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È insoffribile il male di quando l’altro non ci ha
fatto niente, o lo ha fatto inconsapevolmente, o soffre
per qualcosa che non ci riguarda, o nega. Renderlo
soffribile è già un passo verso l’accessibilità al cuore,
la fucina dell’alchimista. Legittimarsi: «Io sento male»,
e spostarsi, togliersi dal quadro narrativo, sentire
il male come male, nel corpo, precisamente, nel
luogo esatto in cui ci tocca, senza cercare la causa,
i motivi, le ragioni. Senza gioco delle parti. Il dolore è
una soglia che si apre piano piano su un luogo molto
ampio, forse infinito. Laggiú o lassú non c’è piú io e
non ci sei piú tu, né voi, né noi, né loro. È un luogo
vuoto dove tutto ha il diritto di passare, di transitare
e di svanire. In quel luogo ci si scioglie. E allora si
può chiedere a quel vastissimo nessuno che ora siamo:
«Di cosa hai fame e sete, cuore? Di cosa manchi?
A me puoi dirlo».
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