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L' Italia si ama come la figlia scapestrata si ama più di quella assennata, mi disse anni fa un anziano artigiano catanese. Sarà, ma qua mi sa che il fascino della scapestrata sta arrivando al capolinea...
Tutt'a posto sta m...
Gli affezionati spettatori del duo comico palermitano ricorderanno che in una delle scene chiave dello spassosissimo film di Ficarra e Picone “Il 7 e l’8” un grande Toni Sperandeo , nelle vesti dell’infermiere che trent’anni prima - incazzato nero per una vincita milionaria alla lotteria di Capodanno sfumata per un nonnulla - aveva scambiato in culla i due protagonisti, provvede a modo suo a sistemare le cose scambiandoli di posto sul divano di casa. “Tutto a posto”, dice poi soddisfatto, facendo seguire però alla frase un commento sarcastico a mezza voce in puro dialetto panormita: “Tutt’ a posto sta m….”
Ugual commento tra l’ironico e l’amaro mi è fluito dalle labbra l’altra sera sentendo in tv il nostro Presidente del Consiglio confortare i terremotati abruzzesi alla stessa maniera dell’infermiere palermitano.
Cos’è tutto a posto, signor Presidente?
Contrariamente ad altri opinionisti di sinistra, non ho trovato nulla da ridire sul come Berlusconi ha gestito finora l’emergenza e neppure sul suo tanto criticato (a sinistra) presenzialismo sui luoghi della tragedia. Se non l’avesse fatto, sarebbero piovute critiche ben più feroci sulla sua “assenza”, perché sarà pur vero che così facendo si è confezionato un enorme spot ma è anche vero che alla gente comune colpita da questo genere di eventi la vicinanza degli alti rappresentanti dello Stato è cosa che fa sempre piacere, pur nella consapevolezza che trattasi solo di operazione mediatica e sublime presa per i fondelli.
Ma, preso atto che la fase emergenziale è stata governata in modo egregio, non può il Lider Maximo pretendere di coprire sotto il casco dei pompieri la vergogna di un Paese di cartapesta, costruito a “petra e sputazza”, come si dice dalla mie parti: ciottoli e saliva.
Lo stesso stadio dei primi interventi, tanto enfatizzato dalla propaganda del PDL, probabilmente non avrebbe avuto quei connotati di efficienza e rapidità messi in mostra a L’Aquila se il terremoto marsicano non fosse stato preceduto da una attività sismica iniziata già nello scorso ottobre. Insomma, se – toccando ferro - da qualche altra parte e senza preavvisi dovesse verificarsi all’improvviso una forte scossa, siamo così sicuri che l’apparato della Protezione Civile darebbe prova della medesima efficienza?
Resta poi, pesante come un macigno, l’incognita della ricostruzione. Le passate esperienze ci hanno insegnato che in genere la riedificazione si rivela un affare d’oro per pochi intimi ed un calvario infinito per coloro che hanno perso la casa. Sapranno il governo e gli enti locali evitare la replica di film già visti altrove? Le premesse non sono delle migliori neppure stavolta. Si mormora già di mafie pronte nell’ombra a gettarsi sugli appalti e di un Abruzzo “campanizzato” che, per chi conosce la tranquillità e l’ordine che regnavano in quei territori, è una previsione da far venire i brividi anche a Ferragosto.
No, Presidente: non c’è niente a posto, a cominciare dal cornicione frantumato della Prefettura, sconcertante metafora litica dell’implosione dello Stato e delle sue leggi. A L’Aquila intere prosapie di politici, tecnici e pubblici funzionari , per connivenza o quieto vivere, hanno giocato per anni alle tre scimmiette, fino al disastro del 6 aprile. E dunque, cos’è a posto? E quante altre Aquile ci sono nel resto d’Italia?
L’abnegazione dei volontari, le tende montate a velocità supersonica, i pasti caldi garantiti ogni giorno a migliaia di persone sono la faccia pulita dell’Italia perbene, che si rimbocca le maniche e corre in aiuto di chi soffre. Ma troppe volte l’altra Italia, quella delle furberie, dei facili arricchimenti sulla pelle altrui, dell’illegalità in doppio petto, ha utilizzato quella faccia per occultare le proprie responsabilità o farle passare in secondo piano, per nascondere sotto il tappeto dell’emergenza la sconcezza e la pravità dei propri comportamenti, certa che il tempo e la farraginosità della giustizia avrebbero puntualmente giocato a proprio favore, annacquando colpe e omissioni.
Oggi su Repubblica c’è un articolo di Sofri che commenta la sortita provocatoria di un giovane giornalista siciliano deciso a non dare neppure un euro ai terremotati “perché Schifani guadagna in un mese quanto prende in un anno mia madre, pensionata dello Stato”. Ossia: i soldi ci sono già, sono quelli delle nostre tasse e quelli sperperati allegramente ogni giorno dalla classe politica. Il ragionamento del giovane non fa una grinza e mette a nudo le troppe macchie di sugo e i troppi rattoppi di cui è pieno il vestito buono di questo Paese; nondimeno, condivido con Sofri l’opinione che l’euro vada dato comunque, per la sua valenza simbolica e per il concreto aiuto che può fornire in una situazione in cui i soldi non sono mai abbastanza. Il senso di appartenenza ad una nazione, in definitiva, si cementa anche così. Tuttavia Sofri dimentica di aggiungere che, per ogni euro donato, le aziende di telefonia prelevano ai donanti due euro quale costo del servizio…
Ecco il ghigno lascivo e beffardo dell’altra Italia che riemerge puntualmente dietro la polvere dei palazzi crollati, dietro le lacrime e il sudore di vittime e soccorritori. Ecco lo sciacallaggio legalizzato, si chiami speculazione edilizia, malversazione di pubblici amministratori o indebito profitto della grande imprenditoria, che alla fine si protrude sempre, in un modo o nell’altro, ad occupare gli spazi sgomberati dalle ruspe e dalla fatica dell’Italia solidale, pronto a mandare in scena il solito copione di cui ormai conosciamo a memoria tutte le battute.
No, signor Presidente, decisamente non c’è proprio niente a posto.
