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La fornarina dovrebbe essere stata realizzata nel 1520 circa, poco prima della scomparsa dell’autore

 

La fornarina di Raffaello rappresenta il mezzo busto di una donna nuda, coperta solo sulle gambe e sul ventre da un drappo prima trasparente e poi rosso. Dato il soggetto, dunque, si tratta di un’opera pensata per una collocazione privata nelle stanze di una casa, dove non avrebbe potuto destare scandalo e preoccupazione.

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La fornarina di Raffaello non è affatto semplice, poiché l’artista ha conservato il quadro nel suo studio fino alla morte, lasciando ai posteri il compito di riscoprirlo. Una prima menzione all’opera, tuttavia, può essere ritrovata all’interno di una lettera scritta a Rodolfo II nel 1595 da Corasduz: nei fogli, infatti, il vice cancelliere accenna al ritratto di una donna nuda realizzato dal vivo e appartenente alla collezione di Caterina Nobili Sforza di Santa Fiora.

 

Dopodiché, sappiamo che nel 1605 il dipinto è passato nelle mani del duca di Sora Giovanni Boncompagni, prima di essere acquistato dai Barberini alla metà circa dello stesso secolo. Attualmente si trova presso la Galleria nazionale d’arte antica di Roma, ma ancora nessuno è riuscito a svelare l’identità del soggetto: secondo alcuni, si potrebbe trattare della figlia di un panettiere di Trastevere chiamata Margherita Luti che l’artista aveva amato.

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Buona giornata❤️💙

 

Oggi per disegnare questo cielo qualcuno ha preso i colori del vento, del mare, della pelle e dell’anima e li ha mischiati in un solo colore.
(Fabrizio Caramagna)

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L'esecuzione di Beatrice, Lucrezia e Giacomo avvenne la mattina dell'11 settembre 1599  nella piazza di Castel Sant'Angelo, gremita di folla per l’occasione.
Tra i presenti, appunto, anche Caravaggio insieme con il pittore Orazio Gentileschi e la figlioletta, anch'essa futura pittrice, Artemisia.
 
La stessa che avrebbe riproposto il tema iconografico della Giuditta ed Oloferne toccato vent’anni prima dal pittore; conferendo all’eroina, l’identiche fisicità, dignità, fierezza e senso di sacrificio del dipinto di Caravaggio.
 
Probabilmente, come sostengono diversi critici tra cui Roberto Longhi, una Giuditta così sadica sarebbe la trasposizione dell’odio della Gentileschi verso Agostino Tassi, che l’aveva stuprata. O probabilmente, come avrei ragione di credere io,  tale crudità era semplicemente lo strascico di un ricordo infantile legato all’esecuzione di quella fanciulla, morta ingiustamente per essersi tutelata dalle angherie di suo padre, vista con gli stessi occhi che erano stati di quel Caravaggio, che le sostava accanto. 
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Marzio gli spezzò le gambe con un mattarello, mentre Olimpio lo finì colpendolo al cranio ed alla gola con un chiodo ed un martello. Nella forsennata ricerca di un modo per nascondere il delitto i due rei, decisero di simulare quindi una morte accidentale per caduta: fu aperto un foro nelle assi marce di un ballatoio della Rocca, ed una volta fatto ciò, si tentò d'infilarci il cadavere. Cosa che però non riuscì data l’ampiezza troppo ridotta del foro era troppo praticato nelle assi, per cui i due decisero di comune accordo di passare ad un piano B più sbrigativo: gettarlo dalla balaustra.
 
Ma l’importanza che girava attorno al nome di Francesco Cenci, non permise che la sua morte chiudesse senza strascichi il periodo di terrore e violenza che aveva creato: indagini portarono all’individuazione di tutti i colpevoli. Olimpio, riuscito a fuggire, fu raggiunto da un sicario pagato dai Cenci ed ucciso prima che potesse parlare; Marzio morì in seguito alle ferite mortali subite sotto tortura; Giacomo fu condannato a squartamento e le due donne alla decapitazione. Solo il giovane Bernardo per la sua giovane età ebbe salva la vita, ma fu condannato ad assistere all’esecuzione in piazza dei suoi familiari ed ancora alla condanna dei remi perpetui nelle galere pontificie..

