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francesco61dgl2 16 febbraio

L' ARCHIVIO DELLE RECENSIONI

 

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Ci sono libri di una semplicità disarmante, per  dialoghi, trama e  linguaggio, eppure capaci di sopravanzare qualitativamente opere ben più complesse, strutturate, pretenziose. Raccontano “storie semplici” , per dirla con Sciascia, non ambiscono al Nobel, non tendono a  suscitare  accesi dibattiti e accapigliamenti fra i critici. Si limitano a metterci davanti agli occhi – a seconda dei casi -  la banalità o la crudeltà del reale  nelle sue  molteplici varianti e lasciano il lettore  con il dubbio che qualche volta la scrittura, per essere “alta”, non ha bisogno di frequentare le terrazze dei grattacieli.
Appartiene a questa particolare categoria di libri “Cronaca di un suicidio”, di Gianni Biondillo, architetto e scrittore, autore dei gialli che hanno per protagonista l’ispettore Ferraro ,  di cui Cronaca è il penultimo della serie.
Giovanni Tolusso, figlio di un muratore friulano emigrato in Svizzera, è uno sceneggiatore televisivo Rai educato al culto della rettitudine e del rispetto delle regole.  Risiede per necessità di lavoro a Roma , dove conduce una vita appartata, ma ha una moglie che vive a Milano. Tolti  i rapporti professionali, frequenta soltanto tre persone: il suo commercialista - forse il suo unico amico - l’avvocato della casa produttrice e il postino che gli recapita la corrispondenza. Proprio quest’ultimo sarà il latore di una missiva che sconvolgerà l’esistenza di Tolusso, gettandolo nella più cupa disperazione: una raccomandata di Equitalia che gli ingiunge il pagamento di una somma considerevole per imposte non versate.
Tolusso cade dalle nuvole: ha sempre pagato regolarmente tutto il dovuto al fisco, tramite  il suo commercialista, e non si capacita del perché lo Stato pretenda ora il saldo di quel debito spaventoso, che lui tra l’altro non è assolutamente in grado di onorare, visto che, causa la crisi, attende da mesi la liquidazione delle sue competenze e ha pure in corso due mutui per l’acquisto di altrettante case, quella di Roma dove vive e quella di Milano dove vive la moglie. La lettera sarà il biglietto  per un viaggio di sola andata in un inferno di domande senza risposte e di inutili pellegrinaggi all’Agenzia delle Entrate, dal commercialista, dall’avvocato del suo datore  di lavoro. Da quel momento l'esistenza di Tolusso viene totalmente stravolta e quasi condotta per mano verso scelte estreme .
A quel punto toccherà  all’ispettore Ferraro, in vacanza a Ostia Lido con la figlia quattordicenne, intuire, da una barca vuota in mezzo al mare e da una frase di Pavese, la fine di Tolusso e  - su sollecitazione di un collega romano, dopo il rinvenimento del cadavere- provare a ricostruire, una volta tornato a Milano (dove  Ferraro normalmente vive e lavora), le ragioni del suo gesto, attraverso i colloqui con la moglie e con il commercialista.
Stupisce, in Biondillo, che la nettezza delle parole, il lavoro di cesello  sugli stati d'animo dei personaggi e sugli ambienti in cui si muovono, il ritmo incalzante che sa imprimere agli avvenimenti, non tolgano una virgola allo spessore del romanzo; anzi, sono il suo valore aggiunto, perché la forma,  nella sua esemplare chiarezza e nell’assenza totale di inutili e narcisistici orpelli, oltre ad essere perfetta in sé, è perfettamente adatta a raccontare una vicenda dal sapore vagamente kafkiano e al contempo niente affatto surreale, perché calata nel contesto drammatico della crisi economica, che in questi anni talvolta ha inverato ciò che prima neppure si sarebbe potuto  concepire.
Ma Tolusso, ci fa capire Biondillo, non è  solo una vittima del “sistema” e delle circostanze, ossia dell’intransigenza del potere in combinato disposto con le difficoltà che vive attualmente  il  Paese. Tolusso è anche il simbolo di una categoria di italiani che ha già perso in partenza: il cittadino perbene, corretto, educato, laborioso . In Italia è un animale destinato all’estinzione, braccato e vinto dal cinismo, dall’indifferenza, dalla disonestà e da una tracimante volgarità collettiva. 
Ecco perché il magistrale colpo di scena finale che si concede lo scrittore,  dopo un primo attimo di smarrimento non sorprende più di tanto ed anzi viene accolto con sollievo  da chi legge, quasi fosse l’ultimo tassello perso e ritrovato di un puzzle che altrimenti  sarebbe rimasto mestamente incompiuto. 
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francesco61dgl2 14 febbraio

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Settembre /Ottobre 2022

 

POTREI NON SENTIRMI ITALIANO

 

Giorgio Gaber cantava  “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono” C’è, a mio avviso,  in questo famoso refrain di una delle sue canzone più note, tutta l’essenza del sentirsi figli del Bel Paese. Perché si è davvero fortunati ad essere cittadini di  una delle  nazioni più belle del mondo, per ricchezze di Storia, cultura e paesaggio. Elencare le eccellenze  d’Italia,  siano esse figlie dell’uomo o della natura, richiederebbe il consumo di tanti di quei volumi da far invidia alla Treccani, lo sappiamo bene. Geniali, versatili, tenaci, intraprendenti, da nord a sud il popolo italiano  è una miscellanea unica  di qualità e difetti, alcuni comuni altri specifici delle singole zone di provenienza. Ma sono proprio le sue diversità, umane e naturali, uno dei segreti della specificità italiana, della sua capacità, negli anni, di eccellere in molti campi del sapere: dall’imprenditoria all’artigianato, dall’ agricoltura alla ristorazione, dalle arti figurative alla  letteratura . E via discorrendo.

E però c’è nei versi di Gaber c’è anche il rovescio della medaglia , il “purtroppo lo sono”.

L’elenco dei “ purtroppo lo sono” degli italiani e della nazione Italia è lungo quanto i pregi, sappiamo bene anche questo: burocrazia bradipica e bizantina,  croniche nefandezze della politica,  strutturale  incapacità di coniugare  i verbi “fare” e   semplificare” senza lasciare autostrade di raggiri impuniti a chi ha intenzione di approfittarne,  malfunzionamenti e  inefficienze di molti servizi pubblici, atavica neghittosità di alcuni territori e dei suoi amministratori e cittadini, corruzione, pertinace inclinazione alle furbate illecite o quanto meno moralmente biasimevoli (l’evasione fiscale in primis), incapacità di estirpare una volta per tutte la mala pianta  della criminalità organizzata e via discorrendo. D’altronde, uno degli aforismi più celebri di quell’inarrivabile talento del giornalismo al curaro, caustico e irriverente, che fu Leo Longanesi,  è quello che definì gli italiani  “ popolo di buoni a nulla ma capaci di tutto”. Nel bene e nel male , avrei aggiunto io.  Mettendo nella seconda casella, assieme a tutto quello che di pessimo da sempre siamo stati capaci di fare, ad onta di un apparato cerebrale di tutto rispetto e di una ammirevole resilienza nel subire e superare  crisi e catastrofi (si tratti di guerre, terremoti o altro),  anche l’imbecillità razzista.

Fenomeno recente, che pensavamo di aver seppellito definitivamente nel 1948, l’imbecillità razzista pare invece godere da qualche tempo di nuova e ubertosa linfa grazie a quell’invenzione tanto utile, per certi aspetti, quanto repellente per altri (Umberto Eco docet) che sono i cd. social: piazze telematiche dove il primo minus habens che si collega con  i molteplici strumenti che   fornisce oggi la tecnologia, si sente in diritto di poter scrivere impunemente le più vomitevoli scelleratezze, protetto  dal comodo usbergo dell’anonimato.

Non rendendosi conto, il minus, della sua irrecuperabile e criminale idiozia, ovviamente e conseguentemente egli non conosce neppure freni e remore di alcun genere. Ragion per cui si permette – cronaca di oggi – di domandare ironicamente alla miglior giocatrice di pallavolo della nazionale italiana, protagonista indiscussa degli ultimi, prestigiosi successi della nostra rappresentativa femminile  (vice campione del Mondo nel 2018, campione d’Europa nel 2021  e medaglia di bronzo ai mondiali appena conclusisi), il “perché sia italiana”, poiché di origine nigeriana.

Non essendo la prima volta che viene presa di mira  con simili battute da quadrumani che ancora non hanno capito come si scende dall’albero, l’ immensa, bella e bravissima Paola Egonu ha avuto un comprensibile crollo nervoso, impietosamente immortalato dalle telecamere e diffuso nei media subito dopo la vittoriosa finale per il terzo posto contro gli U.S.A.

