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Attraverso questo gruppo di statue della dea Sekhmet, il lettore potrà immergersi in alcuni dei misteri della religione egizia e avvicinarsi al modo in cui gli Egizi concepivano l’universo che li circondava, nel quale la natura poteva diventare minacciosa e necessitava quindi di rituali specifici per essere controllata attraverso la magia.

 

 

 

 

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L’altro simbolo presente nelle statue di Sekhmet è lo scettro uadj o wadj, formato da un gambo con fiore di papiro: scettro solitamente usato anche dalle altre divinità femminili come IsideHathorNeith e Uadjet. Questo scettro, di origine predinastica, indicava il vigore e veniva usato nella magia egizia come portatore di eterna giovinezza.

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Espressione della dualità fra malattia e guarigione, tra caos e ordine, Sekhmet era venerata anche come divinità delle epidemie e della medicina. Per questo è raffigurata con in mano la chiave della vita, l’ankh, uno dei simboli più frequenti dell’iconografia magico-religiosa egizia. Il simbolo, portato sia dagli dei che dai faraoni, è costituito da due elementi distinti: i bracci di una croce e l’ansa che li sovrasta. L’ansa può essere interpretata come la volta celeste, o anche l’eternità; il braccio orizzontale della croce è l’orizzonte umano, terreno, il braccio verticale il cammino dalla terra al cielo; il punto d’incontro, infine, è l’energia che muove tutto l’insieme.

 

 

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La dea più sanguinaria dell’antico Egitto:

 

 

Sekhmet “la Potente”Sekhmet “la Potente”, una delle divinità più cruente e terrifiche dell’antico Egitto, era in grado di generare il deserto dal proprio respiro.

 

due tipologie di statue: la dea seduta su un trono, spesso con il disco solare e l’ureo sulla testa e il segno ankh nella mano sinistra; la dea stante, incoronata allo stesso modo, con l’ankh nella mano destra e lo scettro uadj nella sinistra.

 

 

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Sekhmet è la temibile divinità egizia con testa di leonessa e corpo di donna. Per volontà del faraone Amenhotep III fu raffigurata in centinaia di statue, strumenti di un rituale per allontanare la sua ira distruttrice e proteggere l’Egitto. 

 

 

il Museo Egizio, a Torino, a ospitare una delle più grandi collezioni fuori dall’Egitto. Le statue sono ventuno: dieci sedute e undici in piedi. Fanno parte di un gigantesco gruppo statuario scolpito durante il regno del faraone Amenhotep III per uno dei templi più impressionanti mai costruiti. 

La statua è la materializzazione terrestre della dea Sekhmet, temibile e contestualmente indispensabile all’ordine del mondo. In origine nel “Tempio dei Milioni di Anni” di Amenhotep III dovevano essere probabilmente presenti 365 statue dedicate alla dea e a questo straordinario insieme era rivolto un rituale che si sviluppava nel corso dell’intero anno: ogni giorno si indirizzava una preghiera a una effigie specifica del gruppo scultoreo.

Grazie allo studio della loro provenienza comprendiamo quanto le statue egizie – oggetti magici dotati di potere – viaggiassero: non è raro che la medesima statua fosse impiegata in templi diversi, lontani tra di loro, in epoche differenti. La statua conservava il suo potere e poteva così essere riutilizzata in contesti architettonici diversi da quello per cui era stata concepita.

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Statua di Iside grandiorite nuovo Regno, Regno di Amenhotep III 1390-1353 a.C. Egitto

 

 

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Coperchio del sarcofago di Ibi, grande intendente di Nitocris, divina adoratrice di Amon

La qualità di quest’opera, scolpita finemente in una pietra durissima, è commisurata all’altissimo rango del proprietario: Nitocris, figlia di Psammetico I, era infatti la massima autorità religiosa di Tebe, e Ibi ne amministrava il patrimonio.
Il coperchio raffigura Ibi come Osiride, con le mani che emergono dal sudario a stringere il pilastro djed, che gli permette di rialzarsi dopo la risurrezione.
Le divinità rappresentate fra le bende di mummia incise sul corpo aiutano Ibi nel suo viaggio nell’Aldilà. Sui piedi, la dea del cielo Nut spiega le ali, impugnando tra le mani il simbolo della vita ankh, perché Ibi rinasca ogni mattina come il sole all’orizzonte.
Tre fori praticati sotto la barba e un altro nello scettro dovevano facilitare le operazioni di spostamento dell’oggetto, che pesa oltre mezza tonnellata.

 

 

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L’occhio dell’osservatore è subito attratto dal grande scarabeo alato scolpito sul petto della figura in forma di mummia riprodotta sul coperchio a simboleggiare la rinascita e la rigenerazione era importante che lo scarabeo fosse posto al di sopra del cuore ( sede dell’intelligenza) per assicurarne la protezione.

 

 

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