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L'articolo che stasera tirerò fuori dal cassetto delle mie boiate, dove dormiva beatamente dal 2022, non è lo sfottò irridente di un simpatizzante di destra, ma il grido di dolore di un uomo di sinistra, socialdemocratica ma pur sempre sinistra. Grido di dolore per il processo irreversibile di banalizzazione dei temi, delle pose, dei comportamenti e delle proposte del progressismo italico, sia da parte delle persone che vi militano (si tratti di opinionisti, esperti, intellettuali o politici di professione) che dei partiti che lo rappresentano .
Perchè se il cretino di sinistra ai tempi di Sciascia, come sostengo anche nello scritto in questione, in fondo era ancora una mosca bianca, una bizzarra eccezione alla regola, ai nostri giorni, se non è ancora diventato maggioranza rumorosa, poco ci manca. E davanti ad una destra di governo di cui si può dire tutto il male possibile (opinione personale ovviamente), tranne che, fatta eccezione per alcuni suoi esponenti (anche autorevoli…), sia una armata composta da minus habentes, avere una sinistra dove "la prevalenza del cretino", per dirla con Carlo Fruttero, giorno dopo giorno da incubo notturno rischia di trasformarsi in realtà effettuale, significa garantire alla controparte altri trent’anni di potere col vento in poppa.
L'eterno ritorno del cretinismo di sinistra
“Intorno al 1963 si è verificato in Italia un evento insospettabile […]. Nasceva e cominciava ad ascendere il cretino di sinistra: ma mimetizzato, nel discorso problematico e capillare. Si credeva che i cretini nascessero soltanto a destra e perciò l’evento non ha trovato registrazione. Sono pericolosi questi cretini dai discorsi problematici, perché alla loro imbecillità si aggiunge il fanatismo” (Leonardo Sciascia, Nero su nero, Einaudi, 1979).”
Mai verdetto più profondo e imbarazzante era stato emesso in tanti anni da un intellettuale di sinistra di quella statura sugli stoltiloqui di politici , giornalisti e uomini di cultura della medesima area politica.
Ma se nel 1963 il cretinismo di sinistra era ancora un bimbo in fasce rispetto ad oggi, attualmente pare stia sempre più diventando quasi lo stigma identitario degli eredi morali di Pellizza da Volpedo.
Sono tante e varie le sortite cretiniste effuse, dalla caduta della cd. Prima Repubblica in poi, da uomini e donne del progressismo italico, che l’elencarle tutte diventerebbe fatica di Sisifo, se non altro per l’enorme tempo che richiederebbe il ricercarle e collazionarle .
A semplificarci il compito fortunatamente è però intervenuta un mese fa la vittoria della destra e la nascita del governo Meloni, motivo per cui abbiamo ora la possibilità di compendiare mirabilmente l’essenza del cretinismo di sinistra in poche righe, tra l’altro rendendolo chiaro come un mattino di sole anche a coloro che alla politica hanno sempre preferito il coltivare l’esegesi delle fonti o l’analisi logica e grammaticale di Milan –Inter.
La Meloni , dicevamo. Cosa avrebbe fatto la Meloni per far riemergere in tutta la sua possanza il cretinismo di sinistra, vi chiederete voi. Praticamente poco o nulla, perché si è semplicemente limitata a riesumare il “rasoio di Occam”: a parità di condizioni… va sempre preferita la soluzione più immediata.
E quale soluzione più immediata ci può essere in Italia per far starnazzare il pollaio del cretinismo mancino? Rinominare in un certo modo i ministeri o usare determinati termini, per esempio.
Ed è così’ che la parola Nazione al posto di Paese, adoperata spesso dalla leader di FdI con riferimento all’Italia, è diventata il pretesto per far dichiarare in tv nei giorni scorsi ad un noto ed apprezzato docente di Storia dell’arte (ebbene sì, il cretinismo di sinistra di solito è inversamente proporzionale all’ intelligenza e alle competenze di chi se ne fa inconsapevole vessillifero) che essa sarebbe sintomatica delle deriva fascista a cui starebbe andando incontro l’Italia.
Peccato tuttavia che questo vocabolo così inquietante sia riportato in diverse norme di legge del nostro ordinamento giuridico, vigenti e non, e persino nella nostra adorata Costituzione , oltre ad essere frequentemente adoperato all’estero, e senza rossore alcuno, in entità nazionali dalle granitiche tradizioni democratiche
Peccato infine che questa pericolosissima espressione, rivelatrice del distopico futuro di orbace e olio di ricino che ci attende, sia riportata da sempre persino nella formula di giuramento di neo ministri e pubblici dipendenti.
