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francesco61dgl2 05 maggio

L'ARCHIVIO DEGLI ARTICOLI

Il brano di Longanesi  ho omesso  in questa sede di riportarlo per la sua lunghezza, ma è facilmente reperibile nei testi  di Paolo Longanesi e Pietrangelo Buttafuoco citati alla fine dell' articolo.

Luglio/Agosto 2021

RISVEGLI

Mi ha colpito molto stamattina, appena alzato, guardare su Repubblica online il video di un Achille Lauro struccato cantare insieme a Venditti Notte prima degli esami e leggere del  suo profondo debito di riconoscenza ai  grandi cantautori e alla grande musica italiana del passato. Mi ha colpito perché chi ha superato da parecchio la soglia degli anta come il sottoscritto  spesso è portato a formulare giudizi affrettati e ingenerosi sulle giovani generazioni, additate tutte come ottusamente movidare e serbatoio  di  cantanti che ragliano,  attori che raggiungono, grazie a social  e serie tv, successi inversamente proporzionali alle loro qualità, scrittori che riescono a pubblicare romanzi obiettivamente mediocri e pur tuttavia pubblicati da editori di prestigio e fatti oggetto di critiche fin troppo generose.

In questo quadro desolante, dunque, a chi ha memoria di tempi e di protagonisti culturali di ben altro livello, viene spontaneo ritenere che la mancanza di spessore e la povertà di contenuti delle espressioni artistiche  contemporanee siano figlie di quella cultura dell’informazione scultorea e sincopata che predomina  sui moderni mezzi di comunicazione,  quasi  una sorta di  futurismo al ribasso che farebbe inorridire futuristi veri come  Marinetti, Soffici e Papini e dove la velocità fa rima quasi sempre  e soltanto   con scurrilità o banalità.

Ecco perché sentire dalla voce di un giovane autore tra i più interessanti del panorama attuale (non foss’altro, a parte le canzoni, per le geniali provocazioni e le citazioni colte che ha esibito  in questi anni sui palchi  di tutta Italia, dalla trasgressiva contessa Luisa Casati Stampa, amante di D’Annunzio, a Elisabetta I d’Inghilterra, da David Bowie al San Francesco di Giotto)  un elogio così sincero e appassionato del patrimonio musicale italiano degli anni 70-80, stupisce piacevolmente e piacevolmente riconcilia con la generazione dei millennials, a molti dei quali però sommessamente vorremmo suggerire più quotidiani e meno tweet, più Calvino e Sciascia e meno Veronesi e Gamberale (con tutto il rispetto) , più Treccani e meno Wikipedia.

E visto che, per dirla con Bauman,  siamo in tema di società liquida, di una realtà fatta di apprendimenti sommari e settari del quotidiano e  della politica, di consumismo totemico, di individualismi rancorosi,  di giudizi affrettati, di confronti astiosi, di gare a chi strepita più forte , mi permetto di proporre questo mese ai lettori un brano  profetico di quel genio del nostro giornalismo e della nostra letteratura che è stato Leo Longanesi, maestro di stile e autore di analisi visionarie sulle poche virtù e sui molti vezzi e vizi degli italiani –  in primis il trasformismo e il pecoresco accodarsi al vincitore di turno – di impietose e caustiche disgressioni sulla  farsa mista a tragedia   che fu il fascismo e, in parte, anche il post fascismo nonché , da ultimo,  di aforismi al curaro su amici, nemici, parenti e conoscenti.  E’ un testo tratto da Fa lo stesso, raccolta di articoli di Longanesi pubblicati tra il 1931 e il 1953 e pubblicati in unico volume dal figlio  Paolo; testo  riportato peraltro anche nel libro Il mio Leo Longanesi di Pietrangelo Buttafuoco.  Leggendolo, fa veramente impressione la capacità dello scrittore ravennate di prevedere e motivare lucidamente, in un’epoca in cui c’erano solo radio e cinema a contrastarle, il declino miasmatico e inesorabile delle buone letture tra i cittadini italiani, che nei decenni successivi toccherà profondità abissali, probabilmente inimmaginabili persino per il facondo e scanzonato direttore di Omnibus.

 

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francesco61dgl2 23 aprile

 

L'ARCHIVIO DEGLI ARTICOLI 

Settembre 2013

I bambini e l’acqua sporca

 

Ho appena trascorso un fine settimana nello splendido Val di Noto, sud-est della Sicilia, e sono rimasto impressionato, oltre che dalle bellezze architettoniche e artistiche di città come Ragusa Ibla e paesi come Noto, Caltagirone o Palazzolo Acreide, anche dalla fitta rete stradale (complessivamente in buono stato) che collega tutti i centri della zona, persino quelle frazioni dove le pecore superano gli umani. Ovviamente parliamo di strade costruite all’epoca della tanto vituperata prima repubblica. Oggi non sarebbe più possibile. Con l’aziendalismo spinto attualmente in gran spolvero (purtroppo anche tra i cittadini), la frazione abitata da pochi vecchietti si dovrebbe tenere i muli quale mezzo di locomozione. Già si immaginano le giaculatorie dei muezzin della spesa pubblica: opera poco vantaggiosa economicamente; sciupio di denaro dei contribuenti; spread alle stelle per la sfiducia dei mercati in una nazione così sprecona; conti pubblici a rischio e bacchettate da Bruxelles.

Sì, oggi la frazione resterebbe isolata. E meno male che a portargli la luce ci ha pensato, negli primi anni sessanta, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, sennò i suoi residenti starebbero ancora con le candele di sego…

Cosa si vuol dire con ciò? Che una volta, prima di pensare ai costi, si pensava alle persone. Alle persone e al loro diritto di uguaglianza di fronte agli altri cittadini dello stesso Stato, ai sottoscrittori dello stesso contratto sociale. Con l’affermarsi della sciagurata teoria che prima di pensare alle persone bisogna pensare agli sghei e al loro risparmio (teoria che forse – ed entro certi limiti -può andar bene per l’impresa privata, ma non certo per uno Stato che voglia definirsi progredito), ecco che improvvisamente strade, scuole, ospedali , tribunali, posti di polizia dei piccoli centri della sterminata provincia italiana sono diventati improduttivi e superflui. Lussi che non possiamo più permetterci e conseguenti rami secchi da potare. Come se qualcuno a suo tempo non li avesse messi lì per fornire un servizio essenziale a quelle comunità locali, ma per il solo capriccio di sperperare soldi pubblici. Il che sarà stato anche vero in certi casi, per carità, ma non dimentichiamoci che i manufatti e gli uffici pubblici che essi ospitano a qualcosa alla fine son pur sempre serviti. Sono serviti in primo luogo a rendere di serie A cittadini che fino a quel momento si erano sentiti di serie B. E già questo basterebbe a giustificarne l’esistenza. Ma sono serviti anche a non ingolfare il tribunale del centro più grande, già ingolfato di suo; a salvare la vita all’infartuato che, senza il piccolo ospedale di paese, in città non sarebbe arrivato vivo; ad evitare a bambini delle elementari e ragazzini delle medie levatacce antelucane e trasferte di decine di chilometri per esercitare il loro diritto allo studio.

Tutto questo, però, a qualcuno oggi sembra stucchevole, ingenuo,  velleitario,  fuori tempo e fuori luogo. Bisogna guardare ai bilanci e alla compatibilità delle spese con i bilanci, ogni euro di denaro della collettività va impiegato solo se i ragionieri dicono di sì e se il risultato ripaga dei costi sostenuti.