Ora io mi comincio a chiedere , da semplice   italiano innamorato da sempre del proprio Paese e –malgrado tutto – orgoglioso dei suoi abitanti, come possa riuscire a mantenere inalterato nel tempo questo amore e questo orgoglio se devo continuare a condividere il mio status di cittadino con simili reperti in forma (apparentemente) umana che definire archeologici sarebbe un’offesa agli archeologi e all’archeologia.

So benissimo che il razzismo, il sentirsi figli di un dio maggiore sol perché nati in una certa porzione del Pianeta piuttosto che in un’altra, è male atavico e purtroppo inestirpabile. Come pure so benissimo che in altre nazioni d’Europa il fenomeno è da sempre più diffuso, radicato e imputridito che nel nostro, ma proprio perché l’Italia finora – a parte la parentesi delle leggi antisemite del 1938 – non ha mai fatto parte dell’ ignobile hit parade delle nazioni europee maggiormente inclini a considerare un essere umano superiore ad un altro in base al colore della pelle e/o al luogo di nascita, c’è da domandarsi  cosa sia accaduto nel frattempo.

A modesto giudizio di chi scrive, è successo  a qualche anno in qua  qualcosa di geneticamente diverso dall’insofferenza verso lo straniero frutto della pulcinellesca gestione dei flussi migratori di politica e istituzioni (peraltro insofferenza comprensibile per singoli casi ma inaccettabile se generalizzata) e di cui tanti connazionali dovrebbero vergognarsi, a nord, al centro e al sud: considerare la cittadinanza privilegio esclusivo di chi è nato in Italia e può anche vantare una incontaminata discendenza tricolore. Praticamente una replica in grande stile del feudalesimo, ma in tal caso nella sua versione stracciona, cioè di un feudalesimo  dell’ ”uomo qualunque”,  sia esso borghese o proletario,  che si reputa  destinatario  esclusivo di diritti e prerogative per nascita e lignaggio, come l’aristocrazia europea ante Bastiglia.

Concezione già ridicola di suo ma che diventa addirittura infinitamente grottesca e surreale se il bersaglio di cotanta infamia colpisce una ragazza nata e cresciuta a Cittadella, Padova, Italia.

       

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francesco61dgl2 12 febbraio

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Sono passati ben 9 anni  dalla pubblicazione di questo  articolo su un giornale telematico ormai (purtroppo) defunto da tempo, ma la mia opinione sulla UE, mi spiace per i fan di Bruxelles,  non è cambiata.

Marzo 2017

La lezione (incompresa) della Brexit

Non so se sia leggenda metropolitana, ma pare che in Svezia, tempo fa, l’Ikea abbia battezzato una linea di zerbini con i nomi delle maggiori città danesi. L’episodio, vero o falso che sia, appare tuttavia come un attendibile termometro di quelli che sono tuttora i veri rapporti reciproci, gli umori e le reciproche antipatie fra le nazioni europee. Quelle fra Danimarca e Svezia datano addirittura al 1611, ossia dalla cd. Guerra di Kalmar. E parliamo davvero di poca roba, tenuto contro tra l’altro che entrambi i popoli sono di etnia scandinava. Se infatti ci spostiamo lungo la cartina geografia del continente europeo, le mai sopite liti di condominio non si contano più, anche se ormai in versione – per fortuna – “fuoco sotto la cenere”: Francia e Spagna, Francia e Inghilterra, Spagna e Inghilterra, Francia e Germania, Germania e Inghilterra, Italia e Francia, Italia e Germania ecc. ecc. Ancora peggio, poi, se invece di spostarci sul lato occidentale della cartina volgiamo lo sguardo su quello orientale: lì è una babele di rancori feroci e conflitti secolari, etnici e religiosi, a partire dai Balcani.

Faccio questa premessa non per auspicare, a pochi mesi dalla Brexit, un ritorno all’Europa delle rivalità, delle guerre e dell’odio – ci mancherebbe – ma solo per evidenziare ancor di più, se mai ce ne fosse bisogno, come l’Europa sia irrimediabilmente e da sempre il continente meno unificabile del globo terraqueo e che il voler ignorare a tutti i costi questa inequivocabile anche se avvilente verità -come fanno da sempre imperterriti gli ultrà dell’europeismo -per perorare la causa perdente di una maggiore unione politica tra gli Stati membri, significa soltanto attizzare a bella posta, quantunque in buona fede, la collera della gente e rischiare i tumulti di piazza.
Questa UE non piace e non piacerà mai, se ne facciano una ragione. L’Inghilterra è un caso a parte, è sempre stata dentro la Comunità con un piede in e un piede out, sempre lo stesso: quello della convenienza e dell’interesse nazionale. Il voto del giugno scorso, pertanto, è stato solo la conseguenza della presa di coscienza della maggioranza degli inglesi che in una UE che assomiglia sempre più in una riedizione del Sacro Romano Impero con capitale Berlino, il trucco del “ci siamo e non ci siamo” alla lunga non avrebbe più funzionato. Motivo per cui meglio decidersi in tempo per un out definitivo e categorico. Tutto qui. La vicenda britannica per la sua peculiarità dunque non può essere presa ad esempio del fallimento del progetto comunitario, evento la cui genesi va certamente ricercata altrove.

Però il caso inglese resta comunque un detonatore, o un abbrivo se preferite, e cioè il primo tassello di un domino devastante per tutto ciò che fu deciso a Maastricht 25 anni fa. Dico Maastricht e non Roma, da tutti universalmente considerata la città natale del sogno europeista, per una ragione molto semplice: il pollice verso sul cantiere comunitario non riguarda il 1956 e ciò che prese vita allora, ossia la vecchia CEE, bensì quel Frankenstein politico, fiscale ed economico che si è preteso di far nascere negli anni novanta, ossia la UE e il parto dei suoi lombi: l’Euro.

La CEE, com’è noto, a suo tempo è sorta per un motivo ben preciso: far cessare l’eterno confronto militare fra Francia e Germania, un confronto che nell’arco di un solo secolo (tra gli anni 50 dell’ottocento e gli anni 50 del novecento) aveva prodotto ben 3 guerre devastanti (il conflitto franco-prussiano del 1870 e le due guerre mondiali). L’obiettivo fu raggiunto molto più facilmente e rapidamente di quanto ci si potesse aspettare (anche perché era epoca di confronti est-ovest e figurarsi se a occidente ci si poteva permettere ancora il lusso di litigare per l’Alsazia e la Lorena), dopo di che, manifesto di Ventotene come bussola, crebbe rapidamente la smania di fare della Comunità a sei Stati qualcosa di molto più complesso e ambizioso: gli Stati Uniti d’Europa. Oggi solo a pronunziare una parola del genere brividi di gelo corrono lungo le schiene degli abitanti del vecchio Continente, soprattutto di quelli dell’Europa mediterranea, ma fino a tutti gli anni novanta è sembrata la realizzazione di una splendida utopia. Dal nuovo millennio in poi, però, a poco a poco i popoli europei hanno cominciato a rendersi conto che la famosa “costruzione europea” in soldoni altro non era se non una immensa fusione societaria tra banche, comitati d’affari e potentati politici e finanziari supportata da una nomenklatura elefantiaca, spocchiosa e supponente, brava soltanto a imporre per legge la lunghezza massima dei cetrioli e a smantellare il consolidato welfare continentale.
La candida vecchina della casa di marzapane si era trasformata definitivamente nell’orrida strega.

Cos’era successo nel frattempo? La mutazione genetica del sogno europeo ha una data ben precisa: 9 novembre 1989, giorno della caduta del muro di Berlino. Dopo quella data, i detentori delle chiavi del Palazzo comunitario capirono che ad oriente si stava spalancando davanti a loro una sterminata prateria di alti profitti a basso costo. Per accaparrarseli occorreva tuttavia smantellare la complessa intelaiatura dei diritti dei lavoratori eretta ad ovest nel corso del novecento. Occorreva, in sintesi, estendere al resto del Continente il modello thatcheriano affermatosi nel Regno Unito nel corso degli anni 80, abbracciando le dottrine economiche neo liberiste di Milton Friedman e della scuola di Chicago, predicando il ritorno allo Stato minimo ottocentesco e la privatizzazione selvaggia dei servizi pubblici, imbavagliando le politiche dei governi nazionali dentro rigidi vincoli di bilancio, spogliando le nazioni di quote significative di sovranità.
Tutte decisioni prese nel chiuso delle ovattate stanze dei palazzi di Bruxelles e Francoforte. Tutte decisioni prese non dall’unico organo eletto dai cittadini dei Paesi membri (il Parlamento europeo) ma da organi collegiali controllati in genere dai membri nominati dagli Stati più forti, a cominciare dalla sempiterna Germania. Tutte decisioni che fino alla crisi dei mutui subprime non avevano determinato in apparenza alcuna frattura tra la gente comune e l’ideale europeo. Tutte decisioni che oggi, dopo anni di devastazione sociale e di fronte ad una migrazione epocale dall’Africa che rischia di aggravare ulteriormente in Europa le condizioni di vita delle classi meno agiate, si scrivono UE ma si leggono Brexit, termine onnicomprensivo che possiamo tranquillamente adottare per definire nel suo complesso i sentimenti anti-Euro che serpeggiano in quasi tutte le nazioni aderenti alla UE e non solo tra i sudditi della regina Elisabetta.
La Brexit è stata solo questo: il rifiuto di un’Europa dei notabili, dei balivati della ricchezza, di lobby e congreghe dagli interessi più o meno opachi, dei santuari del credito e delle grandi multinazionali. Pertanto, mente sapendo di mentire chi punta il dito contro i partigiani dell’antieuropeismo accusandoli di voler affossare meritorie conquiste comunitarie come Erasmus, normative anti-trust e di tutela del consumatore, libera circolazione. Chi rifiuta QUESTA Europa non vuole tornare alle miseria delle piccole patrie in lotta perenne l’una contro l’altra, vuole semplicemente un’ALTRA Europa, un’Europa rispettosa dei doverosi spazi da lasciare alla sovranità nazionale, che abbia a cuore i problemi delle persone e non quelli di “lor signori”, che non passi il tempo ad emanare editti e placiti volti a rendere più difficile la vita alle economie più deboli. Ma soprattutto un’Europa senza maestrini e primi della classe, che tolga dal piedistallo lo spread per rimetterci gli esseri umani.

