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De complexionem Historiae
I conflitti generazionali in famiglia, si sa, sono da sempre il lievito della crescita dei giovani e della definitiva presa di coscienza dei genitori del fatto che i propri “bambini” tali ormai non sono più da tempo. Peraltro, l’apporto ferace di una conflittualità contenuta entro confini ragionevoli e scambi di vedute costruttivi, per quanto accesi o anche, perché no, veementi , si riverbera non solo sui giovani ma anche sui loro genitori, che solo così riescono a comprendere l’universo giovanile, un “sistema solare” di bisogni, valori e idealità quasi sempre sconosciuto a chi li ha preceduti .
E’ un fenomeno eterno, che si è ripetuto ciclicamente ad ogni passaggio di testimone tra una generazione e l’ altra . Nessuna epoca si è sottratta a questo rito laico di renovatio umana, sociale e familiare, l’unica differenza l’ha fatta nel tempo l’esito finale del confronto: se fino ad un passato nemmeno troppo lontano i giovani hanno trovato quasi sempre nei padri e nelle madri“montagne troppo alte da scalare”, come canta Venditti, e salvi i rari casi di “illuminismo domestico”, dalla deflagrazione sessantottina in poi i giovani hanno goduto quasi sempre in famiglia di maggiore ascolto ed empatia.
I termini della questione, tuttavia, oggigiorno sembrano rovesciati: a fronte di genitori fermi nelle loro opinioni ma ugualmente disponibili ad un confronto proficuo con i figli, spesso la controparte si rivela essere una bolla impenetrabile di autoreferenzialità e di certezze granitiche ed insuperabili, forte di convinzioni estemporanee formatesi soprattutto sui social e di letture di testi e autori rigorosamente coevi e consustanziali al loro vissuto, alle loro sensibilità e alla loro piramide valoriale.
Sono insomma banditi volumi e scrittori che siano antecedenti al fatidico 1-1-2000 o che esprimano idee lontane dalle loro (a prescindere dall’autorevolezza e dall’elevato livello di qualità del prodotto e/o del produttore) e destinanti d’ufficio alla damnatio memoriae tutti coloro che deviano, seppur impercettibilmente, dal pensiero unico della millennials generation.
E’ un atteggiamento di chiusura e intransigenza che riguarda nello specifico la gioventù che si dichiara vicina all’area progressista della galassia politica nazionale, perché le chiusure e le intransigenze di chi, giovane o meno, ha visioni reazionarie del mondo sono tristemente note da decenni e non meritevoli di commento. Al contrario, la sinistra riformista, così come la destra liberale, da sempre sono sinonimo di dibattiti costruttivi e di civile contesa tra le idee, ma l’ odierna gioventù di sinistra, pur non manifestando pulsioni estremistiche, non di rado esibisce, malgrado non le difetti affatto intelligenza e vivacità d’ingegno, ottuse e incomprensibili ruvidezze ideologiche.
E’ questo, tra l’altro, un atteggiamento che in parte ricorda le verità assolute e incontrovertibili, impermeabili ad ogni refolo di diverso parere, di quella generazione di giovani che negli anni settanta e parte degli ottanta volle seguire la strada tragica del terrorismo rosso ma che per fortuna nell’attuale manca dell’ atroce deriva omicida .
Inoltre questa giovane sinistra appare molto diversa, nei suoi punti fermi, da quella classica dei loro nonni e dei loro genitori, più vicina agli idoli totemici del radicalismo liberale che a quelli del socialismo o del comunismo e dunque quasi o per nulla sensibile alle tematiche sociali e molto concentrata invece sui diritti civili. Sacrosanti, per carità, ma inscindibili dalla tutela delle categorie economicamente più deboli e dai diritti dei lavoratori, due valori che da vent’anni a questa parte vengono invece impunemente calpestati dappertutto dall’ ingorda esuberanza del Leviatano liberista, dominatore incontrastato delle scelte dei governi e degli apparati economico-finanziari . “Non c’è giustizia sociale senza libertà e non c’è libertà senza giustizia sociale “, diceva Sandro Pertini, una lezione che pare sia stata dimenticata persino da chi quelle figure ciclopiche del progressismo nazionale, come il nostro indimenticato presidente- partigiano, le ha frequentate personalmente.