In astratto la pretesa ad una gestione oculata di entrate ed uscite non avrebbe nulla di negativo, anzi. Per anni, si sono dilapidati miliardi in progetti del tutto inutili, buoni  solo a nutrire le fauci insaziabili del leviatano politico-affaristico nazionale e della corte dei miracoli che ci ruota attorno. Puri e semplici vettori di clientelismo e/o assistenzialismo. Basti pensare alla cementificazione selvaggia di fiumi e torrenti del meridione d’Italia, moda imperante nel periodo a cavallo tra la seconda metà degli anni 70 e la prima metà degli anni 80, che ha devastato delicatissimi ecosistemi, aggravato il dissesto idrogeologico ed abbruttito il paesaggio italiano.

Quella spesa pubblica non la vuole più nessuno. Ma buttare l’acqua sporca è un conto, buttare pure il bambino è un altro. Noi lo sappiamo bene. E’ la ragioneria al potere che non lo sa o fa finta di non saperlo.

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francesco61dgl2 21 aprile

L'ARCHIVIO DEGLI ARTICOLI 

Questo mio articolo è datato, come tanti altri che ho già pubblicato su questo portale, ma l'argomento e la riflessione sono ATTUALISSIMI. Chissà perchè... 

 

Il prevedibile ritorno di Arturo UI

 

Se non fosse orrida realtà, il ripristino in Afghanistan della Shaaria sembrerebbe una puntata della serie televisiva  “Signori, abbiamo scherzato”. Ma la prevedibile, fulminante ascesa degli  Arturo UI afgani  a ben rifletterci non era tale solo per gli sprovveduti e per coloro che ancora si bevono, imperturbabili, le notizie propalate dall’establishment politico-finanziario statunitense.

Il crollo, o meglio la vera e propria  liquefazione del regime afgano messo in piedi vent’anni fa da USA e Nato dovrebbe pertanto essere occasione di profonda  riflessione  sulla impellente necessità, per i politici europei dei Paesi aderenti all’obsoleto (per chi scrive) Patto Atlantico, di smetterla di andar puntualmente dietro alle avventure militari degli  americani  ogni qualvolta a costoro salti il ticchio di farle, non foss’ altro, a parte per  l’ovvia ripulsa  verso le guerre, per  il fatto che gli  USA paiono ormai definitivamente imbozzolati in una coazione a ripetere foriera soltanto, per loro, di bare  a stelle e strisce  e  spreco spaventevole di denaro del contribuente americano (lo stesso che non verserebbe un dollaro per un’assistenza sanitaria pubblica come si deve), con puntuale brutta figura finale.

Gli unici successi, se così si possono definire, che si può intestare la politica muscolare yankee degli ultimi anni restano   quindi quelli  di  Bill Clinton nelle  guerre in Bosnia e nel Kossovo , il quale tuttavia poté ottenerli perché adoperò soltanto l’arma aerea, senza utilizzo di truppe di terra. Dove invece le truppe di terra sono state messe in campo, il risultato finale è stato puntualmente il  rompete le righe, con lo sgombero in fretta e furia, coi   documenti bruciati  a tempo di record e con  gli  assalti scomposti ad aerei ed elicotteri per un homecoming  da  cornuti e mazziati. Né miglior esito ha avuto l’altrettanto insensata politica della consorte dell’ex presidente Hillary Clinton (che Obama avallò obtorto collo, evidentemente presentendo una fine nota) del creare la democrazia dal caos, sostenendo le ribellioni popolari contro i regimi dittatoriali del nord Africa; politica che altro risultato non ha ottenuto se non quello di  far nascere l’ISIS e di sostituire alle autocrazie laiche le teocrazie fondamentaliste islamiche.  Tutto questo era già successo in Vietnam, è parzialmente successo in Iraq e si è ripetuto drammaticamente in questi giorni in Afghanistan, una terra dove tutti gli invasori, da Alessandro Magno ai reggimenti della Regina Vittoria fino ad arrivare all’Armata Rossa, si sono rotti la testa, sconfitti da un territorio ostile prima ancora che dalle bande di predoni e dalle innumerevoli tribù che ci vivono dalla notte dei tempi.

Ora il cruccio che credo stia attanagliando in queste ore  la pubblica opinione progressista occidentale, di fronte alle immagini sconvolgenti che arrivano da Kabul, con i tentativi di  disperate fughe di massa e con gli strazianti appelli delle donne afgane, certe del   futuro cinereo che le attende nel medioevo oscurantista talebano, è un cruccio che ha attraversato  secoli, imperi e visioni del mondo e della politica, riassumibile   nel dilemma se sia giusto o meno importare con la  forza, in luoghi governati dal buio della barbarie  e  dell’arretratezza religiosa e culturale, leggi , costumi e abitudini di vita reputati   illuminati e civili, in grado di allineare alla parte più evoluta del pianeta (o che comunque tale si ritiene)  zone del mondo dove le lancette della Storia sono ancora drasticamente  indietro di svariati anni.   

Premetto subito che questo è un cruccio che, a mio avviso,  riguarda solo la politica e l’opinione pubblica europee  da un lato e l’intellighenzia e parte dell’ elettorato americano dall’altra,  perché i politici statunitensi, che siano democratici o repubblicani, negli affari esteri , a prescindere dalle prese di posizione ufficiali,  quasi sempre sono mossi da motivazioni ben più prosaiche e strettamente connesse alla difesa di interessi militari o economici.

Questo però non aiuta a risolvere il dilemma, che resta davvero lacerante: è giusto rispettare sempre e comunque l’indipendenza e l’autodeterminazione dei popoli oppure è giusto ingerirsi nelle loro vicende interne  e fargli adottare istituzioni e stili di vita diversi,  in nome di (presunti) valori superiori e di uno  ius naturae  che esecra tutto ciò che opprime gli esseri umani e li pone sotto l’egida di  precetti   feroci  e arcaici?

Una volta chi scrive senza esitare avrebbe gettato dalla torre Attila e salvato Montaigne. Oggi   dalla torre getterebbe sempre il primo, ci mancherebbe, ma, dovendo passare dai desideri ai fatti concreti, l’idea che sia meglio, nella maggior parte dei casi, lasciare che ogni collettività nazionale si   regoli da sé,  s’insinua con sempre maggior prepotenza.    

John Steinbeck nel 1942, in piena seconda guerra mondiale, pubblicò in proposito un romanzo dalla forte impronta didascalica, quasi un manuale che ogni esercito occupante dovrebbe tenere a  mente  prima di invadere un’altra nazione: La luna è tramontata,  libro in cui l’invasore, malgrado faccia di  tutto per rendersi gradito al popolo invaso, alla fine scatena ugualmente la resistenza armata di quest’ultimo. 

Sarebbe opportuno che presidenti USA, segretari di Stato e generali del Pentagono cominciassero a tenerne una copia sul comodino.

 

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francesco61dgl2 19 aprile

L' ARCHIVIO DELLE RECENSIONIL'orlo argenteo delle nuvole

di Mattew Quick

 

Pat Peobles  è convinto che la sua vita sia un film.