 

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francesco61dgl2 08 febbraio

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“Poi è arrivato il periodo delle elezioni  e Berlusconi ha messo nel suo programma …la possibilità di un condono che veniva chiamato tombale, e a giudicare dalla definizione i nostri soppalchi rientravano ampiamente….Insomma, cercando di dirla per quel che era: avremmo risolto i nostri problemi se Berlusconi avesse vinto le elezioni….intanto che speravamo che vincesse la sinistra, non ci sarebbe dispiaciuto del tutto se avesse perso…”
 
Faccio una premessa che ritengo imprescindibile: non si compra  Il desiderio di essere come tutti se non si appartiene alla medesima koinè umana, valoriale e culturale a cui appartiene l’autore, perché in caso contrario potrebbe rivelarsi un acquisto inutile e persino irritante.  In Italia la stragrande maggioranza dei cittadini – elettori ha infatti orientamenti politici di centro destra (compreso un buon 50 per cento di grillini), motivo per cui acquistare un libro come quello dello scrittore casertano per costoro  potrebbe  significare soltanto aver sprecato denaro e fatto provviste di nervosismo per tutto l’inverno.  E dico questo pur nella consapevolezza che il romanzo autobiografico di Piccolo è tutto meno che un testo  imbevuto di faziosità,  furori ideologici e  legnosità dogmatiche; in ogni caso, però, racconta una storia con la s minuscola (la sua) ed una con la S maiuscola (quella dell’Italia dalla metà degli anni settanta ad oggi e della coeva evoluzione –involuzione del PCI) che  solo chi si è trovato su un certo lato della barricata può comprendere fino in fondo e apprezzare fino in fondo. 
Chi scrive questa appartenenza al medesimo campo da gioco dell’autore l’ha avvertita profondamente, anche se, a stretto rigore, non ha militato sotto le sue stesse bandiere: Piccolo  è stato un simpatizzante comunista “innamorato” di Berlinguer; l’estensore di queste note è stato invece un pertiniano senza tessere ostile a qualsiasi spostamento a destra del socialismo democratico (la famigerata “mutazione genetica” denunziata a suo tempo da Riccardo Lombardi) ma anche parecchio distante (politicamente) da comunismi e comunisti. Il punto d’incontro? L’antipatia per Craxi ed il craxismo e, dopo, per la sua naturale conseguenza:  il berlusconismo.
Per il comunista Piccolo Craxi ha rappresentato, a torto o a ragione, l’elemento di disturbo che,  dopo il rapimento e l’omicidio di Moro,  ha affossato definitivamente il compromesso storico,  ponendosi come interlocutore privilegiato  della Dc e condannando all’opposizione  il PCI di Enrico Berlinguer; per il qui scrivente Craxi – pose illiberali e derive tangentistiche a parte - è stato semplicemente il necroforo di una certa idea di socialismo e  l'artefice di un’altra - tuttora purtroppo in auge - che con i principi del socialismo classico ha poco o nulla da spartire. 
Ma il libro di Piccolo, attenzione, non è né un nostalgico e sterile “come eravamo” (malgrado il famoso film con Redford e la Streisand venga richiamato più volte nel corso della narrazione) e nemmeno un isterico e livoroso “cosa siamo diventati”. E’ semplicemente  la storia di un percorso - umano, ideale e professionale -  che parte dalla Reggia di Caserta e da un bambino di 9 anni che ruba gelati e arriva quasi ai giorni nostri, passando per i mondiali di calcio del 1970, il colera di Napoli del 1973, l’assassinio di Aldo Moro e della scorta, il terremoto dell’Irpinia, l’ascesa di Craxi, la morte di Berlinguer, Tangentopoli e l’avvento  della  seconda repubblica, la parentesi ulivista e il ventennio berlusconiano. 
Inframmezzati agli  eventi e alle persone  pubblici,  “di tutti”,  gli eventi e  le persone della sfera privata: il padre di simpatie conservatrici, lo zio democristiano, la zia comunista, la compagna di banco militante della sinistra extraparlamentare, una moglie dall’indole atarassica (soprannominata non a caso “Chesaramai”). Ognuno di loro è un tassello fondamentale del mosaico di vita e di opere creato dallo scrittore, senza il quale si perderebbe il senso del tutto. Così come fondamentali si rivelano, dissipando subito nel lettore il dubbio sulla loro congruenza , i riferimenti letterari e cinematografici di cui è infarcito il libro: il già ricordato film di Sydney Pollack , il capolavoro “America” di Altman e il racconto di Raymond Carver che lo ha ispirato, la “Terrazza” di Ettore Scola, quell’inarrivabile vertice della letteratura europea che è “La promessa” di Durrenmatt e, soprattutto, Max Weber  e la sua distinzione tra l’etica dei principi e  l’etica delle responsabilità. 
Con il filosofo tedesco, infatti, si arriva allo snodo centrale della narrazione, senza il quale non si può comprendere lo sguardo disincantato sulle proprie “viscere” di uomo di sinistra che Piccolo – contrariamente a tanti altri- ha avuto il coraggio di  gettare.  
Piccolo innanzitutto ha distinto il suo lavoro in due parti : la prima parte si intitola  “La vita pura: io e Berlinguer”; la seconda parte  “La vita impura: io e Berlusconi”. Detta così, potrebbe sembrare che tutta l’opera sia un inno alla vita pura e un continuo ripudio di quella impura. Niente di più sbagliato: il ragionamento di Piccolo è molto più complesso e intelligente e tocca corde profonde e abissi insondati delle vicende del riformismo  italiano.
E’  qua, tra l’altro, che entra in gioco  Weber e la sua etica a due velocità: con Berlinguer prima e poi col Bertinotti del divorzio dal governo Prodi del 1998, Piccolo e tanti altri come lui   hanno  sposato senza tentennamenti l’etica dei principi, orgogliosi della propria diversità, della propria minorità, del far parte di una schiatta nobile e perdente. Ma chi l’ha detto che è sempre questa la marcia giusta da  ingranare  davanti agli incroci della Storia ? Se Berlinguer, dopo il fallimento del compromesso storico, ha avuto i suoi buoni motivi per arroccarsi nella ridotta della Valtellina della questione morale e di un PCI altezzosamente diverso e migliore della diarchia craxiano-democristiana, la Valtellina  di Bertinotti ha regalato il Paese al predominio ventennale delle destre e per motivazioni dall’importanza inversamente proporzionale alle conseguenze dello strappo. 
D’altro canto, fa capire Piccolo, la successiva, sofferta adesione, nel corso del nuovo millennio, del popolo di sinistra all’etica delle responsabilità  a scapito dell’etica dei principi (il che, tradotto, vuol dire  semplicemente una sinistra che si sporca le mani con la fatica del governare),  è stato sì un passaggio indispensabile per un elettorato e una classe politica che aspiravano a diventare forza motrice del Paese, ma anche la rivelazione per molti di una alterità mancata, uno scoprirsi maledettamente simili per certi aspetti al nemico, perfino a  quel nemico incarnato da   Silvio Berlusconi,  sintesi iconica del peggio nazionale, perché, in definitiva: “Berlusconi è meglio se perde, però  - cavoli - se vince  mi sano il soppalco…”
Affresco d’epoca  e testimonianza di un sentire  individuale e collettivo che ha marcato  una sofferta stagione del nostro Paese, il  libro-confessione di Piccolo tuttavia non fa sconti ai sentimenti e scava nel meandri inesplorati delle velleità e dei desideri della   generazione del pugno chiuso mettendone  a nudo dubbi e contraddizioni,  debolezze e lacerazioni.  Una radiografia impietosa e complice al contempo che solo ai militanti di sinistra, chissà perché, riesce sempre bene. 
 