Svanito poco dopo l’entusiasmo per la scoperta di quello che era stato bollato come un sicuro indizio di squadrismo strisciante (“ecco, vedete, l’avevamo previsto: dicono nazione ma intendono nazionalismo…”) , il movimento cretinista si è concentrato su altri presunti inciampi mussoliniani dell’ incauta Meloni e dei suoi sodali, ad iniziare dalla modifica del nome del Ministero dell’istruzione, a cui il nuovo governo ha aggiunto l’orrifica (per qualcuno) parola merito, locuzione che il cretinismo di sinistra ritiene inconfutabile spia di un ritorno delle orecchie d’asino sulla testa della prole di operai e contadini.
Agli aedi del cretinismo, dunque, non è passato nemmeno per l’anticamera dell’encefalo che merito potrebbe semplicemente significare che le “capre” per loro libera e consapevole scelta e a prescindere dal ceto sociale d’appartenenza, malgrado gli eventuali sforzi ammirevoli dei docenti non possono essere messe sullo stesso piano o addirittura preferite ai loro colleghi preparati e vogliosi di conoscenze, poveri o ricchi che siano.
Lo afferma già l’art. 34 della Carta costituzionale, la quale troppo spesso da qualcuno viene invocata solo quando conviene: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. “
Il ritorno del merito nel linguaggio ministeriale potrebbe anche sottintendere, peraltro, la lodevole volontà di porre un freno al prolasso qualitativo che da anni affligge l’istruzione in Italia, vittima di uno spaventoso livellamento verso il basso per una cattiva lettura del messaggio didattico di Don Milani e della sua Barbiana, con elementari e medie dove vengono puntualmente promossi tutti e spesso con voti elevati di massa, ingenerando negli studenti meno “capaci e meritevoli” l’idea malsana di aver maturato l’ inalienabile diritto ad un ideale tappeto volante che li conduca lietamente fino al diploma o addirittura alla laurea senza inciampi di sorta.
Detta in parole povere: se 5.000 candidati – laureati in legge e in genere “figli” dei licei – di un recente concorso in magistratura , agli scritti sono stati quasi tutti sonoramente bocciati per clamorosi errori di grammatica e sintassi nei loro elaborati, forse un problema di merito, inteso nel senso politicamente corretto del termine, c’è.
Merito, infine, vuol sommessamente suggerire, a mio avviso, che imparare a piantumare ortaggi togliendo ore all’italiano o alla geografia , probabilmente non sarebbe la cosa migliore da fare per formare adeguatamente , dal punto di vista culturale, le giovani generazioni.
La professoressa – scrittrice Paola Mastrocola, torinese e sessantottina (autrice, tra gli altri, di quel delizioso romanzo di formazione che è Una barca nel bosco), anni fa ha sintetizzato perfettamente questo concetto davanti alle maestre elementari di una scuola di Napoli che, dopo averla invitata ad un loro convegno, le mostravano orgogliose gli eccellenti risultati delle fatiche prediali dei loro allievi: “Ecco allora perché quando arrivano al liceo non sanno scrivere”.
Ultimo ma non ultimo pretesto per scatenare le ire funeste del cretinismo (pseudo) progressista, la nuova denominazione del Ministero dell’Agricoltura, a cui è stata aggiunta la dicitura “e della sovranità alimentare.”
Qua davvero cadono le braccia .Da anni tutti – consumatori, imprenditori, politici di qualunque orientamento – lamentano le distorsioni prodotte al nostro settore agro-alimentare dalla globalizzazione e da certe direttive UE, dato che l’Italia è da sempre un Paese che, grazie alla geografia, è in grado di produrre di tutto e con livelli di qualità e genuinità sconosciuti altrove. Prova ne sia che nei nostri supermercati le merci che riportano il tricolore sulle loro confezioni sono da tempo le preferite dai clienti nei loro acquisti. Quindi sovranismo altro non vorrebbe stare a significare che maggior tutela del prodotto nazionale, in modo che, ad esempio, in futuro non si debba più assistere, in Sicilia, alle stragi di quintali di arance e limoni la cui commercializzazione non è economicamente conveniente per i produttori, mentre nei mercati di Milano spadroneggiano gli agrumi tunisini o le castagne turche.
Mi fermo qui e da elettore di sinistra mi auguro che finalmente dalle mie parti politiche si ricominci a parlare di patrocinio delle classi e delle categorie meno agiate, di riduzione delle diseguaglianze, di tutela dell’ambiente, di lotta alle ingiustizie, agli abusi, ai soprusi, ai privilegi, al malaffare, alle mafie e a tutto ciò che i padri nobili della sinistra italiana consideravano consustanziale alla parola “sinistra”.
Parola che con gli articoli determinativi ed indeterminativi e la ricerca spasmodica delle pulci nei sostantivi e negli aggettivi non ha mai avuto nulla a che vedere, tranne quando esprimevano un palese dileggio a chi la forza o lo status sociale per difendersi non l’aveva.
E’ vero che “le parole sono pietre” , come titola un bellissimo racconto del piemontese Carlo Levi incentrato sulle miserrime condizioni dei contadini siciliani degli anni 50, ma anche i cervelli possono esserlo: la differenza è che molte parole diventano pietre solo se mal declinate. Per i cervelli il discorso è più complicato…