Una  prefazione che esordisce così dovrebbe indurre il lettore alla massima circospezione. Invece lo sventurato risponde e va avanti. Ossia legge tutto il romanzo. Che nello specifico si intitola “L’orlo argenteo delle nuvole” (anche se Salani lo pubblica col nome del film che ha ispirato: Il lato positivo), è stato scritto da Matthew Quick, un professore americano giramondo, e- come già accennato- ha davvero fornito lo spunto per un film, campione d’incassi lo scorso anno.
Ora, l’estensore di queste note non è certo un nemico del romanzo americano contemporaneo, tuttavia è un dato di fatto che ormai la distanza tra la società nordamericana e quella europea è diventata siderale. Le problematiche sono (in parte) profondamente diverse, gli umori sono diversi, i rapporti interpersonali  diversi, l’atmosfera è diversa. Tutto è diverso. O perlomeno questa è l'impressione che oggi si ricava leggendo le opere dei più gettonati scrittori made in U.S.A.
Se tutti noi, critici e lettori, abbiamo avvertito una profonda sintonia col novecento letterario americano, con le sue tematiche, con i suoi eroi, con le sue vittime e i suoi carnefici, altrettanto non possiamo dire per gli eroi, le vittime e i carnefici della contemporaneità narrativa statunitense; se tutti quanti non abbiamo mai avuto alcuna difficoltà a “decriptare” il messaggio dei Fitzgerald, degli Steinbeck, dei Caldwell, dei Dos Passos, dei Fante, la stessa operazione credo oggi ci risulti molto più difficile con i McEwan, gli Auster, i Franzen. Specialmente quest’ultimo, poi,  è un vero e proprio  simbolo vivente di quella sorta di  dottrina Monroe applicata alla letteratura che ci rende attualmente così ostici e distanti i parti letterari dell’intellighenzia di oltre oceano. Ci sono capitoli interi di Libertà o de Le correzioni dove si ha l’impressione che l’autore parli di uomini e donne di un altro pianeta, di alieni insomma, tanto incomprensibili risultano i loro comportamenti e i loro problemi. Eppure gli americani vi si riconoscono in pieno e celebrano Franzen come il bardo dell’american way of life dell’era Obama, un po’ quello che è stato  Whitman per l’America dei pionieri e della frontiera. 
Matthew Quick non sfugge alla regola del libro  americano per gli americani e infatti il suo lato positivo è fin troppo americano.
Il protagonista è un trentacinquenne che è stato appena dimesso dall’ospedale psichiatrico. Tornato a vivere con una madre dolcissima e fragile ed un padre scontroso, solitario e parco d’affetti e di parole, concentra tutti i suoi sforzi nella riconquista della moglie Nikki e per raggiungere questo scopo si sottopone ogni giorno a massacranti esercizi fisici. Non conserva ricordo di ciò che è accaduto tra lui e Nikki e neppure di quanto tempo ha trascorso dentro la casa di cura. In famiglia tutti quanti evitano accuratamente di parlarne e addirittura gli nascondono le foto del matrimonio. Tutto ciò non fa altro che incoraggiare il suo ottimismo sconsiderato , convincendolo sempre più – ad onta dell’evidenza- che il periodo trascorso nel “postaccio” (così chiama la clinica per malattie mentali in cui è stato rinchiuso ) è stato molto breve e che la lontananza da Nikki è destinata a finire in tempi ancor più brevi. Sarà dura rendersi conto che così non è ed in questa sua faticosa risalita dalla caverna risulterà determinante l'aiuto di Tiffany, la sorella della moglie del suo migliore amico, anche lei reduce da problemi psichici di tutto rispetto.
C’è altro? Francamente no. A parte la grande simpatia suscitata dal personaggio di Cliff, il suo analista indiano, i siparietti sportivi fatti di “Aahhh”, maglie di campioni di football della squadra del cuore (gli Eagles di Filadelfia), grigliate con il fratello Jack e gli amici dentro il parcheggio dello stadio in attesa della partita e coretti idioti al grido di E-A-G-L-E-S , E-A-G-L-E-S, non c’è altro. Sì, c’è la prevedibile, anche se lenta, presa di coscienza , da parte di Pat, della dura realtà, di ciò che ha provocato il suo internamento in un manicomio e dell'impossibilità di una ricostituzione della sua unione coniugale. E ovviamente c’è il prevedibilissimo lieto fine della sua contrastata amicizia con Tiffany. Ma in definitiva: sostanza non pervenuta.
Altro che " tra Nick Hornby e Forrest Gump", come promette la copertina dell'edizione italiana. Se una storia simile l’avesse scritta un romanziere italiano, non sarebbero bastati tutti gli ortaggi dei mercati generali di Roma. Siccome è il parto della penna di un giovane scrittore americano, è un libro che non può mancare nel nostro scaffale. Invece il qui presente vi dice in tutta onestà che il vostro scaffale può benissimo farne a meno. Magari il film sarà una gran figata (non sarebbe la prima volta che da un libro mediocre si riesce a cavare  un'opera cinematografica di spessore), ma il romanzo, per dirla con Fantozzi, appare imparentato, seppur alla lontana, con le  cagate pazzesche.

    

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francesco61dgl2 17 aprile

L' ARCHIVIO DEGLI ARTICOLI

 

De complexionem Historiae

 

I conflitti generazionali in famiglia, si sa, sono da sempre il lievito  della crescita dei giovani e della definitiva presa di coscienza dei  genitori del fatto che  i propri “bambini” tali ormai non sono più da tempo.  Peraltro, l’apporto ferace di una conflittualità contenuta entro confini ragionevoli  e scambi  di vedute  costruttivi,  per quanto accesi o anche, perché no,  veementi , si riverbera  non solo sui giovani ma anche sui loro genitori, che  solo così riescono a comprendere l’universo giovanile, un “sistema solare” di bisogni, valori e  idealità  quasi sempre sconosciuto  a chi li ha preceduti .

E’ un fenomeno eterno, che si è ripetuto ciclicamente ad ogni passaggio di testimone tra una generazione e l’ altra . Nessuna epoca si è sottratta a questo  rito  laico di renovatio umana, sociale e familiare, l’unica differenza l’ha fatta nel tempo l’esito finale del confronto: se fino ad un  passato nemmeno troppo lontano i giovani hanno trovato  quasi sempre nei padri e nelle madri“montagne troppo alte da scalare”, come canta Venditti, e salvi i  rari casi di “illuminismo domestico”, dalla deflagrazione sessantottina in poi i giovani hanno goduto quasi sempre in famiglia di maggiore ascolto ed empatia.

I termini della questione, tuttavia, oggigiorno sembrano rovesciati: a fronte di genitori fermi nelle loro opinioni ma ugualmente disponibili ad un confronto proficuo con i figli, spesso la controparte si rivela essere una bolla   impenetrabile di autoreferenzialità e di certezze granitiche ed insuperabili, forte di convinzioni estemporanee formatesi soprattutto sui social e di letture  di testi e autori rigorosamente coevi  e consustanziali  al loro vissuto, alle loro sensibilità  e alla loro piramide valoriale.

Sono insomma  banditi volumi e scrittori che siano antecedenti al fatidico 1-1-2000 o che  esprimano idee lontane dalle loro (a prescindere dall’autorevolezza e dall’elevato  livello di qualità del prodotto e/o del produttore) e destinanti d’ufficio alla damnatio memoriae  tutti coloro che deviano, seppur impercettibilmente, dal pensiero unico della millennials generation.

