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donmichelangelotondo più di un mese fa

Io non sono adatta a quest’epoca

 
 
 

«Il mondo ora contiene più fotografie che mattoni»
(John Szarkowski)

Siamo nell’epoca del commercio e delle immagini, fattene una ragione.

Tutto ruota intorno all’immagine.

Non c’è niente che funzioni meglio di un’immagine studiata a tavolino.

Guarda che nell’immagine devi essere tu.

Guarda che poi sembri in posa.

Guarda che devi guardare nell’obiettivo.

Guarda che non va bene farsi fotografare con gli occhiali da sole.

Per certe cose serve il fotografo professionista.

In effetti a molti piacerà moltissimo dare un volto a certe vicende.

No, ma tu sei cocciuta, invece ogni tanto devi calare la testa, ciò che si vede fa mercato.

Sei esasperante, nelle foto hai sempre gli occhiali da sole e ridi solo se sei con chi ami.

 

Va bene, abbiamo capito, avete tutti ragione, ma non considerate quello che un tempo sarei stata stanca di ripetere e che ora non ripeto più a nessuno, perché sono diventata refrattaria a tutto quanto risulti vano.

 

Io non sono adatta a questa epoca.

L’unica cosa che per me può ruotare intorno a qualcosa è la terra intorno al sole.

Le cose studiate a tavolino, a casa mia, sono fatte di lettere e numeri e se sono figure, sono quadri.

Io non so mettermi in posa.

Se mi si chiede di guardare un obiettivo, lo fulmino per principio e volontariamente.

Gli occhiali da sole servono a riparare gli occhi dai raggi ultravioletti e se ti stanno fotografando all’esterno e in quel momento, vale tutto!

Il fotografo professionista può andare a fare le campagne elettorali; e io detesto le campagne elettorali!

Quello a cui molti vogliono dare un volto è un problema di molti, non mio.

Io sono cocciuta, è vero. Ho imparato che devo dare ascolto a chi ne sa più di me, lo faccio. Ciò non significa che io non mi voglia prendere a schiaffi tutte le volte che devo andare contro la mia stessa natura, per ragioni che non staranno mai né in cielo e né in terra.

Sono esasperante, è vero anche questo: in foto ho sempre gli occhiali da sole e rido solo se ho un motivo che davvero mi stia facendo ridere. Sono io!!

 

Detto ciò, la verità è una ed una sola e potremmo addirittura farne titolo di un libro, ma un libro serio: l’utilità sessuale e commerciale dell’immagine e la sua inutilità naturale.

Vanità, vanità, tutto è vanità. Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Una nota: questa non è Acca, questo è Qoelet. E Qoelet è parola del Signore.

Adesso sbrogliamola questa matassa, popolo di cristiani.

Amen.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Cannabis, Mussolini e Cavour

 
Il libro del Post/Iperborea della collana "Coase spiegate bene"

Il libro del Post/Iperborea della collana "Coase spiegate bene"

Ho trovato figlio piccolo con un libro in mano, per la sorpresa gli ho chiesto “che fai, leggi?”. Si sa che non bisogna mai turbare un’attività solitaria né, del resto, fare a un adolescente domande idiote. Ha fatto sì con la testa. Ho riconosciuto dalla copertina il volume del Post/Iperborea intitolato “Le droghe, in sostanza”, collana Cose spiegate bene.

Qualche ora dopo è venuto lui da me. “Ma’, perché vi occupate solo di quello di cui non frega niente a nessuno, tipo tutto il tempo a parlare di politica, di Cinquestelle e Salvini, e mai di cose concrete? Lo sai tu quanta gente si fa di farmaci in America? E lo sai quanti soldi ci fanno le mafie con la cannabis?”. Lo so, ma hai visto: il referendum non è stato ammesso. “Eh, appunto”. Stabilito il flebile contatto con la lettura grazie alla presa dell’argomento ho rilanciato con “Legalizzala!” delle edizioni People, di Giuseppe Civati. Lo ha preso e lo ha messo accanto al vinile di Kendrick Lamar, gesto che ho interpretato come accogliente.