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francesco61dgl2 06 febbraio

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Questo articolo   del 2008  a quasi vent'anni di distanza  lo si  potrebbe tranquillamente spacciare per un articolo  scritto ieri. Nessuno se ne accorgerebbe, salvo che per  la citazione dell'allora ministro Padoa Schioppa   

 

9 gennaio 2008

La favola delle api cattive

 

Bernard De Mandeville era un medico olandese vissuto nell’Inghilterra di Anna Stuart che deve la sua fama ad un’operetta di poche pagine, La favola delle api, nella quale, anticipando le teorie economiche di Adamo Smith, sosteneva che le società prosperano laddove i suoi consociati possono sfogare liberamente vizi ed egoismi. Mirabile esempio del pensiero hobbesiano applicato all’economia, il libretto di Mandeville si proponeva anche di smentire le posizioni moralisteggianti di Shafterbury, altro filosofo dell’epoca ma di scuola lockiana.

La fortuna dell'apologo è legata alla rivoluzione industriale che da lì a poco avrebbe investito l’Inghilterra e, in seguito, tutta la società europea. Gli aedi del liberalismo, infatti, vi hanno sempre visto un inno al dinamismo della borghesia ed alla sua spregiudicatezza, valutati non più col metro severo dei preti e degli intellettuali, ma con quello molto più favorevole dei risultati prodotti in termini di ricchezza individuale e collettiva di una nazione.

Il rovescio della medaglia di una concezione così amorale dell’impresa e del mercato lo si è poi visto all’opera nel corso di tutto l’ottocento: uno sfruttamento scandaloso della forza lavoro operaia, costretta a turni di lavoro massacranti in opifici malsani e sovraffollati, con un impiego indecente della manodopera minorile e paghe di fame. Arricchimenti vertiginosi per pochi, spaventosa indigenza per tutti gli altri, insomma.

Pertanto, quando ci si è accorti che la favola delle api per molti era un film dell’orrore, i governi e le forze politiche hanno iniziato a varare legislazioni di sostegno e tutela delle fasce deboli delle popolazione, blindando i contratti di lavoro attraverso l’imposizione di minimi salariali decorosi, contributi previdenziali e norme a garanzia della salubrità e sicurezza dei luoghi di lavoro. Un apparato di protezione del cd. contraente debole che, in nome di sacrosanti principi solidaristici e di civiltà, alla lunga ha avuto i suoi vantaggi anche per l’economia delle nazioni e per le stesse tasche degli imprenditori: una popolazione più serena e satolla consuma di più, dunque compra di più e consente alle industrie di continuare a produrre.

Un apparato di protezione che, però, da qualche anno qualcuno sta sistematicamente smantellando, con un sostanziale ritorno alle api mandevilliane. La precarizzazione dei contratti e la guardia abbassata dello Stato sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, insieme alla crisi delle economie occidentali provocata dalla globalizzazione dei mercati, hanno riproposto sul desco della pace sociale pietanze indigeste che si pensava scomparse ormai da decenni.

La giustificazione formale di questa brutale rottamazione del welfare non è mai stata mandevilliana, per rispetto del politicamente corretto, bensì scaltramente  ruffiana: se il lavoro è precario, il vantaggio per il lavoratore è di poter sempre avere la possibilità di migliorare la propria condizione, cambiando attività e scegliendone una meglio remunerata. Uno specchietto per le allodole buono per coprire la vera natura dell’operazione: con l’apertura dei nuovi mercati in Asia e nell’Europa dell’est, non avendo l’imprenditoria alcuna voglia di battere la nuova concorrenza investendo nella ricerca e nell’innovazione e volendo, d’altra parte, preservare le proprie rendite, l’unico escamotage per salvare capra e cavoli era quello di far ricadere sui lavoratori il prezzo della globalizzazione, tornando ad una lettura strettamente privatistica del contratto di lavoro. Il contratto di lavoro subordinato, per chi non lo sapesse, dovrebbe essere, dal punto di vista del diritto civile, un normalissimo contratto a prestazioni corrispettive (sinallagmatico), soggetto come tutti gli altri alle ipotesi di recesso, nullità, annullabilità, rescissione e risoluzione previste dal codice. La sua particolare rilevanza sociale ha fatto sì che, nel corso degli anni, venisse confezionato per esso un complesso di principi e di regole volti a regolamentarne (gli imprenditori o gli economisti e i politici di scuola liberista userebbero il verbo “ingabbiare”) gli aspetti più iniqui, ossia quelli che potevano determinare un sostanziale squilibrio a danno dei prestatori d’opera, contraenti deboli del rapporto (es. legge sui licenziamenti individuali del 1966 e statuto dei lavoratori del 1970)

Attualmente, invece, soffia forte un vento di restaurazione le cui conseguenze si avvertono maggiormente in quei Paesi, come l’Italia, dove mancano adeguati meccanismi di sostegno per chi, perduto un lavoro, ha la necessità di mantenere se stesso e i propri familiari nel tempo intercorrente tra la fine di un impiego e l’inizio di un altro.

In Italia, poi, manca del tutto anche la possibilità di trovare impieghi migliori: solitamente, per chi chiude un’esperienza lavorativa precaria, inizia un girone infernale di attività a termine malpagate e totalmente scollegate con le attitudini e il bagaglio culturale del prestatore di lavoro.

Se questo è il dramma odierno di molti giovani (ma non solo), altrettanto drammatica è la situazione di coloro che invece un lavoro stabile ce l’hanno, ma retribuito ormai in modo del tutto insufficiente ad assicurare un dignitoso tenore di vita. L’inarrestabile aumento dei prezzi e delle tariffe a cui si assiste sgomenti da qualche anno, ha di colpo impoverito migliaia di individui e nuclei familiari che, fino a non molto tempo fa, potevano ritenersi pacificamente immuni da eccessive preoccupazioni economiche.

Tutto ciò ha spaventosamente allargato, nel nostro Paese, il divario tra chi ha molto e chi ha molto poco. Tra i primi: le tante imprese che (a dispetto dei pianti e alti lai di Confindustria) continuano a elargire dividendi sostanziosi alla propria dirigenza; i miracolati del caravanserraglio italiano politico-amministrativo, percettori di buste paga stratosferiche a carico della collettività, e gli squali della Borsa e del mercato finanziario. Tra i secondi: operai, impiegati, piccoli commercianti, piccoli professionisti e, più in generale, chi trae il proprio sostentamento dal lavoro subordinato o dall’esercizio di attività di modeste dimensioni e con un ridotto volume d’affari.

Le organizzazioni sindacali, che hanno raccolto il grido di dolore dei ceti sociali più esposti a questa inarrestabile erosione del potere d'acquisto dei salari, paiono stavolta decise a mettere alle corde il governo sulla questione della eccessiva pressione fiscale sui redditi da lavoro dipendente. Lodevole iniziativa che difficilmente, però, riuscirà a raggiungere in pieno gli obiettivi che si prefigge.

La pressione fiscale italiana è elevata perché smisurato e dispersivo è il Minotauro che deve nutrire, ossia la spesa pubblica improduttiva. Se lo Stato paga le centinaia di alti burocrati (per tacere di politici e politicastri vari, nazionali e locali) con le somme che ben conosciamo, è ovvio che dopo ha bisogno, per mandare avanti tutta la baracca, di mantenere alto il livello delle imposte.

Da questo orecchio Padoa-Schioppa ci sente poco, però, non si sa se per simpatia verso privilegi e privilegiati o per incolpevole ignoranza del problema.

Una soluzione potrebbe essere quella di tassare le rendite finanziarie per compensare il minor gettito. Le rendite oggi sono tassate al 12%, una inezia rispetto alla tassazione dei redditi. Chi specula in Borsa, pertanto, non solo può guadagnare cifre enormi con la semplice pressione di un tasto, ma si libera pure degli obblighi verso il fisco versando un obolo alquanto modesto.

Altra soluzione potrebbe essere quella di introdurre una imposta sui beni di lusso, la tanto vituperata patrimoniale, bandiera della sinistra radicale. E’ comprensibile che i cultori di scienza delle finanze, figli spirituali di Luigi Einaudi, inorridiscano di fronte a simile prospettiva, ma è altrettanto comprensibile che il resto della popolazione italiana inorridisca di fronte ad un possessore di yacht e quadri di valore che non deve pagare nulla per la proprietà di oggetti che valgono centinaia di migliaia di euro e che spesso si rivalutano nel tempo.