E’ un atteggiamento di chiusura  e intransigenza che riguarda nello specifico la gioventù che si dichiara vicina all’area progressista della  galassia  politica nazionale, perché le chiusure e le intransigenze di chi, giovane o meno, ha visioni reazionarie  del mondo sono tristemente note  da decenni e non meritevoli di commento. Al contrario, la  sinistra riformista, così come la destra liberale, da sempre sono  sinonimo  di  dibattiti  costruttivi  e di  civile  contesa tra le idee,  ma l’ odierna gioventù   di sinistra, pur non manifestando pulsioni estremistiche,  non di rado esibisce, malgrado non le difetti affatto intelligenza e vivacità d’ingegno,  ottuse e incomprensibili ruvidezze ideologiche.

E’ questo, tra l’altro, un atteggiamento che in parte ricorda le verità assolute e incontrovertibili, impermeabili ad ogni refolo di diverso parere, di quella generazione di giovani che negli anni settanta e parte degli ottanta volle seguire la strada tragica del terrorismo  rosso ma che per fortuna nell’attuale manca dell’ atroce deriva omicida . 

Inoltre questa giovane sinistra appare molto diversa, nei suoi punti fermi, da quella classica dei loro nonni e dei loro genitori, più vicina agli idoli totemici del radicalismo liberale  che a quelli del socialismo o del comunismo e dunque quasi o per nulla sensibile alle tematiche sociali e molto concentrata invece sui diritti civili.  Sacrosanti, per carità, ma inscindibili dalla tutela delle categorie economicamente più deboli  e dai diritti dei lavoratori, due valori che da vent’anni a questa parte vengono  invece impunemente calpestati dappertutto dall’ ingorda esuberanza del Leviatano liberista,  dominatore incontrastato delle scelte dei  governi e degli apparati economico-finanziari . “Non c’è giustizia sociale senza libertà e non c’è libertà senza giustizia sociale “, diceva Sandro Pertini, una lezione che pare sia stata  dimenticata persino da chi quelle figure ciclopiche  del progressismo nazionale, come il nostro indimenticato presidente- partigiano,  le  ha frequentate personalmente.

Ho fatto questa  lunga premessa perché  le mie ultime letture , concentrate su fatti, misfatti e personaggi della prima metà del secolo scorso (Margherita Sarfatti, di  Rachele Ferrario, Oscar Mondadori; Curzio, di Osvaldo Guerrieri, Neri Pozza editore; A via della Mercede c’era un razzista, di Giampiero Mughini, Rizzoli; Il mio Leo Longanesi, di Pierangelo Buttafuoco , Longanesi  editore) , mi hanno rafforzato nell’idea, già maturata in gioventù attraverso gli scritti di Renzo  De Felice o  di Giordano Bruno Guerri  e  i colloqui con un padre comunista classe 1925, che il fascismo, ideologia aberrante e vomitevole dittatura liberticida, sia stato comunque, al contrario della  belluina follia nazista, un fenomeno complesso, che non si può ridurre allo squadrismo.

Esposta improvvidamente  a tavola questa opinione, una figlia secondogenita diciannovenne brillante, intelligentissima, paladina dei diritti  di immigrati e  minoranze   e diplomata col massimo dei voti , non mi ha dato il tempo di corredare  il concetto dei doverosi supporti argomentativi, investendomi con un terremoto di  vibranti proteste e sferzanti ironie.

E’ questo, a mio avviso e non me ne voglia la mia adorata ragazza, un epigrammatico esempio di  intelligenza  rilucente  ma  ingessata  tipica del millennial di sinistra dei nostri giorni, perché dovrebbe essere chiaro anche  alle talpe  che quando, da posizioni democratiche e riformiste,  si sostiene che il fascismo è stato un fenomeno complesso, non si stanno fornendo patenti di legittimità ad una ignobile tirannide che ha oppresso per vent’anni l’Italia  e l’ha gettata nel baratro di un conflitto devastante;  si sta semplicemente asserendo, ad esempio,  che fascista fu,  fino all’ ignominia delle leggi razziali e dell’alleanza con Hitler, il fior fiore dell’intellighenzia nazionale, artistica e letteraria, attratta dall’iniziale portata rivoluzionaria e antiborghese del movimento creato da Mussolini e affascinata dalle promesse di rinnovamento della società italiana e dall’ abbattimento delle polverose sovrastrutture economiche e sociali del vecchio Stato liberale,  bolso ed elitario, contenute nel programma di San Sepolcro   o nella Carta del Carnaro dell’impresa fiumana di Gabriele D’Annunzio –  scritta dal socialista Alceste De Ambris –  la quale addirittura prevedeva già  nel 1919  il voto alle donne e il divorzio, arrivati in Italia soltanto nel 1946 e nel 1970.  

E’ bene ricordare, a questo proposito, che aderirono inizialmente al fascismo, per poi allontanarsene e qualcuno prendere addirittura strade politiche diametralmente opposte, a parte Luigi Pirandello (morto nel 1936),  poeti come Giuseppe Ungaretti  e Vincenzo Cardarelli, scrittori come Vitaliano Brancati , Ennio Flaiano, Curzio Malaparte (finito a combattere il fascismo e i nazisti nelle file dell’esercito badogliano),Indro Montanelli (anche lui arruolatosi alla fine nel Corpo Italiano di Liberazione per combattere nazisti e repubblichini), Ercole Patti, Bruno Barilli, Alberto Moravia, Massimo Bontempelli, Guido Piovene;  penne come  quelle di Cesare Zavattini, futuro padre del neorealismo cinematografico, di Antonello Trombadori, esponente di spicco del PCI negli anni settanta,  di Pier Maria Bardi, di Luigi Chiarini ; artisti come  Mino Maccari, Mario Mafai, Alberto Savinio, Renato Guttuso, storici dell’arte come Roberto Longhi, architetti come Gio’ Ponti.

Sui giornali e sulle riviste sorti in epoca fascista (Quadrivio, Quadrante, l’Omnibus di Longanesi, il Novecento di Margherita Sarfatti) debuttò, per dirla con Mughini (uno a cui di certo non si possono rimproverare nostalgie neofasciste) ,  il “ben di dio della cultura italiana”, la maggior parte della quale in seguito convintamente antifascista, se non addirittura   frondista o antifascista già quando vi collaborava (come Adriano Tilgher e tanti altri), grazie a quella tacita tolleranza verso il dissenso conosciuto- purché  non  conclamato – garantita da direttori fascisti  e avallata da un ministro  del Regime coltissimo ed atipico come il detestato (dal Duce e dai fascisti muscolari alla Farinacci)  Giuseppe Bottai   (ispiratore  nel 1939 delle prime leggi per la tutela del patrimonio naturale ed artistico e nel 1942 della prima legge urbanistica, finito a combattere nel 1944 in nord Africa contro i tedeschi nella Legione straniera francese ) .

E’ dunque  una panzana”- in conclusione e sempre per dirla con Mughini – l’affermazione corrente  che non ci sia stata una cultura viva pulsante nell’Italia pur ammorbata dalla dittatura.”

Si faccia caso che in queste righe non sono stati citati né gli  intellettuali fieramente fascisti dal primo all’ultimo momento ( il filosofo Giovanni Gentile,  gli scrittori  Ugo Ojetti,  Dino Segre ecc.) né quelli fieramente antifascisti dall’inizio alla fine  come Benedetto Croce, Cesare Pavese,  Leone Ginzburg.