Poi ho trovato nel primo numero della rivista “Inedita” un servizio di Paolo Brogi sullo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, unico autorizzato in Italia alla coltivazione di cannabis terapeutica. Nel 2020 il fabbisogno è stato di una tonnellata, la produzione di circa 150 chili. Il resto si compra all’estero, mentre lo stesso soggetto – lo Stato – sequestra e distrugge coltivazioni in Puglia, Sicilia, Liguria: l’equivalente di milioni di euro. Il pezzo si chiude con una nota storica. Dice che Cavour coltivava cannabis nelle sue tenute, Mussolini dichiarò l’hashish “droga da negri”. L’ho raccontata a tavola: “Non per parlare di politica”, ho premesso. L’adolescente ha sorriso.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Ministra Lamorgese, le presento Khaby Lame

Ministra Lamorgese, le presento Khaby Lame
Con 142 milioni e 400 mila follower ha sorpassato Charli D’Amelio
1 minuti di lettura
 

Da questa notte Tik Tok ha un nuovo re. Si chiama Khaby Lame e con 142 milioni e 400 mila follower ha sorpassato Charli D’Amelio. La cosa è interessante per un sacco di motivi. La prima è che Khaby Lame ha inventato un genere: nei suoi video non ha mai detto una parola, sono sketch brevi, divertenti, tutti giocati sulla mimica del viso e delle mani che spesso fanno un gesto, diventato iconico, come a dire “hai visto?”.

 

La seconda è che il personaggio social Khaby Lame è un figlio della pandemia, del fatto che con il primo lockdown la fabbrica alla porte di Torino dove lavorava lo licenziò e lui si mise a far video. Ma la terza ragione non è meno importante. Per tutti Khaby Lame è “il tiktoker italiano”: visto che è arrivato in Italia dal Senegal quando aveva un anno (ora ne ha 22 anni); visto che qui ha fatto tutti gli studi (non era un grande studente); visto che qui ha fatto mille lavoretti prima di diventare creator. Eppure non ha la cittadinanza. Ne parlammo un anno fa quando lo incontrammo; ai tempi era a quota 100 milioni di follower ed era già diventato una celebrità globale.

 

Sul tema allora lui preferiva non fare polemiche, era sicuro che tutto si sarebbe risolto. E invece siamo ancora qui: Khaby Lame non è cittadino italiano, non può avere il nostro passaporto e i nostri diritti. Forse il primato mondiale desterà da questo lungo sonno i responsabili del Viminale che hanno sul tavolo la sua pratica per ottenere la cittadinanza. Ma quanti ragazzi come Khaby Lame ci sono nel nostro paese? Quanti sono italiani a tutti gli effetti tranne il fatto che questo paese continua ad ignorarli? Possibile che non ci sia un partito che voglia fare questa battaglia politica per i diritti?

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Elvis in the building

Elvis in the building

La prima cosa bella del 24 giugno 2022

1 minuti di lettura
 
 

La prima cosa bella di venerdì 24 giugno 2022 è il barocco film di Baz Luhrmann su Elvis che rivela una verità su di lui: Elvis has never left the building. E non perché sia ancora vivo. Noi qui abbiamo di lui un'immagine un po' distorta: una musica lontana, troppi chili, chincaglieria, burro d'arachidi. Un'americanata. Perché se i Beatles sono andati negli Stati Uniti, Elvis invece non è mai venuto in Europa. E' rimasto quell'immagine.

Nel film si racconta come l'avidità del manager e l'ignavia del padre lo abbiano di fatto rinchiuso nell'hotel di Las Vegas dove ha continuato a esibirsi anno dopo anno per saldare debiti propri e altrui, scambiando la libertà con i barbiturici. Nella scena più forte rinuncia a partire, tira le tende e chiede altre pastiglie. Per convincere i fan a sfollare, ai suoi concerti annunciavano che aveva lasciato l'edificio, ma non l'ha mai fatto. E' stato prigioniero della propria storia, ha sostituito Kennedy con Nixon, l'America con il mondo. Per sempre nel ghetto. E solo, stanotte. 

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donmichelangelotondo più di un mese fa

(Leggo)

«Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» Lc 2,41-51.

 

...e Maria non lo capì, provò angoscia e tristezza nel cercarlo. Figuriamoci noi ai primi passi nel cammino di fede verso di Lui!

 

(Prego)

O Dio, che dall'eternità hai scelto Maria come vaso eletto dei tuoi doni, fà che seguendo il suo esempio siamo sempre docili a cercare e a compiere la tua santa volontà. Per Cristo nostro Signore.