Vedremo se la montagna partorirà topini o elefanti. Una soluzione la dovranno comunque trovare, perché la favola di Mandeville sarà pure stuzzicante e provocatoria, ma la sua applicazione pratica, ove è avvenuta, ha reso il mondo più ingiusto e più cattivo. Se non vogliamo tornare alle brioches di Maria Antonietta, essa va pertanto rispedita in soffitta, non senza l’avvertenza, ove qualcuno un domani le volesse dare una spolveratina, di maneggiarla con estrema cura.

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francesco61dgl2 01 febbraio

L'ARCHIVIO DELLE RECENSIONI

Giuliano Pisani appartiene ad una categoria di docenti e studiosi che per chi ha frequentato, come il sottoscritto, il liceo classico nella seconda metà degli anni settanta ( il "canto del cigno", a mio avviso,  dei professori di tale livello)  meriterebbero, illico et immediate, come minimo   l'egida del Ministero della Cultura e la qualifica di patrimonio nazionale,  tanto rara è ormai la presenza di insegnanti della loro statura ( umana e culturale) dentro le aule dei licei e delle Università. Non dico altro. 

 

Raphael Giuliano Pisani - Libro - GM.libri NarraLibri | Libreria  Universitaria

 

 

Metti, lettore,  uno stimato erudito, di quelli di una volta, di quelli che,  ad ere geologiche di distanza dal diploma,  ancora ti traducono Plutarco  e Seneca  all’impronta,  manco fossero articoli della Gazzetta sull’ultimo derby Milan-Inter;  di quelli divenuti, per i liceali che   oggi  arrancano con fatica pure dietro al rosa –rosae, entità misteriose, probabilmente leggendarie, di certo, se esistenti, non aventi per essi natura umana, quasi alieni caduti sulla Terra come il marziano a Roma di  Flaiano.

Metti al servizio della narrativa di intrattenimento lo sconfinato livello di conoscenze di un personaggio del genere,  la cui pagina su Wikipedia già basterebbe ad indurre quel sano  e rispettoso  metus reverentialis che una volta era corredo d’obbligo del bagaglio educativo di ognuno, dal più umile artigiano al borghese  opimo  ma incolto, e che da anni sembra smarrito nelle discariche   a cielo aperto dei social media, nel putridume di quel percolato graveolente dove l’ultimo dei cercopitechi coprofagi può assurgere  a maestro di pensiero anche per un tweet  o un commento insultante, razzista, sessista, omofobo, delirante, indegno dei duemila  e passa anni di civiltà che, volenti o nolenti, tutti in Occidente ci portiamo sul groppone come Enea col padre Anchise; metti tutto questo e  inizia la lettura di un libro come Raphael (Edizione GMLibri), romanzo d'esordio del professore veneto Giuliano Pisani, intellettuale eclettico e saggista dalle molteplici competenze e passioni in campo umanistico,  a cominciare da Giotto e dalla sua Cappella degli Scrovegni (a cui ha dedicato anni addietro un volume - I volti segreti di Giotto, Rizzoli 2009 - che tuttora resta, per esperti  e meno esperti, una delle più dettagliate, illuminanti e appassionate analisi del capolavoro del genio fiorentino).

Metti tutto questo, lettore, e ti accorgerai di avere per le mani , con Raphael , un testo dalla trama avvincente, assistita da un  periodare  appassionato, elegante, eppur chiaro e  scorrevolissimo (come sempre dovrebbe essere,  ma  sempre più spesso non è , uno scritto redatto nella lingua di una nazione , l’Italia,  forse unica nella sua capacità di coniugare la semplicità con la bellezza); un romanzo che ha soprattutto l’accuratezza della ricostruzione storica, ambientale e culturale dei ben più celebrati , ma – ahinoi – spesso anche ben più criptici romanzi storici del compianto Umberto Eco.

Raphael invece  prende per mano il lettore e con  un’ immaginaria macchina del tempo, unita ad estremo rigore storico e bibliografico e ad un sapiente rimbalzo  tra retrospezione analettica  e contemporaneità, lo trasporta nell’India del XVI secolo, prima che diventasse, duecento anni dopo, teatro di ingordigia coloniale tra francesi e inglesi,  ma  già allora terra di missioni gesuitiche  e fondachi portoghesi,  lacerata dalle lotte tra indù e musulmani ma governata da un sovrano illuminato, quell’  Akbar-e Azam, terzo sovrano timuride dell'Impero Moghul, di religione musulmana e discendente di Tamerlano, che amava intrattenersi  piacevolmente nella propria dimora regale di Fatehpur Sikri in dotti simposi teologici con esponenti dei diversi credi, dai gesuiti alle autorità religiose ebraiche, induiste o islamiche, per cercare la “pietra filosofale” della concordia e del reciproco rispetto. Quanta attualità in queste nobili aspirazioni!

In tutto ciò , la trama gialla ambientata nella contemporaneità e che vede protagonisti due fidanzati-detective - un docente italiano di Storia dell’arte ed una giovane e affascinante assistente francese, che, insieme ai poliziotti indiani, tentano di scoprire  l’assassino del mentore indiano della ragazza - malgrado l’impeccabile e tersa perfezione stilistica dei dialoghi e delle situazioni, appare piuttosto come mero  stratagemma narrativo per mascherare  i veri scopi del libro, ossia quello di far conoscere al lettore un mondo ai più del tutto sconosciuto, come la conturbante e misteriosa India precoloniale,  con tutte le  contraddizioni, le disuguaglianze sociali e  le ingiustizie che ancora ne lacerano il tessuto sociale, unito ad un messaggio ecumenico di convinta redamazione fra  popoli e fedi di cui si avverte sempre più l’impellente necessità.

In questa cornice, l’affascinante  vicenda umana e  politica del sultano timuride  sembra quasi voler rappresentare, per l’autore,  un compendio  ideale delle innumerevoli,  analoghe e sfortunate vicende umane e politiche di tutti coloro che, da posizioni di potere o di prestigio culturale , nei secoli, sfidando l’ostilità di opinione pubblica , sudditi, cortigiani e consiglieri, hanno tentato di riuscire a trovare il bandolo della  civile convivenza  tra fedi religiose opposte e   spesso ostili tra loro .  Si pensi a  imperatori come Alessandro Severo o Giuliano l’Apostata , a  uomini di Stato colti e raffinati come Federico II  di Prussia, a grandi pensatori , tra cui anche  scettici o non credenti, come Ipazia, Voltaire,  Montaigne, Erasmo o Tommaso Moro.

Per carità, Akbar fu governante capace anche di inflessibili spietatezze nella repressione delle rivolte interne e nelle guerre coi sovrani rivali, non dimentichiamolo,  ma   anche un uomo che in ogni caso cercò per tutta la durata del suo regno di raggiungere un  obiettivo che solo Dio o chi per lui sa quanto le cronache di questi giorni,  con  le macerie di Gaza e il rinnovo della sfida infinita tra fanatismo sionista e fanatismo  islamico, rende ormai indifferibile: la pace.

La pace assoluta, lo sappiamo, è però araba fenice che  purtroppo nessuno vedrà risorgere dalle sue ceneri, perché abbattere  barriere, diffidenze, odi , vendette , avidità , rancori che affondano le radice nei secoli e per le più disparate ragioni,  è  più facile a dirsi che a pensare soltanto di farsi.

Ma smettere di versare sangue umano sol perché qualcuno crede che il suo Dio sia più Dio di un altro è molto più semplice di quanto si creda: basterebbe recarsi tutti insieme  a bere alla medesima fonte, quella dell'agnizione, del riconoscimento  dell’alterità nell'uguaglianza. L’acqua che sgorga da quella fonte ha l’identico colore , l’identico sapore e l’identica freschezza per tutti coloro che se ne vorranno servire .  Va bevuta , dunque, quest’acqua,  al più presto e da tutti, credenti e non. Lo pretende la ragione umana e lo pretendono le migliaia di vittime delle innumerevoli  persecuzioni religiose  scoppiate da quando qualcuno si è messo in testa che il suo Cielo è migliore degli altri .  E quindi va bevuta  per Ipazia e  per  i catari,  per Serveto  e  per i valdesi delle pasque piemontesi , per  i  pagani slavi sterminati dai cavalieri teutonici e per gli ebrei delle mille diaspore e della “soluzione finale”,   per i bosniaci  di Srebrenica, per i palestinesi cacciati dalle terre dei padri  e per  gli armeni massacrati dai turchi. Va bevuta per noi, per i nostri figli e per chi figli non he ha potuti avere o li ha lasciati soli, perché prima di essere infilzato dalla lancia di San Michele, come nel quadro di Raffaello tanto amato da Akbar, il demone dell’intolleranza, della sopraffazione, della supremazia dell’uomo sull’uomo ha avuto il tempo di alitare sulla Terra il suo pestilenziale alito di morte.