Il riconoscimento della complessità del fascismo,  che non sottende la benché  minima  apologia , sta dunque tutta qui, perché   nazismo e  stalinismo, nello stesso periodo storico, non ammisero dissidenze di alcun genere, stendendo sull’universo culturale germanico e russo un mortifero sudario di  tremebondo conformismo  e servile compiacenza, forse con l’unica eccezione, in Urss, della caustica irriverenza  di Bulgakov e del suo Il maestro e Margherita,  capolavoro assoluto della letteratura mondiale di ogni tempo  che si è salvato dalla censura  – salvando anche il suo autore dal gulag -per quella inspiegabile benevolenza verso  i loro detrattori di genio che talvolta coglie anche i più feroci autocrati.

Va anche evidenziato, a fortiori, che mentre l’opinione pubblica e le migliori menti italiane di simpatie fasciste presero le distanze da Mussolini fin dalla guerra in Etiopia e dal progressivo avvicinamento ad  Hitler, bisognerà attendere gli anni successivi alla fine  del conflitto per notare una eguale , lenta e sofferta presa di distanze dal nazismo da parte di società e intellettuali germanici.

Tre note , infine, ad ulteriore bollinatura di quanto fin qui illustrato: la prima riguarda la figura e l’opera di Margherita Sarfatti, nata Grassini, ebrea e inizialmente di idee socialiste, donna di eccezionale caratura intellettiva e culturale, prima  storica dell’arte , grande mecenate di artisti, accesa femminista ante litteram all’interno di un quadro politico  e sociale che relegava le donne all’unico compito di procreare e allevare figli. E’  stata consegnata alla Storia solo come una delle tante amanti di Mussolini, nonostante gli alti meriti culturali e il suo convinto, duraturo e sdegnato allontanamento dal Duce e dal   Regime dopo le leggi razziali e la mefitica intesa col nazismo.

La seconda nota riguarda un personaggio poco noto (mi si perdoni il bisticcio di parole) ma significativo della differente statura morale   dell’antifascismo rispetto al fascismo: l’avvocato antifascista bresciano  Enzo Paroli,   che dopo il  25 aprile salvò la vita all’Interlandi, alla moglie e al figlio nascondendoli per nove mesi nello scantinato della propria casa, fino a quando non caddero le accuse a carico del direttore di quel putrido periodico che è stato  La difesa della razza.

Nell’ultima nota mi si consenta di esprimere invece una preoccupazione: la semplificazione manichea della Storia e dei suoi protagonisti, tanto in voga oggi, è la migliore, seppur inconsapevole, amica di chi intende riabilitare uomini e  dottrine politiche che nessuno vorrebbe  più veder  riaffacciarsi sul proscenio del pianeta.

 

Luglio/Agosto 2021

 

 

 

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francesco61dgl2 più di un mese fa

L' ARCHIVIO DELLE RECENSIONI       

                           

Cosa chiede solitamente il lettore ad un romanzo giallo? Una trama avvincente e possibilmente “labirintica”, dialoghi serrati, investigatori con caratteristiche fisiche e/o caratteriali marcate, finali a sorpresa. Al contrario, le digressioni narrative, gli innesti, nell’asse principale del racconto, di episodi e personaggi ad esso estranei , in genere non attirano molto i fan della letteratura poliziesca e tanto meno gli autori.Ecco perché stupisce piacevolmente un libro come Doppia ombra, della bravissima Roberta Gallego,che nella vita i morti ammazzati purtroppo  li vede davvero, facendo di professione il magistrato. Stupisce perché inizia con un delitto granguignolesco commesso all’interno una villa signorile della provincia del profondo nord della Penisola  e continua inframmezzando il dipanarsi dell’indagine con deliziosi capitoli che nulla hanno a che vedere con essa, fino alla svolta finale e all’arresto del colpevole. 

A questo punto bisogna anche spiegare a chi legge che libri come Doppia ombra  non hanno per protagonisti né un fatto criminoso, né un singolo personaggio o una coppia di personaggi. Hanno per protagonista piuttosto un ambiente, di vita o di lavoro, che può essere un luogo, una famiglia, uno studio professionale, un’azienda o un ufficio. Nel caso della Gallego, l’ambiente è ovviamente quello di una Procura , la  Procura dell’immaginaria città di Ardese, ameno borgo sulle rive di un non meglio specificato lago. Qui una policroma e affannata umanità di magistrati, cancellieri, poliziotti, carabinieri e avvocati cerca ogni giorno di mandare avanti la pericolante baracca della giustizia italiana, con esiti a volte felici e a volte no e con le inevitabili ricadute, per qualcuno, sulla qualità della vita privata.

Ma siccome la dottoressa Gallego non è tipo  da  sviolinate celebrative o peggio ancora retoriche per descrivere con la fantasia quello che nella realtà è il suo habitat professionale,  nel suo romanzo c’è tanto spazio anche per l’autoironia e la comicità. Ragion per cui accanto ai procuratori coscienziosi e ligi al dovere  troviamo il collega beatamente digiuno di diritto e che usa senza alcun rossore i biglietti omaggio offerti dagli indagati, quello più impegnato sul fronte delle conquiste femminili  che sul fronte della lotta alla criminalità,   il magistrato donna in crisi coniugale che si concede una tantum un bacio appassionato con un collega consolatore,  quello che parte in vacanza portandosi dietro distrattamente un importantissimo fascicolo  e, per finire, il pm che festeggia in aula con una torta la  maggiore età di un processo  per maltrattamenti in famiglia giunto – rinvio dopo rinvio- alla diciottesima udienza…

E’ ovvio che lo spunto per queste scene di ordinaria vita di Procura alla Gallego gliel’abbia fornito la nuda e cruda quotidianità lavorativa, ma l’abilità della scrittrice sta nel confezionarli per il lettore con un periodare  piacevolissimo, scorrevole ed estremamente curato nella forma - semplice ed elegante al contempo, con un   sobrio e avveduto utilizzo di vocaboli ricercati -  il che, in un panorama letterario nazionale dominato dal piattume stilistico alla Fabio Volo, oggigiorno non è affatto possibile dar per scontato in uno scrittore. 

Ma la gradevolezza del libro non sta tanto nel fraseggiare raffinato dell’autrice  quanto nell’abile tessitura di una storia dove la nota di colore, se non addirittura umoristica, si sposa perfettamente con il dramma, dove dietro un cadavere con decine di coltellate  si nasconde un colluvium familiare torbido e caliginoso, dove il lettore segue col medesimo interesse la ricerca dell’assassino e quella di un fascicolo smarritosi nei meandri del palazzo di giustizia e dove soprattutto – e finalmente - gli articoli di legge sono richiamati in modo corretto, così come in modo corretto (dopo decenni di ricostruzioni assai poco fedeli al diritto vigente) sono indicati  ruoli degli investigatori e  protocolli d’indagine. 

Il risultato finale è  una sagace  mistura di ortodosso rispetto delle regole del noir e  arguto bozzettismo , di dramma e di commedia , che non toglie nulla alla appassionante e tenace ricerca del bandolo della matassa, allo squarcio del velo che cela il movente di un delitto raccapricciante. In definitiva, un romanzo godibilissimo e una scrittrice alla quale  si può promettere ad alta voce e con la massima sincerità che Doppia ombra non resterà di certo l’unico suo “parto” narrativo  ad essere oggetto di acquisto e contestuale avida lettura.