 

(Agisco)

Ritrovare o rinnovare il gusto della lettura della Parola di Dio.

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donmichelangelotondo più di un mese fa

Morire di lavoro

 
 
 

Perché la Costituzione non sia un mero strumento di fine retorica

Ha colpito qualche giorno fa la notizia della morte di un 72enne del leccese, caduto da un’altezza di cinque metri mentre era impegnato nell’installazione di un montacarichi. La notizia, alquanto dolorosa e triste, fa montare maggiormente la rabbia, in virtù del fatto che l’operaio fosse un pensionato, costretto a dover lavorare, a causa della sua situazione economica indigente. In quella stessa giornata, sono morti in Italia altri tre operai che hanno accresciuto la quota annuale delle morti bianche. Morti di giovani, morti di pensionati, il nostro Paese non riesce a risolvere un problema che ogni anno fa un sacco di vittime e i numeri non sono mai una conta piacevole da passare in rassegna. Nel 2020, anno COVID, l’INAIL ha denunciato 1538 morti sul lavoro, nel 2021 le morti bianche sono state 1221 e nel 2022, a poco meno della metà di questo anno, siamo già oltre quota 500. A questi numeri vanno associati gli infortuni e un confronto può far capire l’emergenza della sicurezza sul lavoro: nel  primo bimestre 2022 le denunce per infortunio hanno rilevato un aumento del 50% rispetto allo stesso bimestre dell’anno precedente.

Di lavoro si muore, nonostante i proclami costituzionali e le innumerevoli leggi sulla sicurezza sul lavoro. Fatalità alle volte, incuria e disattenzione molto spesso. C’è una certa relazione delle morti bianche con il lavoro irregolare, quello che chiamiamo volgarmente “nero”, morti che alle volte non sono nemmeno tracciabili. Numeri che potrebbero assumere quindi proporzioni più grandi.

Qualcuno parla di “caduti sul lavoro”, analogamente a coloro che hanno perso la vita nei conflitti bellici, tornati di moda di recente. Fa pensare tale terminologia, alla luce delle stesse leggi costituzionali che hanno dichiarato lo Stato, “una Repubblica fondata sul lavoro”. I nostri padri costituenti non hanno certo giocato di malizia. Erano anni in cui il lavoro era al centro della vita del Paese, forse anche con tinte troppo ideologiche, ma pur sempre considerato come motore trainante dello Stato democratico. Mai avrebbero dovuto pensare di fare dei distinguo tra lavoro regolare e lavoro irregolare. Ma la loro lungimiranza non aveva certo dimenticato che lo Stato avrebbe “curato la formazione e l’elevazione personale, promosso e favorito gli accordi” (art. 36) e che ci sarebbe stata la parità di retribuzione tra uomini e donne (art.37). Si potrebbe parlare degli articoli 36, in riferimento alla giusta retribuzione e, nel caso particolare del povero operaio di Lecce, dell’articolo 38 che nella fattispecie ricorda: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.

Anche tutta la legislazione, compresa quella comunitaria, successiva alla Costituzione, è volta a dare massima dignità al lavoro e alla sua sicurezza.

Ed eccoci qui di nuovo a doverne fare un astratto riferimento, a dover ricordare la conta quotidiana di morti e feriti che ci lasciano la pelle, proprio come in una guerra. Perché, alle volte, è paradossale dover intendere il lavoro come una sorta di conflitto civile in miniatura, nella quale i diritti vanno conquistati, con il sudore della fronte, se non addirittura con il sangue innocente. Il pensiero va alla fatica quotidiana di chi è costretto a doversi accontentare di quattro soldi, senza lo straccio di un contratto regolare; o a chi dopo anni di studio e fatica è costretto a ripiegare in occupazioni che gli si addicono poco o che attendono ancora la grazia di un posto; o a quelle donne per le quali la parità retributiva resta una chimera. “L’importante è lavorare” si dice, ma con l’ipocrita coscienza di chi sa di trovarsi a dover sbancare il lunario sulla scena dell’umana quotidianità, ostile e rapace.

Di lavoro si muore, fisicamente e nell’animo.

