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Questo piccolo trittico originariamente apparteneva al cardinale Odoardo Farnese e gli inventari Farnese lo documentano come opera di Annibale Carracci già nel 1619. L'attribuzione ad Annibale rimase indiscussa fino al 1956 quando, per ragioni stilistiche, il tabernacolo è stato assegnato al laboratorio dei Carracci e data specificamente alla mano di Innocenzo Tacconi. Nonostante ciò, la concezione generale del lavoro è stata attribuita ad Annibale sulla base di un disegno conservato al Louvre (Paris). 

 

Più di recente, la ricerca documentale ha dimostrato che il dipinto fu commissionato direttamente all'artista dal cardinale Farnese qualche tempo dopo 1603, anno in cui è stato costretto a rinunciare ai suoi diritti alla successione al trono inglese. Considerando l'importanza della commissione, sembra difficile argomentare contro l'attribuzione allo stesso Carracci. L'alta qualità della Pietà (pannello centrale) e il confronto stilistico di questo pannello centrale con molte altre opere del Maestro,  confermano che è di sicura mano di Annibale. 
 
È tuttavia possibile che Annibale abbia permesso agli assistenti (Innocenzo Tacconi o Antonio Carracci, fratello) di lavorare sui pannelli secondari, (Santa Cecilia a sinistra, Sant'Ermenegildo, a destra) in quanto questi sono leggermente diversi in alcuni particolari dell'esecuzione.

 

Il trittico chiuso rappresenta San Michele Arcangelo (a sinistra) e l'Angelo Custode (a destra).

 

 

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ANNIBALE CARRACCI - Pittore italiano di scuola bolognese (1560, Bologna - 1609, Roma): Trittico con la Pietà, 1604-1605, Olio su pannelli di rame, 37 x 24 cm - Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica

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Buona giornata❤️💙

 

L’Acquario ama l’ignoto, guardare le stelle fuori città, perdersi nel cielo notturno.

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Buona serata❤️💙

 

La notte non è meno meravigliosa del giorno, non è meno divina; di notte risplendono luminose le stelle, e si hanno rivelazioni che il giorno ignora.

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Questa versione conservata a Roma presenta una vicenda piuttosto complessa, ricostruibile tramite gli inventari delle collezioni che nel tempo l'hanno posseduta. Secondo   Friedrich «Maler» Müller la tela fu dipinta per l'imperatore Carlo V e conservata a Praga; successivamente, Gustavo II Adolfo di Svezia lo portò con sé a Stoccolma.    Quando la regina Cristina abdicò, nel 1654, il quadro la seguì a Roma.

Alla morte di Cristina, nel 1689, il cardinale Decio Azzolino ereditò i suoi beni, ma la morte improvvisa del prelato portò alla dispersione della collezione. Prima Pompeo Azzolino, nipote del cardinale, e successivamente Livio Odescalchi divennero proprietari del quadro: evidentemente però non bastava ancora, perché l'opera venne acquistata dal reggente Filippo d'Orleans e poi dallo zar Paolo I di Russia.

Da San Pietroburgo tornò in Italia grazie al mercante veneziano Pietro Concolo e successivamente fu acquistata per conto del principe Giovanni Torlonia. Dal 1862 è stato acquisito alla collezione di Palazzo Barberini.

 

 

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Venere e Adone è un dipinto a olio su tela (187x184 cm) realizzato nel 1560 dal pittore italiano Tiziano Vecellio.

Conservato nella Galleria nazionale d'arte antica di Roma.

Un giovane Adone con un curioso cappellino da cacciatore lascia Venere disperata che si torce nel tentativo di trattenerlo. Il richiamo della caccia è più forte dell'Amore che, comunque dorme placidamente. È l'alba, ma il cielo nuvoloso sembra presagire il dramma che tra poco avverrà.

 

 

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