 

  

 

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francesco61dgl2 più di un mese fa

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Articolo scritto alla vigilia delle ultime elezioni politiche, con una prognosi sugli esiti risultata (putroppo) azzeccata. Ma la colpa non è stata certo  di chi ha vinto ma di chi non ha capito che una compagine politica progressista SERIA deve affrontare e occuparsi seriamente anche di questioni pratiche che cozzano con la propria visione ideale della società.

Personalmente non mi importa che i problemi denunciati nello scritto sottostante, la parte vincitrice di quelle elezioni di certo non li ha risolti. Mi importa che chi a suo tempo aveva il dovere di gestirli,  ha rivolto il suo sguardo altrove, convinto che si trattasse di falsi problemi. 

 

C’è sempre una prima volta

 

Il 25 settembre del 2022 sarà un giorno molto importante, per l’Italia in primis ma anche per il sottoscritto, perché per la prima volta, dal 1981, egli non andrà a votare.  Antifascista, agnostico e anticlericale, socialista liberale – ma con una insana inclinazione per le eresie – cresciuto nel mito dei Pertini e dei Riccardo Lombardi,  oggi l’estensore delle presenti note non si riconosce infatti in alcuno degli (pseudo) partiti attualmente padroni del proscenio politico . Continua ad avere una idea della politica, questo sì, ma non un’ideologia e meno che mai un’organizzazione politica che la incarni.

La sinistra estrema il qui scrivente non l’ha mai votata. Esecra gli estremismi da sempre, di qualunque colore essi siano, fin dagli anni del liceo. A 16 anni abbandonò indignato un’assemblea studentesca del glorioso liceo classico Francesco Maurolico di Messina per  l’intervento dal palco di una “pasionaria” di sinistra che odorava fin troppo di velate simpatie per le Br.  Ha rispetto per le idee di tutti, purché  non siano ripugnanti  o collidenti con il codice penale. Ciò detto, questo strano zoon politikon condivide molte delle istanze di giustizia sociale di Fratoianni e soci; non   ne condivide però la filosofia di fondo da nipotino del 68 e la velleitarietà   disarmante di  parecchie sue proposte.

Ha simpatia poi, lo zoon in questione,  per gli ecologisti e l’ecologismo, visto che reputa gli stupri all’ambiente e alla  natura  quasi alla stessa stregua di quelli commessi contro gli esseri umani,  ma vorrebbe che anche gli ambientalisti di casa nostra fossero talvolta un po’ più duttili e meno integralisti. Tanto per capirci: se i termovalorizzatori sono il male assoluto, le montagne di immondizia che, in alcune zone della Sicilia, stanno sostituendo – quali attrazioni turistiche – mare, spiagge, boschi, centri storici, templi, cattedrali, castelli e dimore gentilizie, oltre all’indubbio fascino dell’orrido sarebbero per caso anche apportatrici di benefici effluvi, tali da rendere a breve  l’isola il paradiso delle cure olistiche e della medicina ayurvedica? Non credo proprio. 

Gli ecologisti non danno una risposta immediata a simili quesiti, come l’emergenzialità del problema dovrebbe suggerire, e si limitano ad invocare la differenziata. Che già si fa e con ottimi risultati in diverse zone della Trinacria, ma in  altre no e sono quelle più densamente popolate della patria di Gorgia e Pirandello. In ogni caso, poi, nessuno si chiede mai che fine faccia la spazzatura tanto diligentemente differenziata dagli utenti che vivono nei territori dove si pratica con successo questo genere di raccolta. E forse  è meglio non chiederselo, perché la differenziata presuppone che a monte esistano aziende che si occupino del recupero di vetro, plastica , legno  e via discorrendo, imballando tutto quello che non si può differenziare per smaltirlo in altro  modo (leggasi: termovalorizzatori esteri o del nord della Penisola…) Esistono queste aziende ? Qualcuna sì.  Ma sono poche. Pochissime. E allora, cari ecologisti, la domanda è “che fare?”, come si chiese tanto tempo fa un tizio col pizzetto che, grazie al Kaiser Guglielmo, rovesciò in Russia un Impero vecchio di centinaia di anni

Arriviamo quindi al PD, il caro, vecchio, immarcescibile PD. Come, direte voi, vecchio? Ma se non ha nemmeno vent’anni di vita.  No, ne ha molti di più. Perché oggi il PD altro non è, cari  figlioli miei marxisti immaginari, che la DC 3.0.  Il suo segretario ne è la dimostrazione patente, il suo “vecchio della montagna” Casini la certificazione ISO9001. Da una vita il sottoscritto va ripetendo che,  insieme al muro di Berlino, a suo tempo è crollata pure la socialdemocrazia europea, in primis quella italiana, che peraltro veramente europea non era mai stata.  E’ caduta fragorosamente e, terrorizzata peggio dei bersaglieri a Custoza dalle travolgenti cariche di un liberismo trionfante, indecente, ingordo e  sfrenato, ha cercato affannosamente di riciclarsi prendendo in prestito prospettive e programmi appartenenti ad isole ideologiche storicamente diverse (quantunque non confliggenti) con quelle della sinistra storica.

I diritti civili, ad esempio, sono da sempre un valore della cultura liberale ( i comunisti degli anni cinquanta e sessanta erano bacchettoni e omofobi peggio di missini e democristiani). Farlo proprio è stata cosa buona e giusta; farlo l’unico, o quasi, valore difeso e sbandierato in continuazione dai politici della sinistra cd. riformista in ogni occasione pubblica o nel corso dell’attività parlamentare, significa lanciare alle classi sociali più deboli il messaggio devastante che sia arrivata l’ora che si cerchino qualcun altro che li rappresenti e li difenda.

Oggi non c’è un politico del PD che  –   par exemple – sollevi un sopracciglio che sia uno davanti a centinaia di operai licenziati dalla mattina alla sera con un wa, mentre davanti ad un’aggressione omofoba si mette subito in moto (giustamente, ci mancherebbe) una gara forsennata all’indignazione più indignata che ci sia da parte di tutta la platea politica di quel partito.

Il guaio in tutto ciò è che operai, lavoratori precari, rider, commesse, disoccupati e tutto l’universo della fragilità sociale si sta rivolgendo altrove, caro prof. Letta. Detto in parole povere: ti votano ai Parioli o in via Montenapoleone , non ti votano a Tor Bella Monaca.

E l’altrove non sempre è  Fratoianni  o il M5S, ma qualcuno e qualcosa di ben peggiore.

E nei quartieri popolari non ti votano più  non solo perché non sollevi il sopracciglio davanti ad un licenziamento di massa ad nutum , ma anche – la vogliamo dire tutta una buona volta? – per la gestione demenziale e autolesionistica del fenomeno migratorio. Peraltro valore  anche questo (l’accoglienza) che storicamente sa più di sacrestia che di falce e martello. Valore comunque anch’esso sacrosanto,  per carità, ma quando è gestito come si deve, quando è regolato, quando si salva la gente in mare (sempre e comunque)  ma accogliendo e integrando rapidamente nel  Paese i veri profughi e altrettanto rapidamente rimandando indietro gli avanzi di galera di cui certi Stati nordafricani da sempre si liberano facendoli salire, zitti e mosca, sopra un barcone. Invece in Italia alla fine restano tutti, cosicché   ai nostri balordi e ai nostri delinquenti si vanno ad aggiungere,  invito domino, anche quelli di (illecita) importazione, con aggravio di costi e problemi per cittadini, forze dell’ordine, magistratura e sistema carcerario nonché danni d’immagine immensi proprio per la stragrande maggioranza degli immigrati perbene.