È paradossale dover riferire che un uomo di 72 anni,  dovesse barcamenarsi per portare a casa qualche centinaio di euro in più, oltre la pensione, spicciola e poco dignitosa. Avrebbe dovuto godersi il suo meritato riposo, magari accompagnando i nipotini al parco, oppure spendendo il suo tempo con i suoi coetanei in qualche bar o in piazza a raccontarsi della vita che è stata. Il lavoro è dignità ma talvolta viene privata della sua veste più bella per porsi al servizio degli sporchi interessi di chi specula e di chi si arricchisce. C’è invece chi nobilita il lavoro e ne da valore, non solo economico: una nota azienda ha garantito ai figli di un dipendente morto di tumore al fegato lo stipendio per tre anni, con la possibilità di vedersi finanziati gli studi fino a 26 anni.

Per fortuna c’è ancora chi gratifica il lavoro e che lo considera un valore aggiunto all’interno della comunità, gente che da lustro a quegli articoli fondamentali della nostra Costituzione, il più delle volte rimaste un mero strumento di retorica e interpretazione giuridica.

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Morire di lavoro

 
 
 

Perché la Costituzione non sia un mero strumento di fine retorica

Ha colpito qualche giorno fa la notizia della morte di un 72enne del leccese, caduto da un’altezza di cinque metri mentre era impegnato nell’installazione di un montacarichi. La notizia, alquanto dolorosa e triste, fa montare maggiormente la rabbia, in virtù del fatto che l’operaio fosse un pensionato, costretto a dover lavorare, a causa della sua situazione economica indigente. In quella stessa giornata, sono morti in Italia altri tre operai che hanno accresciuto la quota annuale delle morti bianche. Morti di giovani, morti di pensionati, il nostro Paese non riesce a risolvere un problema che ogni anno fa un sacco di vittime e i numeri non sono mai una conta piacevole da passare in rassegna. Nel 2020, anno COVID, l’INAIL ha denunciato 1538 morti sul lavoro, nel 2021 le morti bianche sono state 1221 e nel 2022, a poco meno della metà di questo anno, siamo già oltre quota 500. A questi numeri vanno associati gli infortuni e un confronto può far capire l’emergenza della sicurezza sul lavoro: nel  primo bimestre 2022 le denunce per infortunio hanno rilevato un aumento del 50% rispetto allo stesso bimestre dell’anno precedente.

Di lavoro si muore, nonostante i proclami costituzionali e le innumerevoli leggi sulla sicurezza sul lavoro. Fatalità alle volte, incuria e disattenzione molto spesso. C’è una certa relazione delle morti bianche con il lavoro irregolare, quello che chiamiamo volgarmente “nero”, morti che alle volte non sono nemmeno tracciabili. Numeri che potrebbero assumere quindi proporzioni più grandi.

Qualcuno parla di “caduti sul lavoro”, analogamente a coloro che hanno perso la vita nei conflitti bellici, tornati di moda di recente. Fa pensare tale terminologia, alla luce delle stesse leggi costituzionali che hanno dichiarato lo Stato, “una Repubblica fondata sul lavoro”. I nostri padri costituenti non hanno certo giocato di malizia. Erano anni in cui il lavoro era al centro della vita del Paese, forse anche con tinte troppo ideologiche, ma pur sempre considerato come motore trainante dello Stato democratico. Mai avrebbero dovuto pensare di fare dei distinguo tra lavoro regolare e lavoro irregolare. Ma la loro lungimiranza non aveva certo dimenticato che lo Stato avrebbe “curato la formazione e l’elevazione personale, promosso e favorito gli accordi” (art. 36) e che ci sarebbe stata la parità di retribuzione tra uomini e donne (art.37). Si potrebbe parlare degli articoli 36, in riferimento alla giusta retribuzione e, nel caso particolare del povero operaio di Lecce, dell’articolo 38 che nella fattispecie ricorda: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.

Anche tutta la legislazione, compresa quella comunitaria, successiva alla Costituzione, è volta a dare massima dignità al lavoro e alla sua sicurezza.

