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francesco61dgl2 16 febbraio

L' ARCHIVIO DELLE RECENSIONI

 

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Ci sono libri di una semplicità disarmante, per  dialoghi, trama e  linguaggio, eppure capaci di sopravanzare qualitativamente opere ben più complesse, strutturate, pretenziose. Raccontano “storie semplici” , per dirla con Sciascia, non ambiscono al Nobel, non tendono a  suscitare  accesi dibattiti e accapigliamenti fra i critici. Si limitano a metterci davanti agli occhi – a seconda dei casi -  la banalità o la crudeltà del reale  nelle sue  molteplici varianti e lasciano il lettore  con il dubbio che qualche volta la scrittura, per essere “alta”, non ha bisogno di frequentare le terrazze dei grattacieli.
Appartiene a questa particolare categoria di libri “Cronaca di un suicidio”, di Gianni Biondillo, architetto e scrittore, autore dei gialli che hanno per protagonista l’ispettore Ferraro ,  di cui Cronaca è il penultimo della serie.
Giovanni Tolusso, figlio di un muratore friulano emigrato in Svizzera, è uno sceneggiatore televisivo Rai educato al culto della rettitudine e del rispetto delle regole.  Risiede per necessità di lavoro a Roma , dove conduce una vita appartata, ma ha una moglie che vive a Milano. Tolti  i rapporti professionali, frequenta soltanto tre persone: il suo commercialista - forse il suo unico amico - l’avvocato della casa produttrice e il postino che gli recapita la corrispondenza. Proprio quest’ultimo sarà il latore di una missiva che sconvolgerà l’esistenza di Tolusso, gettandolo nella più cupa disperazione: una raccomandata di Equitalia che gli ingiunge il pagamento di una somma considerevole per imposte non versate.
Tolusso cade dalle nuvole: ha sempre pagato regolarmente tutto il dovuto al fisco, tramite  il suo commercialista, e non si capacita del perché lo Stato pretenda ora il saldo di quel debito spaventoso, che lui tra l’altro non è assolutamente in grado di onorare, visto che, causa la crisi, attende da mesi la liquidazione delle sue competenze e ha pure in corso due mutui per l’acquisto di altrettante case, quella di Roma dove vive e quella di Milano dove vive la moglie. La lettera sarà il biglietto  per un viaggio di sola andata in un inferno di domande senza risposte e di inutili pellegrinaggi all’Agenzia delle Entrate, dal commercialista, dall’avvocato del suo datore  di lavoro. Da quel momento l'esistenza di Tolusso viene totalmente stravolta e quasi condotta per mano verso scelte estreme .
A quel punto toccherà  all’ispettore Ferraro, in vacanza a Ostia Lido con la figlia quattordicenne, intuire, da una barca vuota in mezzo al mare e da una frase di Pavese, la fine di Tolusso e  - su sollecitazione di un collega romano, dopo il rinvenimento del cadavere- provare a ricostruire, una volta tornato a Milano (dove  Ferraro normalmente vive e lavora), le ragioni del suo gesto, attraverso i colloqui con la moglie e con il commercialista.
Stupisce, in Biondillo, che la nettezza delle parole, il lavoro di cesello  sugli stati d'animo dei personaggi e sugli ambienti in cui si muovono, il ritmo incalzante che sa imprimere agli avvenimenti, non tolgano una virgola allo spessore del romanzo; anzi, sono il suo valore aggiunto, perché la forma,  nella sua esemplare chiarezza e nell’assenza totale di inutili e narcisistici orpelli, oltre ad essere perfetta in sé, è perfettamente adatta a raccontare una vicenda dal sapore vagamente kafkiano e al contempo niente affatto surreale, perché calata nel contesto drammatico della crisi economica, che in questi anni talvolta ha inverato ciò che prima neppure si sarebbe potuto  concepire.
Ma Tolusso, ci fa capire Biondillo, non è  solo una vittima del “sistema” e delle circostanze, ossia dell’intransigenza del potere in combinato disposto con le difficoltà che vive attualmente  il  Paese. Tolusso è anche il simbolo di una categoria di italiani che ha già perso in partenza: il cittadino perbene, corretto, educato, laborioso . In Italia è un animale destinato all’estinzione, braccato e vinto dal cinismo, dall’indifferenza, dalla disonestà e da una tracimante volgarità collettiva. 
Ecco perché il magistrale colpo di scena finale che si concede lo scrittore,  dopo un primo attimo di smarrimento non sorprende più di tanto ed anzi viene accolto con sollievo  da chi legge, quasi fosse l’ultimo tassello perso e ritrovato di un puzzle che altrimenti  sarebbe rimasto mestamente incompiuto. 
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Mi descrivo

Scrittore amatoriale, vincitore di premi letterari rigorosamente amatoriali, opinionista amatoriale... praticamente un fallito :-)

Su di me

Situazione sentimentale

sposato/a

Lingue conosciute

Il rettiliano antico

I miei pregi

Se mi sforzo li trovo

I miei difetti

Mi trovano loro

Amo & Odio

Tre cose che amo

  1. La quiete
  2. Le persone colte e intelligenti
  3. La Storia

Tre cose che odio

  1. La stupidità
  2. La cattiveria
  3. I posti affollati

I miei interessi

Passioni

  • Lettura

 

 

Nota dell’autore

Che “La sponda sbagliata” sia un tipo di racconto lungo   che i francesi definirebbero un mero divertissement, senza alcuna pretesa valoriale in termini di stile o di contenuti, l’ipotetico lettore lo capirà fin dalle prime battute del testo. Però da buon siciliano, come tutti i siciliani, sono anch’io figlio inconsapevole di Pirandello e quindi anche in un semplice divertimento come “La sponda” alla fine gli specchi deformati, le illusioni ottiche e mentali, le doppie verità, il gioco delle maschere  inevitabilmente  reclamano la loro presenza. E’ come se la Marta Ajala del grande agrigentino o lo sciasciano prof. Laurana di A ciascuno il suo ci mettessero sempre lo zampino quando ci avventuriamo nei dedali della scrittura creativa.

E’ dunque quasi una inclinazione naturale di chi è parto di una terra come la Sicilia -“la chiave di tutto” di Goethe - rifletterne la complessità, le mille sfaccettature, le mille contraddizioni, le mille qualità e gli altrettanti difetti in uno scritto o in un’opera d’arte, a prescindere dalla levatura del prodotto.

Con la “Sponda” pertanto ho voluto, da un lato, smitizzare un fenomeno vecchio quanto il mondo come il tradimento di coppia, privandolo di quella carica di drammaticità che spesso gli viene attribuita nei film e nei romanzi e, dall’altro, esercitarmi anch’io con le verità proclamate che spesso celano quelle effettuali.

Per la prima “ambizione” mi ha ispirato Bernard Slade e la sua irresistibile e famosa commedia Lo stesso giorno, il prossimo anno; per la seconda…beh chi meglio del Brancati del bell’Antonio, dove la verità apparente è estetica e quella nascosta è erotica.

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