Nessuno meglio di chi scrive sa quant’è bella e importante la multiculturalità. Ma va controllata e disciplinata, come gli scambi ferroviari.  Governarla com’è stata governata finora (fatta salva la parentesi del povero Minniti, l’unico che aveva capito la gravità del fenomeno e le sue conseguenze di lungo periodo e che adesso  – lui, ultimo comunista vero rimasto sulla piazza – viene additato dal debordante cretinismo di sinistra  – oh immenso Sciascia  –  come parente stretto di  Benito), fa felice solo Papa Francesco, la Conferenza episcopale , le ONG, i grandi potentati economico-finanziari, la Meloni e Salvini. Questi ultimi due grati per la vagonata di voti che potenzialmente una tale imbecillità strategica può portare al loro mulino.

L’onore della chiusura di questo breve viaggio nel desolante vuoto pneumatico dell’attuale quadro politico italiano spetta infine  al M5S. La tentazione di votarlo, viste le politiche di indubbia sinistra “verace” portate avanti finora dal Movimento , ci sarebbe ma c’è un aspetto molto delicato su cui Conte e i suoi candidati non hanno mai emesso e non intendono emettere  nemmeno un dittongo: la (mala) gestione del reddito di cittadinanza. Sull’RdC sembrano invece come quei padroni di cani che, al posto di ascoltare le giuste lagnanze del vicino disturbato dal continuo latrare delle bestiole, continuano a magnificarne la bellezza.  

Ora ,Conte, lo sappiamo che il RdC, per chi ha una certa visione della società e dei rapporti tra le classi sociali, è indubitatamente “bello”, nel senso che è comunque uno strumento di contrasto alla povertà che evita mendicanti sui sagrati delle chiese, furti nei supermercati e file alla Caritas, ma un cilicio su come è stata approntata e fatta girare la “macchina” dell’RdC, con gli infiniti lutti che addusse e continua ad addurre, personalmente il sottoscritto, se fosse al posto suo, lo indosserebbe.

Non si affida la raccolta e l’istruttoria di pratiche del genere ai Caf, Conte.  Con tutto il rispetto per queste istituzioni, egregio prof., i Caf vivono di pratiche e più ne raccolgono e più sopravvivono. Tra l’altro non hanno neppure il potere, volendolo, di respingerle.  Ecco spiegati allora i troppi percettori di RdC con le Ferrari in garage oppure, peggio ancora, col 416 bis sul groppone o con fedine penali lunghe quanto quel  famoso ponte cinese di quasi 200 km.

Sarebbe bastato affidare la raccolta delle domande ed il loro esame ad un organismo statale come la Prefettura, che rigetta o ritira il porto pistola o la detenzione armi anche per una incruenta lite di ballatoio. Un funzionario dello Stato prende sempre lo stesso stipendio, che tratti una o mille pratiche e, cosa ancora più importante, deve necessariamente interloquire, per le informazioni sul richiedente e l’avanzamento dell’istruttoria, con le Questure, con l’Arma dei CC., con la Guardia di Finanza e con l’Agenzia delle Entrate.

Non aggiungo altro e soprattutto non scriverò una virgola su una eventuale vittoria della Meloni. Dico solo che in democrazia esistono la destra e la sinistra, talvolta vince l’una e talvolta l’altra.  Imbastire una campagna elettorale solo e quasi unicamente sul bau bau del fascismo alle porte, è garanzia sicura di debacle. Ci son passati tanti a sinistra rompendosi le ossa ai tempi di Berlusconi, ci sta passando pure Letta. Si chiama coazione a ripetere. Patologica.

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francesco61dgl2 più di un mese fa

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L’autunno del medioevo letterario italiano è ancora lungo e non accenna a declinare , lo sanno bene editori e scrittori. Una produzione avvinta come l’edera a generi di cassetta (gialli e romanzi storici), un’anemia creativa di preoccupante vastità, il vuoto pneumatico dei talenti: tutto oggi congiura per giustificare sepolcrali sentenze di coma profondo sul livello e sullo spessore della nostra letteratura. Poi approda in libreria un romanzo come La ferocia, di Nicola Lagioia, premio Strega 2015, ed ecco che l’occhio disincantato e cinico del lettore-tipo può  finalmente e dolcemente naufragare – per dirla col poeta - nel mare limpido dell’alta qualità.
Alta qualità ma non per pochi intimi, è bene precisarlo.  Il compianto Umberto Eco  , tra i tanti meriti,  ha anche avuto però l’innegabile difetto, nella sua autorevole veste di intellettuale di riferimento, di veicolare un concetto di letteratura che escludeva, per mancanza dei “requisiti minimi di sistema”, la stragrande maggioranza dei lettori. Alzi la mano chi ha trovato “user friendly” romanzi come Baudolino, L’isola del giorno prima, Il cimitero di Praga o l’indigeribile Pendolo di Foucault. Issare troppo l’asticella della difficoltà interpretativa, paludare inutilmente le parole e i periodi, mettere a tutti i costi la stola ai capitoli non arricchisce il valore di un testo e giganti della nostra storia letteraria come Sciascia e Calvino, che non sono stati certamente scrittori per palati poco esigenti, stanno lì a dimostrarlo.
E’ una lezione, questa, assimilata bene da Lagioia, che con la Ferocia offre al mercato un prodotto, al contempo, di superba cifra stilistica ma coinvolgente come un legal thriller di Grisham.
Non è affatto facile da approcciare  il libro di Lagioia, è bene precisarlo a scanso di equivoci: i rivoli narrativi da seguire sono mille e altrettante le chiavi interpretative. E certamente il ricorso insistito a metafore spesso oscure e l’utilizzo massivo di prolessi e analessi improvvise e inaspettate non facilitano il compito del lettore medio. Tuttavia, il romanzo  è come una montagna erta, piena di forre e balze, ma che nessun scalatore   rinuncerebbe mai a scalare fino alla cima: si chiama “fascino” e non è una esclusiva degli esseri umani. Un fascino che il libro emana prepotente fin dalle prime pagine, da quella ragazza nuda e ferita che vagola di notte per le strade di campagna di un sud (la Puglia nel caso del romanzo) dall’afrore intenso di bellezza e putrefazione insieme, un eros e thanatos imprescindibile dal Garigliano in giù e che la scrittura di Lagioia ci restituisce, in ogni rigo, nella sua immutata e immutabile ineluttabilità.
In tutto ciò la saga familiare dei Salvemini- il patriarca Vittorio, importante e spregiudicato imprenditore edile barese, la moglie Annamaria, i figli Ruggero, Clara ,Gioia e Michele  – è pretesto per pennellare, a quasi un secolo di distanza dal Moravia degli Indifferenti, un immenso affresco sulla decomposizione irreversibile della società e della borghesia italiana contemporanee. Il tema ovviamente non è affatto nuovo e meno che mai originale. Sono nuovi e originali però, ad avviso di chi scrive, il suo abbrivo e il suo approdo.  Lagioia, infatti, sgombra subito il campo dal benché minimo intento moralistico  e descrive il fetore insopportabile che impesta da anni l’aria del nostro Paese (corruzione, uso e abuso dei pubblici poteri, cointeressenze mefitiche tra politica, imprenditoria e pubblica amministrazione, stupri ambientali in nome del più squallido dei profitti -  quello fatto sulla pelle delle persone e del territorio - vizi e stravizi privati all’interno di cornici pubbliche apparentemente impeccabili) con la composta serenità dell’entomologo che descrive la vita sociale delle formiche. 
Dunque nessun giudizio di valore, nessuno sdegno giacobino, nessuna ricetta salvifica: è così perché è così, naturale come il ragno che fa la posta all'insetto o la serpe che ingoia la lucertola. Perché è la ferocia -in  tutte le sue manifestazioni, naturali e umane-che muove il mondo e nulla potrà mai far cambiare verso al procedere delle cose (di tutte le cose) sotto il suo segno. 
 