Ed eccoci qui di nuovo a doverne fare un astratto riferimento, a dover ricordare la conta quotidiana di morti e feriti che ci lasciano la pelle, proprio come in una guerra. Perché, alle volte, è paradossale dover intendere il lavoro come una sorta di conflitto civile in miniatura, nella quale i diritti vanno conquistati, con il sudore della fronte, se non addirittura con il sangue innocente. Il pensiero va alla fatica quotidiana di chi è costretto a doversi accontentare di quattro soldi, senza lo straccio di un contratto regolare; o a chi dopo anni di studio e fatica è costretto a ripiegare in occupazioni che gli si addicono poco o che attendono ancora la grazia di un posto; o a quelle donne per le quali la parità retributiva resta una chimera. “L’importante è lavorare” si dice, ma con l’ipocrita coscienza di chi sa di trovarsi a dover sbancare il lunario sulla scena dell’umana quotidianità, ostile e rapace.

Di lavoro si muore, fisicamente e nell’animo.

È paradossale dover riferire che un uomo di 72 anni,  dovesse barcamenarsi per portare a casa qualche centinaio di euro in più, oltre la pensione, spicciola e poco dignitosa. Avrebbe dovuto godersi il suo meritato riposo, magari accompagnando i nipotini al parco, oppure spendendo il suo tempo con i suoi coetanei in qualche bar o in piazza a raccontarsi della vita che è stata. Il lavoro è dignità ma talvolta viene privata della sua veste più bella per porsi al servizio degli sporchi interessi di chi specula e di chi si arricchisce. C’è invece chi nobilita il lavoro e ne da valore, non solo economico: una nota azienda ha garantito ai figli di un dipendente morto di tumore al fegato lo stipendio per tre anni, con la possibilità di vedersi finanziati gli studi fino a 26 anni.

Per fortuna c’è ancora chi gratifica il lavoro e che lo considera un valore aggiunto all’interno della comunità, gente che da lustro a quegli articoli fondamentali della nostra Costituzione, il più delle volte rimaste un mero strumento di retorica e interpretazione giuridica.

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Io non sono adatta a quest’epoca

 
 
 

«Il mondo ora contiene più fotografie che mattoni»
(John Szarkowski)

Siamo nell’epoca del commercio e delle immagini, fattene una ragione.

Tutto ruota intorno all’immagine.

Non c’è niente che funzioni meglio di un’immagine studiata a tavolino.

Guarda che nell’immagine devi essere tu.

Guarda che poi sembri in posa.

Guarda che devi guardare nell’obiettivo.

Guarda che non va bene farsi fotografare con gli occhiali da sole.

Per certe cose serve il fotografo professionista.

In effetti a molti piacerà moltissimo dare un volto a certe vicende.

No, ma tu sei cocciuta, invece ogni tanto devi calare la testa, ciò che si vede fa mercato.

Sei esasperante, nelle foto hai sempre gli occhiali da sole e ridi solo se sei con chi ami.

 

Va bene, abbiamo capito, avete tutti ragione, ma non considerate quello che un tempo sarei stata stanca di ripetere e che ora non ripeto più a nessuno, perché sono diventata refrattaria a tutto quanto risulti vano.

 

Io non sono adatta a questa epoca.

L’unica cosa che per me può ruotare intorno a qualcosa è la terra intorno al sole.

Le cose studiate a tavolino, a casa mia, sono fatte di lettere e numeri e se sono figure, sono quadri.

Io non so mettermi in posa.

Se mi si chiede di guardare un obiettivo, lo fulmino per principio e volontariamente.

Gli occhiali da sole servono a riparare gli occhi dai raggi ultravioletti e se ti stanno fotografando all’esterno e in quel momento, vale tutto!

Il fotografo professionista può andare a fare le campagne elettorali; e io detesto le campagne elettorali!

Quello a cui molti vogliono dare un volto è un problema di molti, non mio.

Io sono cocciuta, è vero. Ho imparato che devo dare ascolto a chi ne sa più di me, lo faccio. Ciò non significa che io non mi voglia prendere a schiaffi tutte le volte che devo andare contro la mia stessa natura, per ragioni che non staranno mai né in cielo e né in terra.

Sono esasperante, è vero anche questo: in foto ho sempre gli occhiali da sole e rido solo se ho un motivo che davvero mi stia facendo ridere. Sono io!!

 

Detto ciò, la verità è una ed una sola e potremmo addirittura farne titolo di un libro, ma un libro serio: l’utilità sessuale e commerciale dell’immagine e la sua inutilità naturale.

