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trillyina più di un mese fa

Affresco a Pompeii
Artista anonimo
1º secolo A.C.

Si tratta della storia esemplare di una donna, Pero, che allatta segretamente il padre, Cimone, dopo che lui è stato incarcerato e condannato a morte per fame. Lei viene scoperta da un secondino, ma il suo atto di generosità impressiona i funzionari responsabili che concedono il rilascio del padre, ed è rappresentato come un grande atto di pietas (generosità filiale) e onore romano. Una fonte del racconto può essere il mito etrusco di Uni che allatta Hercle adulto. La storia di Cimone è preceduta inoltre da un'altra quasi identica narrata da Plinio il Vecchio, di una donna plebea che viene incarcerata e allattata da sua figlia.

 

 

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Pietro Ricchi (Lucca, 1606 – Udine, 1675)
Carità romana
1645 c.
olio su tela, cm 73,5 x 62,5   Carità romana, soggetto ripreso da un'antica leggenda romana che narra la storia di Cimone e Pero. Quest'ultima, bellissima e coraggiosa fanciulla romana, decise di salvare l'anziano padre, condannato a morire di fame, nutrendolo col latte del proprio seno. Tale gesto, celebrato dagli antichi come esempio di pietas, intenerì così tanto i carcerieri da indurli a liberare il vecchio.

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Buon inizio settimana❤️❤️

 

  • La vera forza non si misura in cosa vinci, ma in cosa proteggi. Fabrizio Caramagna
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Come sua consuetudine, Caravaggio si discosta dall'iconografia tradizionale di Sant'Orsola, generalmente ritratta coi soli simboli del martirio e in compagnia di una o più vergini sue compagne. Il pittore sceglie invece di raffigurare il momento stesso in cui la principessa, avendo rifiutato di concedersi all'unno Attila, viene da lui trafitta con una freccia, il che carica la scena di un tono squisitamente drammatico.

Il dipinto è ambientato nella tenda di Attila, appena discernibile grazie al drappeggio sullo sfondo, che funge quasi da quinta teatrale. L'intero ambiente è permeato da un complesso gioco di luci e ombre che, tuttavia, in quest'ultimo dipinto dell'artista sembra dar vantaggio più alle seconde che alle prime, probabilmente specchio del travagliato periodo che l'autore stava vivendo nella parte finale della sua vita.

Il primo personaggio a sinistra è Attila, raffigurato con abiti seicenteschi; il barbaro ha appena scagliato la freccia e pare essersi già pentito del suo gesto tant'è che sembra quasi allentare la presa sull'arco mentre il suo volto è contratto in una smorfia di dolore.

A poca distanza da lui c'è sant'Orsola, trafitta dalla freccia appena visibile sul suo seno: ella piega la testa in quella direzione e con le mani sta spingendo indietro il petto come per meglio vedere la ferita del suo martirio. Non sembra provare dolore, piuttosto una disinteressata rassegnazione; ma il suo volto e le sue mani, molto più bianchi rispetto a quelli degli altri personaggi, preludono alla sua immediata morte. Infatti tre barbari, anch'essi in abiti moderni (uno indossa addirittura un'armatura di ferro), stanno accorrendo a sorreggere la santa, increduli di fronte al gesto repentino e impulsivo del loro capo. Nelle fattezze di quello di loro che si trova alle immediate spalle di sant'Orsola Caravaggio ha raffigurato se stesso con la bocca dischiusa e l'espressione dolorante, come ad esser stato trafitto insieme a lei.

Le tre figure riemerse alla luce dopo il restauro del 2025, tutte maschili, sono un soldato unno che si trova proprio alla destra del capo barbaro, un misterioso personaggio con un cappello, e un altro uomo di Attila, vicino a Orsola. 

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Ll'uomo alle spalle della santa, il cui ritratto è quello di Caravaggio

 

L'attribuzione è stata definitivamente accertata solo negli anni '80 quando Giovanni Fulco (pubblicato poi da Vincenzo Pacelli, all'epoca collaboratore del Bologna) rinvenne nell'archivio Doria D'Angri la lettera scritta a Napoli da Lanfranco Massa nel 1610 e altri documenti antichi comprovanti i vari passaggi di proprietà del dipinto.