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francesco61dgl2 più di un mese fa

 

Articolo polveroso e racconto di fantasia da inizio di decadenza tardoimperiale del proscenio politico italiano. All'epoca. Oggi  che nella politica nazionale   è ormai caduto tutto  quello che doveva cadere (ad attori ,  comprimari e ... cittadini), capirò perfettamente se  all'ipotetico lettore questo testo sembrerà  solo il simpatico divertimento di un nullafacente da tastiera.

 

17 maggio 2009

La vicina di casa

 

Noemi Letizia, la ragazza al centro dell’ultimo scandalo coniugal-pruriginoso del Presidente del Consiglio, ha una vicina di casa.

E’ una bella ragazza di diciotto anni come lei, ma non chiama “papi” Silvio Berlusconi.

Il giorno che Noemi ha girato il primo film, la vicina si diplomava col massimo dei voti.

Il giorno che Noemi ha fatto il primo calendario, la vicina superava il primo esame all’università (30).

Il giorno che Noemi ha esordito in tv come “popponza”, la vicina esordiva come precaria  di call center.

Il giorno che Noemi  ha vinto l’Isola dei Famosi, la vicina preparava la tesi.

Il giorno che Noemi è stata eletta in Parlamento, la vicina sosteneva l’esame di laurea (110 e lode).

Il giorno che il ministro Noemi ha giurato  dal Capo dello Stato, la vicina giurava al capo del personale che non si sarebbe mai sposata.

Il giorno che Noemi ha pubblicato il primo libro, la vicina festeggiava il primo stipendio (commessa di ipermercato).

Il giorno che Noemi ha comprato la prima villa, la vicina stipulava il primo mutuo.

Il giorno che Noemi ha comprato la prima “barca”, la vicina rinnovava il primo mutuo.

Il padre della vicina sempre lo ricorda alla figlia: “Bastava che quel giorno sbagliasse porta…”

 

NOTA DELL'AUTORE: A margine, una doverosa precisazione: la ragazza di allora oggi è una  imprenditrice, una madre di famiglia e una donna seria e riservata che nel corso degli anni si è sempre tenuta distante dai riflettori e dal gossip. Se nel 2009 chi scrive le aveva  preconizzato le luci della ribalta di una fulminante scalata professionale, non era alla persona-Noemi, contrapposta ad  una sua normale coetanea, che aveva inteso rivolgere le proprie ironie, ma ad un "sistema", già allora in voga da almeno un paio di decenni, che determinava le carriere politiche degli individui in base al livello ed alla intensità della loro esposizione mediatica. Un meccanismo  di selezione delle classi dirigenti, al contempo corrivo e guasto,che tuttora putroppo non pare esser stato ancora "pensionato" e chiuso in soffitta, tra il ciarpame delle cose inutili e dannose.

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francesco61dgl2 più di un mese fa

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Le sinapsi  soffolte che regolano le azioni della politica italiana spesso sono insondabili e inspiegabili, è cosa nota. Ma nel caso trattato in questo articolo la benevola (...) influenza di Santa Romana sulle decisioni del nostro Legislatore mi sembrarono all'epoca molto meno oscure del solito, in forza della regola probatoria, ben nota alla  giurisprudenza   civile e amministrativa (es. in tema di misure di prevenzione), del "più probabile che non" ...

Settembre/Ottobre 2021

Le nozze impossibili tra  coerenza e incasso

Giornalisti, osservatori e politici si stanno affannando in queste ore a cercare i colpevoli del disastro della decenza e della civiltà andato in onda ieri al Senato con l’affossamento del DDL Zan. Ebbene, permettetemi di dirlo qui senza tentennamenti e pudori di sorta: il disastro va principalmente imputato   alla testardaggine del prof. Enrico Letta. Quando non hai maggioranze solide su un provvedimento, devi necessariamente provare a mediare. La destra omotransfobica aveva chiesto ritocchi su tre articoli del DDL sui quali si poteva e si doveva avviare un tavolo di trattative, perché non toccavano il CUORE del provvedimento, ossia la modifica dell’art. 604 bis c.p. Quando non hai maggioranze sicure, se vuoi far passare comunque un provvedimento importante e gli altri ti chiedono di metterne in discussione alcuni aspetti che in fondo non ne snaturano l’essenza, se sei un politico colleonico ti siedi e vai a vedere le carte degli altri. Perché l’uovo oggi è sempre meglio della gallina domani,  anche perché domani la possibilità concreta della gallina la potresti avere tu (con una salda maggioranza) e far modificare la legge approvata a suo tempo inserendo le prescrizioni che a suo tempo volevi tu e alle quali avevi dovuto (in tutto o in parte) rinunziare. Si è fatto così tante volte in passato, ma Letta, chissà perché , pur sapendo di non avere i numeri, ha sempre detto no.

E allora sorge francamente il dubbio che, da buon democristiano inevitabilmente sensibile su queste tematiche alle opinioni di Santa Romana Chiesa (anche se non l’ammetterebbe nemmeno sotto tortura), Letta inconsciamente la bocciatura se la sia quasi andata a cercare . In politica a pensare male, diceva Andreotti, ci si azzecca quasi sempre. Senza con questo sminuire  ovviamente la portata del carico da undici messo sul funerale del DDL dal caro Renzi, dalle sue  truppe cammellate  e dalle quinte colonne che, all’atto del divorzio dal partito fondato da Veltroni, il Matteo toscano ha opportunamente lasciato dentro il palazzo di via del Nazareno.  Anche se in tal caso, tuttavia,  l’attuale padrone del palazzo lo sapeva bene che il Signore di Rignano gli impetrava da tempo una mediazione sul testo, minacciando in caso contrario una marcia indietro del suo gruppo rispetto al voto favorevole espresso alla Camera.

In merito poi all’obiezione, avanzata da diversi osservatori (nel piccolo: da mia figlia ieri sera con la furente veemenza dei suoi vent’anni),  che altri Paesi europei da anni hanno leggi simili, molte addirittura approvate da governi di destra, ricordo sommessamente che gli altri Paesi non hanno la sede del Vaticano sul proprio territorio, ossia di un’istituzione capace di impedire per secoli l’Unità della Penisola, a partire da Longobardi versus Franchi. Figurarsi l’approvazione di una legge.  Le destre – specie quelle liberali – di altri Paesi dell’Europa occ.le (quelle dell’est sono forse anche peggiori delle nostre in tema di diritti civili), pur essendo pur sempre destre, sono infatti solitamente destre laiche. Le nostre sono tradizionalmente confessionali, perché è baciapile  la gran parte del loro elettorato.

Purtroppo chi ha vent’anni non può ricordare le indecenze che sono state urlate nei comizi dai politici conservatori italiani (DC e MSI in testa) durante le campagne referendarie contro il divorzio e l’aborto.

Io si. Purtroppo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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