Vanità, vanità, tutto è vanità. Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Una nota: questa non è Acca, questo è Qoelet. E Qoelet è parola del Signore.

Adesso sbrogliamola questa matassa, popolo di cristiani.

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Cosa disturba in quella serie tv

 
Itziar Ituno Martinez in una scena della serie disponibile sulla piattaforma Netflix

Itziar Ituno Martinez in una scena della serie disponibile sulla piattaforma Netflix

Ho visto una serie tv che sul momento mi era sembrata didascalica, mi aveva a tratti quasi infastidita. Eppure son giorni che ci penso, non mi esce dalla mente: si è insediata nei pensieri come un fatto. Se qualcosa che vedi in tv ti cambia è notevole, tanto è raro: vale la pena chiedersi perché. In questo senso ve la suggerisco. S’intitola nell’originale “Intimidad”, che non significa esattamente “Privacy” come nella traduzione proposta dalla piattaforma: intimità, piuttosto, appunto.

Il tema è la diffusione non consentita di video con contenuto sessuale, pratica molto più diffusa di quanto le cronache non mostrino: un male del tempo. E’ una serie spagnola, precisamente basca, girata a Bilbao - tra le città più misteriose e belle d’Europa. La protagonista è Itziar Ituno Martinez, eccellente attrice in Italia conosciuta soprattutto come l’ispettore Murrillo nella Casa di Carta. In questa serie, creata da Laura Sarmiento e Veronica Fernandez, è vicesindaca in carica con ambizione di candidarsi a prima cittadina, quando ecco che un video in cui fa l’amore sulla spiaggia con un uomo che non è suo marito viene diffuso da tutte le reti sociali, le tv, ovunque.

Il suo partito, conservatore, la scarica. La sua famiglia, specie la figlia adolescente, viene travolta. Atre storie simili emergono, c’è una giovane donna suicida, un’ispettrice ostinata, un sentire comune unanime che prevede che tu, successa una cosa simile, sia definitivamente condannata ad essere “quella del video”: vittima e colpevole. Ma non è così, invece. E se disturba, perché a volte disturba questa storia, è lì che tocca qualcosa che persino nei più consapevoli di noi ancora non si è mosso, dinosauro di morale. Vale la pena.

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Ministra Lamorgese, le presento Khaby Lame

Ministra Lamorgese, le presento Khaby Lame
Con 142 milioni e 400 mila follower ha sorpassato Charli D’Amelio
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Da questa notte Tik Tok ha un nuovo re. Si chiama Khaby Lame e con 142 milioni e 400 mila follower ha sorpassato Charli D’Amelio. La cosa è interessante per un sacco di motivi. La prima è che Khaby Lame ha inventato un genere: nei suoi video non ha mai detto una parola, sono sketch brevi, divertenti, tutti giocati sulla mimica del viso e delle mani che spesso fanno un gesto, diventato iconico, come a dire “hai visto?”.

 

La seconda è che il personaggio social Khaby Lame è un figlio della pandemia, del fatto che con il primo lockdown la fabbrica alla porte di Torino dove lavorava lo licenziò e lui si mise a far video. Ma la terza ragione non è meno importante. Per tutti Khaby Lame è “il tiktoker italiano”: visto che è arrivato in Italia dal Senegal quando aveva un anno (ora ne ha 22 anni); visto che qui ha fatto tutti gli studi (non era un grande studente); visto che qui ha fatto mille lavoretti prima di diventare creator. Eppure non ha la cittadinanza. Ne parlammo un anno fa quando lo incontrammo; ai tempi era a quota 100 milioni di follower ed era già diventato una celebrità globale.

 

Sul tema allora lui preferiva non fare polemiche, era sicuro che tutto si sarebbe risolto. E invece siamo ancora qui: Khaby Lame non è cittadino italiano, non può avere il nostro passaporto e i nostri diritti. Forse il primato mondiale desterà da questo lungo sonno i responsabili del Viminale che hanno sul tavolo la sua pratica per ottenere la cittadinanza. Ma quanti ragazzi come Khaby Lame ci sono nel nostro paese? Quanti sono italiani a tutti gli effetti tranne il fatto che questo paese continua ad ignorarli? Possibile che non ci sia un partito che voglia fare questa battaglia politica per i diritti?

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