Ho fatto questa lunga premessa perché le mie ultime letture , concentrate su fatti, misfatti e personaggi della prima metà del secolo scorso (Margherita Sarfatti, di Rachele Ferrario, Oscar Mondadori; Curzio, di Osvaldo Guerrieri, Neri Pozza editore; A via della Mercede c’era un razzista, di Giampiero Mughini, Rizzoli; Il mio Leo Longanesi, di Pierangelo Buttafuoco , Longanesi editore) , mi hanno rafforzato nell’idea, già maturata in gioventù attraverso gli scritti di Renzo De Felice o di Giordano Bruno Guerri e i colloqui con un padre comunista classe 1925, che il fascismo, ideologia aberrante e vomitevole dittatura liberticida, sia stato comunque, al contrario della belluina follia nazista, un fenomeno complesso, che non si può ridurre allo squadrismo.
Esposta improvvidamente a tavola questa opinione, una figlia secondogenita diciannovenne brillante, intelligentissima, paladina dei diritti di immigrati e minoranze e diplomata col massimo dei voti , non mi ha dato il tempo di corredare il concetto dei doverosi supporti argomentativi, investendomi con un terremoto di vibranti proteste e sferzanti ironie.
E’ questo, a mio avviso e non me ne voglia la mia adorata ragazza, un epigrammatico esempio di intelligenza rilucente ma ingessata tipica del millennial di sinistra dei nostri giorni, perché dovrebbe essere chiaro anche alle talpe che quando, da posizioni democratiche e riformiste, si sostiene che il fascismo è stato un fenomeno complesso, non si stanno fornendo patenti di legittimità ad una ignobile tirannide che ha oppresso per vent’anni l’Italia e l’ha gettata nel baratro di un conflitto devastante; si sta semplicemente asserendo, ad esempio, che fascista fu, fino all’ ignominia delle leggi razziali e dell’alleanza con Hitler, il fior fiore dell’intellighenzia nazionale, artistica e letteraria, attratta dall’iniziale portata rivoluzionaria e antiborghese del movimento creato da Mussolini e affascinata dalle promesse di rinnovamento della società italiana e dall’ abbattimento delle polverose sovrastrutture economiche e sociali del vecchio Stato liberale, bolso ed elitario, contenute nel programma di San Sepolcro o nella Carta del Carnaro dell’impresa fiumana di Gabriele D’Annunzio – scritta dal socialista Alceste De Ambris – la quale addirittura prevedeva già nel 1919 il voto alle donne e il divorzio, arrivati in Italia soltanto nel 1946 e nel 1970.
E’ bene ricordare, a questo proposito, che aderirono inizialmente al fascismo, per poi allontanarsene e qualcuno prendere addirittura strade politiche diametralmente opposte, a parte Luigi Pirandello (morto nel 1936), poeti come Giuseppe Ungaretti e Vincenzo Cardarelli, scrittori come Vitaliano Brancati , Ennio Flaiano, Curzio Malaparte (finito a combattere il fascismo e i nazisti nelle file dell’esercito badogliano),Indro Montanelli (anche lui arruolatosi alla fine nel Corpo Italiano di Liberazione per combattere nazisti e repubblichini), Ercole Patti, Bruno Barilli, Alberto Moravia, Massimo Bontempelli, Guido Piovene; penne come quelle di Cesare Zavattini, futuro padre del neorealismo cinematografico, di Antonello Trombadori, esponente di spicco del PCI negli anni settanta, di Pier Maria Bardi, di Luigi Chiarini ; artisti come Mino Maccari, Mario Mafai, Alberto Savinio, Renato Guttuso, storici dell’arte come Roberto Longhi, architetti come Gio’ Ponti.