 

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La giovane donna infatti, allora 22enne raffigurata da Guido Reni nel celebre Ritratto custodito nella stessa galleria, si era resa colpevole assieme ai suoi fratelli Giacomo e Bernardo, alla matrigna Lucrezia, al maniscalco Marzio de Fioran ed al castellano Olimpio Calvetti, di parricidio nei confronti di Francesco Cenci, tesoriere dello Stato Pontificio, uomo sodomita, violento e avaro che l’aveva fatta rinchiudere nella Rocca di Petrella Salto, così da evitarle le nozze e pagare la dote.
 
Percossa brutalmente e seviziata, per ben due volte la fanciulla tentò di placare le sofferenze attentando alla vita del padre: la prima volta si cercò di sopprimerlo con il veleno, la seconda con un'imboscata di briganti locali. Ma il terzo tentativo fu quello decisivo: Francesco, dapprima stordito dall'oppio miscelato ad una bevanda servitagli da Giacomo, fu poi assalito nel sonno in cui era piombato.
 
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L'identificazione dell'artista che ha dipinto l'opera è stata ampiamente dibattuta, con la sua attribuzione in passato, da parte di molti critici, ad Elisabetta Sirani, con conseguente sua classificazione come affermazione da parte di una femminista del XVII secolo. Si è anche fatto il nome della pittrice bolognese Ginevra Cantofoli. Il soggetto dell'opera, Beatrice Cenci, è raffigurata con indosso una veste bianca, riconducibile alla Sibilla oppure ad una vergine vestale, in grado di evocare compassione. Il suo sguardo melanconico è rivolto indietro, ad un angoli.  Tradizionalmente si ritiene che il dipinto sia stato realizzato per il cardinale Ascanio Colonna. L'opera è stata capace di ispirare molti artisti, soprattutto romantici, tra cui StendhalPercy ShelleyAlexandre DumasAntonin Artaud e Francesco Domenico Guerrazzi. La disputa sulla sua attribuzione e la sua influenza sono state particolarmente accese, in grado di suscitare interesse tanto quanto la tela stessa. Senza alcuna documentazione, si sostiene che Reni sia entrato nella cella della donna il giorno prima dell'esecuzione, o forse fu in grado di vederla mentre lei si dirigeva al patibolo. Altri sostengono che l'artista non fosse neanche a Roma all'epoca dei fatti. Il primo catalogo della collezione Barberini definisce la tela raffigurante la Cenci come opera di un artista ignoto; soltanto successivamente sarà ricondotta al Reni.

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Il ritratto è uno dei più celebri e affascinanti di Palazzo Barberini. La giovane Beatrice fu vittima di ripetuti abusi e violenze da parte del padre, finchè, insieme ai fratelli e alla matrigna, per difendersi risposero alla violenza con violenza commissionando l’omicidio del padre. Il caso suscitò un forte interesse tra i contemporanei che seguirono con trasporto le indagini e il processo, e sperarono fino all'ultimo nell’assoluzione di Beatrice e dei suoi fratelli da parte di Papa Clemente VIII, ma purtroppo l’epilogo fu tragico e si concluse con la decapitazione. Si narra che Caravaggio assistette all’esecuzione e prese da questa ispirazione per la stesura del famoso Giuditta e Oloferne, anch’esso a Palazzo Barberini. La storia di Beatrice divenne leggendaria e avrà un notevole impatto nella letteratura dei secoli successivi, tra cui si ricordano autori del calibro di Shelley, Stendhal e Artaud, che la immortalano come un'eroina romantica.

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Le incredibili scarpe esposte nella teca, realizzate in cuoio e legno, non provengono dall’atelier di un creatore di moda visionario ma dalla collezione del Museo Artistico industriale (creato a Roma nel 1874 dal principe Baldassarre Odescalchi e dall’orafo Augusto Castellani). Il M.A.I., nato come raccolta di manufatti realizzati dall’antichità fino al XVIII secolo, divenne anche una scuola d’arte, dalla quale uscirono artisti del calibro di Duilio Cambellotti. L’esperienza del M.A.I. si concluse nel dopoguerra e la collezione di manufatti antichi fu suddivisa tra vari musei. Dal 1956 queste avveniristiche scarpe di manifattura veneziana, realizzate nel Seicento, fanno parte della collezione della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini. La loro stratosferica altezza consentiva l’utilizzo di vesti molto lunghe (le scarpe nella foto sono alte 27 centimetri ma altre raggiungevano addirittura i 50 centimetri). Queste calzature erano denominate in vari modi a seconda della regione: in Veneto si chiamavano “Zoppieggi” o “Sopei”, in altre regioni “Calcagnini” oppure “Tappini”, mentre in Francia erano denominate “Chopine

 

Le calzature del Seicento esposte nella Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Barberini 

 

 

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