Va bevuta e al più presto , quest’acqua miracolosa, altrimenti chiamarsi uomo prima o poi varrà quanto chiamarsi ameba.

 

21 maggio 2021

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francesco61dgl2 30 gennaio

L' ARCHIVIO DEGLI ARTICOLI
Nel 2009 sprofondò l'Abruzzo, nel 2026 sta sprofondando la Sicilia, o perchè frana o perchè viene sommersa dal mare. Situazioni diverse ma risultati identici e, soprattutto, conseguenze identiche: una  infinità di chiacchiere, soliti battibecchi nord-sud perchè, se le catastrofi accadono in Sicilia, è sempre colpa della Sicilia, soliti scambi d'accuse fra enti locali, ministeri, autorità   preposte alla vigilanza e  tutela del territorio ecc. Un Paese di vetro che non sa difendere il tanto che ha dal tanto che la natura è capace di portargli via in un attimo.

L' Italia si ama come la figlia scapestrata si ama  più di quella assennata, mi disse anni fa un anziano artigiano catanese. Sarà, ma qua mi sa che il fascino della scapestrata sta arrivando al capolinea...

 

15 aprile 2009

Tutt'a posto sta m...

Gli affezionati spettatori del duo comico palermitano ricorderanno che in una delle scene chiave dello spassosissimo film di Ficarra e Picone “Il 7 e l’8” un grande Toni Sperandeo , nelle vesti dell’infermiere che trent’anni prima - incazzato nero per una vincita milionaria alla lotteria di Capodanno sfumata per un nonnulla - aveva scambiato in culla i due protagonisti, provvede a modo suo a sistemare le cose scambiandoli di posto sul divano di casa. “Tutto a posto”, dice poi soddisfatto, facendo seguire però alla frase un commento sarcastico a mezza voce in puro dialetto panormita: “Tutt’ a posto sta m….”

Ugual commento tra l’ironico e l’amaro mi è fluito dalle labbra l’altra sera sentendo in tv il nostro Presidente del Consiglio confortare i terremotati abruzzesi alla stessa maniera dell’infermiere palermitano.

Cos’è tutto a posto, signor Presidente?

Contrariamente ad altri opinionisti di sinistra, non ho trovato nulla da ridire sul come Berlusconi ha gestito finora l’emergenza e neppure sul suo tanto criticato (a sinistra) presenzialismo sui luoghi della tragedia. Se non l’avesse fatto, sarebbero piovute critiche ben più feroci sulla sua “assenza”, perché sarà pur vero che così facendo si è confezionato un enorme spot ma è anche vero che alla gente comune colpita da questo genere di eventi la vicinanza degli alti rappresentanti dello Stato è cosa che fa sempre piacere, pur nella consapevolezza che trattasi solo di operazione mediatica e sublime presa per i fondelli.

Ma, preso atto che la fase emergenziale è stata governata in modo egregio, non può il Lider Maximo pretendere di coprire sotto il casco dei pompieri la vergogna di un Paese di cartapesta, costruito a “petra e sputazza”, come si dice dalla mie parti: ciottoli e saliva.

Lo stesso stadio dei primi interventi, tanto enfatizzato dalla propaganda del PDL, probabilmente non avrebbe avuto quei connotati di efficienza e  rapidità messi in mostra a L’Aquila se il terremoto marsicano non fosse stato preceduto da una attività sismica iniziata già nello scorso ottobre. Insomma, se – toccando ferro - da qualche altra parte e senza preavvisi dovesse verificarsi all’improvviso una forte scossa, siamo così sicuri che l’apparato della Protezione Civile darebbe prova della medesima efficienza?

Resta poi, pesante come un macigno, l’incognita della ricostruzione. Le passate esperienze ci hanno insegnato che in genere la riedificazione si rivela un affare d’oro per pochi intimi ed un calvario infinito per coloro che hanno perso la casa. Sapranno il governo e gli enti locali evitare la replica di film già visti altrove? Le premesse non sono delle migliori neppure stavolta. Si mormora già di mafie pronte nell’ombra a gettarsi sugli appalti e di un Abruzzo “campanizzato” che, per chi conosce la tranquillità e l’ordine che regnavano in quei territori, è una previsione da far venire i brividi anche a Ferragosto.

No, Presidente: non c’è niente a posto, a cominciare dal cornicione frantumato della Prefettura, sconcertante metafora litica dell’implosione dello Stato e delle sue leggi. A L’Aquila intere prosapie di politici, tecnici e pubblici funzionari , per connivenza o quieto vivere, hanno giocato per anni alle tre scimmiette, fino al disastro del 6 aprile. E dunque, cos’è a posto? E quante altre Aquile ci sono nel resto d’Italia?

L’abnegazione dei volontari, le tende montate a velocità supersonica, i pasti caldi garantiti ogni giorno a migliaia di persone sono la faccia pulita dell’Italia perbene, che si rimbocca le maniche e corre in aiuto di chi soffre. Ma troppe volte l’altra Italia, quella delle furberie, dei facili arricchimenti sulla pelle altrui, dell’illegalità in doppio petto, ha utilizzato quella faccia per occultare le proprie responsabilità o farle passare in secondo piano, per nascondere sotto il tappeto dell’emergenza la sconcezza e la pravità dei propri comportamenti, certa che il tempo e la farraginosità della giustizia avrebbero puntualmente giocato a proprio favore, annacquando colpe e omissioni.

Oggi su Repubblica c’è un articolo di Sofri che commenta la sortita provocatoria di un giovane giornalista siciliano deciso a non dare neppure un euro ai terremotati “perché Schifani guadagna in un mese quanto prende in un anno mia madre, pensionata dello Stato”. Ossia: i soldi ci sono già, sono quelli delle nostre tasse e quelli sperperati allegramente ogni giorno dalla classe politica. Il ragionamento del giovane non fa una grinza e mette a nudo le troppe macchie di sugo e i troppi rattoppi di cui è pieno il vestito buono di questo Paese; nondimeno, condivido con Sofri l’opinione che l’euro vada dato comunque, per la sua valenza simbolica e per il concreto aiuto che può fornire in una situazione in cui i soldi non sono mai abbastanza. Il senso di appartenenza ad una nazione, in definitiva, si cementa anche così. Tuttavia Sofri dimentica di aggiungere che, per ogni euro donato, le aziende di telefonia prelevano ai donanti due euro quale costo del servizio…

Ecco il ghigno lascivo e beffardo dell’altra Italia che riemerge puntualmente dietro la polvere dei palazzi crollati, dietro le lacrime e il sudore di vittime e soccorritori. Ecco lo sciacallaggio legalizzato, si chiami speculazione edilizia, malversazione di pubblici amministratori o indebito profitto della grande imprenditoria, che alla fine si protrude sempre, in un modo o nell’altro, ad occupare gli spazi sgomberati dalle ruspe e dalla fatica dell’Italia solidale, pronto a mandare in scena il solito copione di cui ormai conosciamo a memoria tutte le battute.

No, signor Presidente, decisamente non c’è proprio niente a posto.

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francesco61dgl2 27 gennaio
L' ARCHIVIO DELLE RECENSIONI
 
