Ci sono libri di una semplicità disarmante, per dialoghi, trama e linguaggio, eppure capaci di sopravanzare qualitativamente opere ben più complesse, strutturate, pretenziose. Raccontano “storie semplici” , per dirla con Sciascia, non ambiscono al Nobel, non tendono a suscitare accesi dibattiti e accapigliamenti fra i critici. Si limitano a metterci davanti agli occhi – a seconda dei casi - la banalità o la crudeltà del reale nelle sue molteplici varianti e lasciano il lettore con il dubbio che qualche volta la scrittura, per essere “alta”, non ha bisogno di frequentare le terrazze dei grattacieli.
Appartiene a questa particolare categoria di libri “Cronaca di un suicidio”, di Gianni Biondillo, architetto e scrittore, autore dei gialli che hanno per protagonista l’ispettore Ferraro , di cui Cronaca è il penultimo della serie.
Giovanni Tolusso, figlio di un muratore friulano emigrato in Svizzera, è uno sceneggiatore televisivo Rai educato al culto della rettitudine e del rispetto delle regole. Risiede per necessità di lavoro a Roma , dove conduce una vita appartata, ma ha una moglie che vive a Milano. Tolti i rapporti professionali, frequenta soltanto tre persone: il suo commercialista - forse il suo unico amico - l’avvocato della casa produttrice e il postino che gli recapita la corrispondenza. Proprio quest’ultimo sarà il latore di una missiva che sconvolgerà l’esistenza di Tolusso, gettandolo nella più cupa disperazione: una raccomandata di Equitalia che gli ingiunge il pagamento di una somma considerevole per imposte non versate.
Tolusso cade dalle nuvole: ha sempre pagato regolarmente tutto il dovuto al fisco, tramite il suo commercialista, e non si capacita del perché lo Stato pretenda ora il saldo di quel debito spaventoso, che lui tra l’altro non è assolutamente in grado di onorare, visto che, causa la crisi, attende da mesi la liquidazione delle sue competenze e ha pure in corso due mutui per l’acquisto di altrettante case, quella di Roma dove vive e quella di Milano dove vive la moglie. La lettera sarà il biglietto per un viaggio di sola andata in un inferno di domande senza risposte e di inutili pellegrinaggi all’Agenzia delle Entrate, dal commercialista, dall’avvocato del suo datore di lavoro. Da quel momento l'esistenza di Tolusso viene totalmente stravolta e quasi condotta per mano verso scelte estreme .
A quel punto toccherà all’ispettore Ferraro, in vacanza a Ostia Lido con la figlia quattordicenne, intuire, da una barca vuota in mezzo al mare e da una frase di Pavese, la fine di Tolusso e - su sollecitazione di un collega romano, dopo il rinvenimento del cadavere- provare a ricostruire, una volta tornato a Milano (dove Ferraro normalmente vive e lavora), le ragioni del suo gesto, attraverso i colloqui con la moglie e con il commercialista.
Stupisce, in Biondillo, che la nettezza delle parole, il lavoro di cesello sugli stati d'animo dei personaggi e sugli ambienti in cui si muovono, il ritmo incalzante che sa imprimere agli avvenimenti, non tolgano una virgola allo spessore del romanzo; anzi, sono il suo valore aggiunto, perché la forma, nella sua esemplare chiarezza e nell’assenza totale di inutili e narcisistici orpelli, oltre ad essere perfetta in sé, è perfettamente adatta a raccontare una vicenda dal sapore vagamente kafkiano e al contempo niente affatto surreale, perché calata nel contesto drammatico della crisi economica, che in questi anni talvolta ha inverato ciò che prima neppure si sarebbe potuto concepire.
Ma Tolusso, ci fa capire Biondillo, non è solo una vittima del “sistema” e delle circostanze, ossia dell’intransigenza del potere in combinato disposto con le difficoltà che vive attualmente il Paese. Tolusso è anche il simbolo di una categoria di italiani che ha già perso in partenza: il cittadino perbene, corretto, educato, laborioso . In Italia è un animale destinato all’estinzione, braccato e vinto dal cinismo, dall’indifferenza, dalla disonestà e da una tracimante volgarità collettiva.
Ecco perché il magistrale colpo di scena finale che si concede lo scrittore, dopo un primo attimo di smarrimento non sorprende più di tanto ed anzi viene accolto con sollievo da chi legge, quasi fosse l’ultimo tassello perso e ritrovato di un puzzle che altrimenti sarebbe rimasto mestamente incompiuto.