Sui giornali e sulle riviste sorti in epoca fascista (Quadrivio, Quadrante, l’Omnibus di Longanesi, il Novecento di Margherita Sarfatti) debuttò, per dirla con Mughini (uno a cui di certo non si possono rimproverare nostalgie neofasciste) , il “ben di dio della cultura italiana”, la maggior parte della quale in seguito convintamente antifascista, se non addirittura frondista o antifascista già quando vi collaborava (come Adriano Tilgher e tanti altri), grazie a quella tacita tolleranza verso il dissenso conosciuto- purché non conclamato – garantita da direttori fascisti e avallata da un ministro del Regime coltissimo ed atipico come il detestato (dal Duce e dai fascisti muscolari alla Farinacci) Giuseppe Bottai (ispiratore nel 1939 delle prime leggi per la tutela del patrimonio naturale ed artistico e nel 1942 della prima legge urbanistica, finito a combattere nel 1944 in nord Africa contro i tedeschi nella Legione straniera francese ) .
“E’ dunque una panzana”- in conclusione e sempre per dirla con Mughini – l’affermazione corrente che non ci sia stata una cultura viva pulsante nell’Italia pur ammorbata dalla dittatura.”
Si faccia caso che in queste righe non sono stati citati né gli intellettuali fieramente fascisti dal primo all’ultimo momento ( il filosofo Giovanni Gentile, gli scrittori Ugo Ojetti, Dino Segre ecc.) né quelli fieramente antifascisti dall’inizio alla fine come Benedetto Croce, Cesare Pavese, Leone Ginzburg.
Il riconoscimento della complessità del fascismo, che non sottende la benché minima apologia , sta dunque tutta qui, perché nazismo e stalinismo, nello stesso periodo storico, non ammisero dissidenze di alcun genere, stendendo sull’universo culturale germanico e russo un mortifero sudario di tremebondo conformismo e servile compiacenza, forse con l’unica eccezione, in Urss, della caustica irriverenza di Bulgakov e del suo Il maestro e Margherita, capolavoro assoluto della letteratura mondiale di ogni tempo che si è salvato dalla censura – salvando anche il suo autore dal gulag -per quella inspiegabile benevolenza verso i loro detrattori di genio che talvolta coglie anche i più feroci autocrati.
Va anche evidenziato, a fortiori, che mentre l’opinione pubblica e le migliori menti italiane di simpatie fasciste presero le distanze da Mussolini fin dalla guerra in Etiopia e dal progressivo avvicinamento ad Hitler, bisognerà attendere gli anni successivi alla fine del conflitto per notare una eguale , lenta e sofferta presa di distanze dal nazismo da parte di società e intellettuali germanici.
Tre note , infine, ad ulteriore bollinatura di quanto fin qui illustrato: la prima riguarda la figura e l’opera di Margherita Sarfatti, nata Grassini, ebrea e inizialmente di idee socialiste, donna di eccezionale caratura intellettiva e culturale, prima storica dell’arte , grande mecenate di artisti, accesa femminista ante litteram all’interno di un quadro politico e sociale che relegava le donne all’unico compito di procreare e allevare figli. E’ stata consegnata alla Storia solo come una delle tante amanti di Mussolini, nonostante gli alti meriti culturali e il suo convinto, duraturo e sdegnato allontanamento dal Duce e dal Regime dopo le leggi razziali e la mefitica intesa col nazismo.
La seconda nota riguarda un personaggio poco noto (mi si perdoni il bisticcio di parole) ma significativo della differente statura morale dell’antifascismo rispetto al fascismo: l’avvocato antifascista bresciano Enzo Paroli, che dopo il 25 aprile salvò la vita all’Interlandi, alla moglie e al figlio nascondendoli per nove mesi nello scantinato della propria casa, fino a quando non caddero le accuse a carico del direttore di quel putrido periodico che è stato La difesa della razza.
Nell’ultima nota mi si consenta di esprimere invece una preoccupazione: la semplificazione manichea della Storia e dei suoi protagonisti, tanto in voga oggi, è la migliore, seppur inconsapevole, amica di chi intende riabilitare uomini e dottrine politiche che nessuno vorrebbe più veder riaffacciarsi sul proscenio del pianeta.
Luglio/Agosto 2021