David Zinc è un giovane e promettente avvocato impiegato in un importante studio di Chicago, uno di quegli studi legali, parecchio diffusi al di là dell'Atlantico, che occupano con i loro uffici interi piani di grattacielo e in cui lavorano centinaia di persone tra soci ,associati, paralegali e semplici dipendenti. Ma David Zinc, una brillante laurea ad Harvard nel cassetto, non è felice: guadagna profumatamente ma gli orari sono massacranti, la famiglia trascurata, ciò di cui si occupa (il diritto societario) l'esatto opposto di ciò che sognava di fare quando studiava all'Università. Così, come nella novella di  Pirandello “Il treno ha fischiato”, una mattina il treno fischia anche nella testa di David, che molla tutto, si ubriaca e finisce  chissà come  nello scalcagnato ufficio di due mezze tacche di avvocati, Oscar Finley e Wally Figg, due morti di fame che campano (male) inseguendo ambulanze e incidenti stradali e cercando di strappare accordi stragiudiziali con le assicurazioni degli investitori. Di aule di tribunale manco a parlarne: non sanno proprio cosa siano e nemmeno ci tengono a saperlo. Eppure è proprio nel loro studio  che David decide di  trasferirsi, rinunziando d'un colpo a quattrini e carriera. La frequentazione dell'ambiente,dei suoi  nuovi colleghi , dei loro metodi e, soprattutto, del tipo di clientela che bazzica dalle loro parti non tarderanno a insinuare in lui forti dubbi sulla bontà della sua scelta di vita, fino a quando non gli capiterà  per le mani  un caso  molto interessante,che  promette di renderli tutti e tre molto ricchi.
Nel mare magnum degli scrittori di cassetta - di bestsellerellisti, tanto per capirci - John Grisham spicca da sempre per due motivi: la capacità , unica tra gli autori di legal thriller e suoi  derivati, di regalare al lettore, con rapide “pennellate”,  efficaci ritratti   della società statunitense per i quali altri (ad esempio il tedioso e sovrastimato Franzen) sprecano fiumi e fiumi di pallosissimo inchiostro; la perfetta conoscenza della macchina giudiziaria americana , palpabile in ogni pagina , in ogni passaggio delle sue storie.  Basta leggere uno solo dei suoi libri per capire che Grisham non è certo il solito avvocato fallito prestato alla letteratura per disperazione: Grisham è stato ed è un fior di legale che ha avuto dalla sorte anche il dono di saper confezionare racconti avvincenti, storie che si leggono d'un fiato non per il semplice gusto di sapere come andrà a finire e chi è l'assassino (che nei libri di Grisham, tra l'altro, non c'è quasi mai) ma perché affascinati dal dipanarsi stesso della vicenda, dallo scintillio dei dialoghi, dall'alternarsi del dramma e del riso - sempre opportunamente dosati -  e da una manifattura a regola d’arte dei personaggi, alcuni dei quali (pensiamo al goffo paralegale de “L'uomo della pioggia”, superbamente interpretato sul grande schermo da Danny De Vito) davvero  indimenticabili.
E tutto questo talvolta  senza un inseguimento, una goccia di sangue, un serial killer, una feroce banda di criminali, un torbido complotto di Stato. In alcuni suoi libri, è vero, questi ingredienti sono stati generosamente adoperati,  ad esempio nel Socio e nel Rapporto Pelikan. Ma in molti altri - tra cui quest'ultimo,“I contendenti”- Grisham è riuscito a tenere inchiodato il lettore sulla poltrona con semplici e apparentemente banali cause civili, in genere intentate da privati cittadini contro una grande corporation.  
Ecco,  se proprio vogliamo trovare nei romanzi di Grisham un leit- motiv, un tema ricorrente, esso va ricercato giustappunto nello scontro dei Davide contro i Golia, dei comuni mortali contro lo strapotere delle multinazionali e contro le loro arroganze, i loro soldi,  i loro avvocati dalle parcelle milionarie. E' qui che Grisham dà il meglio di sé, nella descrizione impietosa di un sistema, quello americano, in cui il potere del denaro soverchia e umilia i diritti dei singoli, con l'interessata complicità di un potere politico che deve a quello economico la sua stessa sopravvivenza. Illuminante, a questo proposito (e dovrebbero leggerla attentamente tutti coloro che da noi predicano il totale azzeramento del contributo pubblico ai partiti), è la parte del romanzo in cui viene descritta l'attività lobbistica di tale Koane, un avventuriero che si è arricchito a Washington facendo da tramite tra i parlamentari e il grande capitale , foraggiando sontuosamente i primi con i dollari del secondo. Un andazzo perfettamente lecito negli States.
Ma lo sguardo di Grisham su tutto questo in fondo resta ottimistico: nei suoi libri il piccolo e giovane avvocato riesce quasi sempre a spuntarla sullo  studio -monstre scatenatogli contro dal gigante economico o finanziario di turno che egli ha avuto l'ardire di sfidare. Nella realtà le cose  vanno ben diversamente, ma non rimprovereremo il buon John per questa che, a ben pensarci, a noi non  sembra tanto una debolezza o una ruffiana strizzatina d'occhio ai desiderata dei lettori, quanto un volersi ritagliare,  a uso e consumo proprio e del suo pubblico, un mondo migliore di quello in cui nasciamo, cresciamo e schiattiamo ogni giorno.
 
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francesco61dgl2 22 gennaio

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L'articolo che  stasera tirerò fuori dal cassetto delle mie boiate, dove dormiva beatamente dal 2022,  non è lo sfottò irridente di un simpatizzante di destra, ma il grido di dolore di un uomo di sinistra,  socialdemocratica ma pur sempre sinistra. Grido di dolore per il processo irreversibile di banalizzazione  dei temi, delle pose,  dei comportamenti  e delle proposte  del progressismo italico, sia da  parte delle persone che vi militano  (si tratti di opinionisti, esperti, intellettuali o politici di professione) che  dei partiti che lo rappresentano .

Perchè se il cretino di sinistra ai tempi di Sciascia, come sostengo anche nello scritto in questione,  in fondo era ancora una mosca bianca, una bizzarra eccezione alla regola, ai nostri giorni, se non  è ancora diventato maggioranza rumorosa, poco ci manca. E davanti ad una destra di governo di cui  si può dire tutto il male possibile (opinione personale ovviamente), tranne che, fatta eccezione per alcuni suoi esponenti (anche autorevoli…), sia  una armata composta da  minus habentes, avere una sinistra dove "la prevalenza del cretino", per dirla con Carlo Fruttero, giorno dopo giorno da incubo notturno rischia di trasformarsi in realtà effettuale, significa garantire alla controparte altri trent’anni di potere col vento in poppa.

 

L'eterno ritorno del cretinismo di sinistra

“Intorno al 1963 si è verificato in Italia un evento insospettabile […]. Nasceva e cominciava ad ascendere il cretino di sinistra: ma mimetizzato, nel discorso problematico e capillare. Si credeva che i cretini nascessero soltanto a destra e perciò l’evento non ha trovato registrazione. Sono pericolosi questi cretini dai discorsi problematici, perché alla loro imbecillità si aggiunge il fanatismo” (Leonardo Sciascia, Nero su nero, Einaudi, 1979).”

 

Mai verdetto più profondo e imbarazzante era stato emesso in tanti anni da un intellettuale di sinistra di quella statura sugli stoltiloqui di politici , giornalisti e uomini di cultura della medesima area politica.

Ma se nel 1963 il cretinismo di sinistra era ancora un bimbo in fasce rispetto ad oggi, attualmente pare stia sempre più diventando quasi lo stigma identitario degli eredi morali di Pellizza da Volpedo.

Sono tante e varie le sortite cretiniste effuse, dalla caduta della cd. Prima Repubblica in poi, da uomini e donne del progressismo italico,  che l’elencarle tutte diventerebbe fatica di Sisifo, se non altro per l’enorme tempo che richiederebbe il ricercarle e collazionarle .

A semplificarci il compito fortunatamente è però intervenuta un mese fa la vittoria della destra e la nascita del governo Meloni, motivo per cui abbiamo ora la possibilità di compendiare mirabilmente l’essenza del cretinismo di sinistra in poche righe, tra l’altro rendendolo chiaro come un mattino di sole anche a coloro che alla politica hanno sempre preferito il coltivare l’esegesi  delle fonti o l’analisi logica e grammaticale di  Milan –Inter.

La Meloni , dicevamo.  Cosa avrebbe fatto la Meloni per far riemergere in tutta la sua possanza il cretinismo di sinistra, vi chiederete voi. Praticamente poco o nulla, perché si è semplicemente limitata a riesumare il “rasoio di Occam”: a parità di condizioni… va sempre preferita  la soluzione più immediata.

E quale soluzione più immediata ci può essere in Italia per far starnazzare il pollaio del cretinismo mancino? Rinominare in un certo modo i ministeri o usare determinati termini, per esempio.

Ed è così’ che la parola Nazione al posto di Paese, adoperata spesso dalla leader di FdI con riferimento all’Italia, è diventata il pretesto per far dichiarare in tv nei giorni scorsi ad un noto ed apprezzato docente di Storia dell’arte (ebbene sì, il cretinismo di sinistra di solito è inversamente proporzionale all’ intelligenza e alle competenze di chi se ne fa inconsapevole vessillifero) che essa sarebbe sintomatica delle deriva fascista a cui starebbe andando incontro l’Italia.

Peccato tuttavia che questo vocabolo così inquietante sia riportato in diverse norme di legge del nostro ordinamento giuridico, vigenti e non, e persino nella nostra adorata Costituzione , oltre ad essere frequentemente adoperato all’estero, e senza rossore alcuno, in entità nazionali dalle granitiche tradizioni democratiche

Peccato infine  che questa pericolosissima espressione, rivelatrice del distopico futuro  di orbace e olio di ricino che  ci attende, sia riportata da sempre persino nella formula di giuramento di neo ministri e pubblici dipendenti.

Svanito poco dopo l’entusiasmo per la scoperta di quello che era stato bollato come un sicuro indizio di squadrismo strisciante (“ecco, vedete, l’avevamo previsto: dicono nazione ma intendono nazionalismo…”) , il movimento cretinista  si è concentrato su altri presunti inciampi mussoliniani dell’ incauta  Meloni e dei suoi sodali, ad  iniziare dalla modifica del nome del Ministero dell’istruzione,  a cui il nuovo governo ha aggiunto l’orrifica (per qualcuno) parola merito, locuzione che  il cretinismo di sinistra ritiene inconfutabile spia di un ritorno delle orecchie d’asino sulla testa della prole di operai e contadini.  

