, non ha il cuore di pietra, non rimane indifferente davanti agli scempi, alle efferatezze ordite e perpetrate da uomini e donne contro i loro simili, verso tutti gli esseri che zampettano, respirano, strisciano, volano, nuotano, verso tutte le forme di esistenza e bellezza.

Io mi schiero. La pittura, compagna della mia vita, espressione della bellezza e sua interprete, non resta indifferente, parteggia. Fa una scelta di campo, non privilegia, però, etnie, professioni, età, colori della pelle, lingue parlate, i costumi. Opta per la vita, per tutte le sue significative manifestazioni. Convibra con tutte le presenze del pianeta azzurro, delle galassie, dell’universo intero.

Questo è il senso vero del dipinto che guarda il mare, le sue biancheggianti onde, osserva il cielo nella fantasmagoria dei suoi colori, riflette con tutte le persone di buona volontà sulle sciagure che noi, esseri umani, infliggiamo, privatamente e socialmente, a noi stessi e agli altri.

Ho impiegato oltre un mese per capire, per studiare, per analizzare, per riflettere, per macerarmi sentimentalmente, per emozionarmi fino alle radici del mio essere, sul messaggio ideale, che come uomo, come pittore volevo esprimere, condannando la guerra, ogni conflitto.

Ho privilegiato il volto di un bambino, che indossa un copricapo ucraino. Non si identifica, però, il protagonista, con gli ucraini, rappresenta i pargoli di tutte le guerre di ieri e di oggi che insanguinano la Terra. Emblematico, il suo sguardo, la parte più espressiva dell’animo umano.

L’occhio, il suo occhio, manifesta angoscia, terrore, disappunto, disperazione e speranza. Profondo, intenso, il suo sguardo innocente su un mondo in macerie. Ha pianto, tanto, il piccino, vorrebbe, il più presto possibile, sorridere assieme ai coetanei, giocare, studiare, lavorare, amare, essere rispettato nella sua dignità di essere umano.

In alto, sulla sinistra, un cuore rattoppato. Solo l’amore di un altro cuore può lenirne le sofferenze, aiutarlo a guarire, a palpitare vividamente. ¿Non dovremmo tutti impegnarci in un processo di cambiamento, interiore ed esteriore, imparando a gestire le incomprensioni, i conflitti, in maniera pacifica, senza devastazioni e spargimento di sangue?”.

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