Agli aedi del cretinismo, dunque,  non è passato nemmeno per l’anticamera dell’encefalo che merito potrebbe semplicemente significare che le “capre” per loro libera e consapevole scelta e a prescindere dal ceto sociale d’appartenenza, malgrado gli eventuali sforzi ammirevoli dei docenti non possono essere messe sullo stesso piano o addirittura preferite ai loro colleghi preparati e vogliosi di conoscenze, poveri o ricchi che siano.  

Lo afferma già l’art. 34 della Carta costituzionale, la quale  troppo spesso da qualcuno viene invocata solo quando conviene: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. “

Il ritorno del merito nel linguaggio ministeriale potrebbe anche sottintendere, peraltro, la lodevole volontà  di porre un freno al prolasso qualitativo  che da anni affligge l’istruzione in Italia, vittima di uno spaventoso livellamento verso il basso per una cattiva lettura del messaggio didattico di Don Milani e della sua Barbiana, con elementari e medie dove vengono puntualmente promossi tutti e spesso con voti elevati di massa, ingenerando negli studenti  meno “capaci e meritevoli” l’idea malsana di aver maturato l’ inalienabile diritto ad un ideale tappeto volante che li conduca lietamente fino al diploma o addirittura alla laurea senza inciampi di sorta.

Detta in parole povere: se 5.000 candidati – laureati in legge e in genere “figli” dei licei –   di un recente concorso in magistratura , agli scritti sono stati quasi tutti sonoramente bocciati per clamorosi errori di grammatica e sintassi nei loro elaborati, forse un problema di merito, inteso nel senso politicamente corretto del termine, c’è.

Merito, infine, vuol  sommessamente suggerire, a mio avviso,  che imparare a piantumare ortaggi togliendo ore all’italiano o alla geografia , probabilmente non sarebbe la cosa migliore da fare per formare adeguatamente , dal punto di vista culturale, le giovani generazioni.

La professoressa – scrittrice Paola Mastrocola, torinese e sessantottina (autrice, tra gli altri, di quel delizioso romanzo di formazione che è Una barca nel bosco), anni fa ha sintetizzato perfettamente questo concetto davanti alle maestre elementari di una scuola di Napoli che, dopo averla invitata ad un loro convegno, le mostravano orgogliose gli eccellenti risultati delle fatiche prediali dei loro allievi: “Ecco allora perché quando arrivano al liceo non sanno scrivere”.

Ultimo ma non ultimo pretesto per scatenare le ire funeste del cretinismo (pseudo) progressista, la nuova denominazione del Ministero dell’Agricoltura,  a cui è stata aggiunta la dicitura “e della sovranità alimentare.”

Qua davvero cadono le braccia .Da anni tutti –  consumatori, imprenditori, politici di qualunque orientamento – lamentano le distorsioni  prodotte al nostro settore agro-alimentare dalla globalizzazione  e da certe direttive UE, dato che l’Italia è da sempre un Paese che, grazie alla geografia, è in grado di produrre di tutto e con livelli di qualità e genuinità sconosciuti altrove. Prova ne sia che  nei nostri supermercati le merci che riportano il tricolore sulle loro confezioni sono da tempo le  preferite dai clienti nei loro acquisti. Quindi sovranismo altro non vorrebbe stare a significare che maggior tutela del prodotto nazionale, in modo che, ad esempio, in futuro non si debba  più assistere, in Sicilia, alle stragi di quintali di arance e limoni la cui commercializzazione non è economicamente conveniente per i produttori, mentre nei mercati di Milano spadroneggiano gli agrumi tunisini o le castagne turche.

Mi fermo qui e da elettore di sinistra mi auguro che finalmente dalle mie parti politiche si ricominci a parlare di patrocinio  delle classi e delle categorie meno agiate, di riduzione delle diseguaglianze, di tutela dell’ambiente, di lotta alle ingiustizie, agli abusi, ai soprusi, ai privilegi, al malaffare, alle mafie e a tutto ciò che i padri nobili della sinistra italiana  consideravano consustanziale  alla parola “sinistra”.  

Parola che con gli articoli determinativi ed indeterminativi e la ricerca spasmodica delle pulci nei sostantivi e negli aggettivi  non ha mai avuto nulla a che vedere, tranne quando  esprimevano un palese dileggio a chi  la forza o lo status sociale per difendersi  non l’aveva.

E’ vero che “le parole sono pietre” , come titola un bellissimo racconto del piemontese Carlo Levi incentrato sulle miserrime condizioni dei contadini siciliani degli anni 50, ma anche i cervelli possono esserlo: la differenza è che molte parole diventano pietre solo se mal declinate. Per i cervelli il discorso è più complicato…

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francesco61dgl2 15 gennaio

L' ARCHIVIO DEGLI ARTICOLI

 

Questo articolo è un omaggio. critico ed encomiastico insieme, ad una grande capitale italiana ed europea. E' uno scritto al contempo critico e laudativo  perchè ci sono casi in cui il plauso senza il biasimo, si tratti di persone, luoghi, categorie sociali o istituzioni, talvolta  rischia seriamente di chiamarsi ipocrisia.

 

14 gennaio 2008

Ecoballe

Non conosco la realtà partenopea se non per le testimonianze di qualche collega originario di quelle zone  e per una fugace visita di qualche anno fa. Ho il sospetto, però, che non sia mai stata amministrata bene, né dalla destra né dalla sinistra. I pesanti condizionamenti della camorra e la spudorata politica clientelare non sono nati certo con Bassolino, ma tutti si attendevano che con Bassolino diventassero retaggi del passato. Così non è avvenuto, se è vero, com’è vero, che la malavita organizzata è infiltrata in ogni ganglio della vita pubblica e delle attività economiche e se è vero, com’è vero, che la pratica delle assunzioni clientelari di persone desiderose di tutto (a cominciare dallo stipendio) meno che di lavorare non ha conosciuto alcuna flessione (20 netturbini ogni tot abitanti contro i 5 delle città del nord dovrebbero fare di Napoli un luogo più lindo ed asettico di una sala operatoria…)

Napoli è sempre stata una città difficile. Uno dei libri più belli e controversi che io abbia letto su Napoli è La pelle di Malaparte. Vi è descritta una città sontuosa e pitocca al tempo stesso, barocca e stracciona, ma viva, effervescente, addirittura magica, anche se immersa nel gorgo spaventoso della guerra e della miseria. La plebe di Napoli è stata celebrata in mille romanzi e mille film, ma forse la rappresentazione colorita e cartolinesca dei vicoli e del popolo dei vicoli alla lunga ha nuociuto alla città, pur avendole dato la notorietà internazionale che merita, perché l’ha ingabbiata in stereotipi dai quali adesso è difficile liberarsi.

Napoli, insomma, non è pizza e mandolino e non è neppure Totò, Peppino e la malafemmina. Ma non è nemmeno quella cloaca a cielo aperto descritta da una certa corrente antinapoletana ultimamente in voga tra i politici e gli intellettuali italiani.

Napoli è una grande città che occupa un posto centrale nella cultura italiana e europea. Napoli ospita, nelle sue chiese e nelle sue dimore gentilizie, opere di artisti come Pietro Cavallini, Tiziano, Tiepolo, Correggio, Parmigianino, Carracci, Bruegel il Vecchio. Napoli è la città di capolavori come Castel dell’Ovo e il Maschio Angioino, il Teatro S.Carlo e la Reggia di Capodimonte. Nella sua Università, fondata da Federico II, ha insegnato tra gli altri S. Tommaso d’Aquino. Napoli è una città con tremila anni di storia e un passato glorioso di capitale prima angioina e poi aragonese e borbonica. Napoli è la città di Vico, di Giannone, di Gravina , di Spaventa e Benedetto Croce. Napoli e i suoi dintorni sono uno dei luoghi più celebrati da Goethe nel suo viaggio in Italia.

Tutto ciò non basta a far di Napoli un paradiso, è vero, ma dovrebbe bastare a far capire che l’Italia non può fare a meno di Napoli e Napoli dell’Italia. Napoli è l’Italia, con tutti i suoi splendori e tutte le sue miserie, perché tutto il bene e tutto il male d’Italia trova a Napoli la sua sinossi, la reductio ad unum nella quale tutti possiamo specchiarci e condividere i motivi d’orgoglio e quelli di vergogna del Paese intero.

Per questo non possiamo dire “l’immondizia di Napoli è problema di Napoli”. L’immondizia napoletana e tutto il suo corollario di errori, omissioni, inadempienze, connivenze, crimini e corruttele, altro non sono che la rappresentazione in scala ridotta di quel malgoverno e di quella mala amministrazione che da decenni costituiscono la nota dolente della questione italiana, il debito formativo mai recuperato che ci relega ai margini del sinedrio europeo.

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