In seguito a un ulteriore restauro effettuato tra il 2003 e il 2004 è venuto fuori un pentimento: è riapparsa una mano che si frappone tra la santa e il carnefice, quasi come a volersi opporre all'esecuzione.Con le fusioni societarie che hanno riguardato l'istituto di credito, l'attuale proprietario del quadro è divenuto il gruppo Intesa Sanpaolo, che lo ha esposto per lungo tempo nella sua sede di palazzo Zevallos a Napoli e poi, dal 2021, nella nuova sede di palazzo Piacentini della stessa città partenopea.

Nel 2025, in occasione di un restauro propedeutico all'esposizione a Palazzo Barberini di Roma, sono state riportate alla luce ulteriori tre figure in precedenza coperte

 

 

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Martirio di Sant’Orsola, Michelangelo Merisi, Olio su tela, 106 x 179,5 cm, Italia, Napoli, Galleria di palazzo Zevallos, 1610.

Dettaglio di Sant'Orsola successivo al restauro del 2003-2004, dove si rinviene la mano di un soldato davanti alla principessa.               Realizzata poco prima della morte, l'opera è di fatto cronologicamente l'ultima fatica di Merisi oggi nota.           

Il dipinto fu quindi completato già a maggio 1610 e spedito a Genova il giorno 27 dello stesso mese, dove comparirà in un inventario redatto post mortem di Marcantonio, nel 1620. L'opera passò quindi al figlio Nicolò, principe di Angri e duca di Eboli.

Nel Settecento della tela non si ha più traccia: passò verosimilmente tra le proprietà dei discendenti Doria di RomaGiuseppe Maria e Giovanni Francesco, tant'è che compare nel testamento del primo nel 1816, col quale nomina erede dei suoi beni, quindi anche della tela, il nipote Giovanni Carlo. Questi tuttavia non poté ottenere la titolarità dei beni finché rimaneva in vita la prima legata testamentaria, cioè Maria Doria Cattaneo (sorella di Giuseppe e Giovanni).

 

 

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Il suo ultimo lavoro, Il martirio di Sant’Orsola, commissionato dal banchiere genovese Marcantonio Doria, mentre il pittore era in viaggio verso Porto Ercole.

Nel 1610, l’artista dipinge quest’opera con molta fretta a tal punto che il Merisi non ha potuto aspettare che il dipinto si asciugasse per consegnarlo. Così, con il ritrovamento, nell’archivio Doria D’Angri, di una lettera scritta a Napoli il 1º maggio 1610 da Lanfranco Massa, cittadino genovese e procuratore nella capitale partenopea della famiglia Doria, per velocizzare i tempi di asciugatura, lo stesso Massa la espone al sole!  “Pensavo di mandarle il quadro di Sant’ Orzola questa settimana però per assicurarmi di mandarlo ben asciuttato, lo posi al sole, che più presto ha fatto revenir la vernice che asciugatole per darcela il Caravaggio assai grossa: voglio di nuovo esser da detto Caravaggio per pigliar suo parere come si ha da fare perché non si guasti“.

 

Il dipinto fu commissionato a Napoli dal banchiere genovese Marcantonio Doria(la cui famiglia aveva per protettrice proprio Sant'Orsola), figlio del doge Agostino, che scelse anche il soggetto del martirio di sant'Orsola, in onore della sua figliastra Anna Grimaldi, figlia di Isabella della Tolfa che in prime nozze aveva sposato Agostino Grimaldi, principe di Salerno, la quale aveva preso i voti monacali nel monastero napoletano di Sant'Andrea delle Dame assumendo il nome proprio di Orsola.

Il dipinto fu eseguito dal Caravaggio con molta rapidità, probabilmente perché questi era in procinto di partire per Porto Ercole, dove il pittore troverà la morte durante il viaggio, dove poi successivamente sarebbe salpato per Roma, col fine di compiere le dovute formalità per ricevere la grazia pontificia che avrebbe reso nullo il bando capitale.

 

Le spasmodiche richieste del committente spinsero il suo intermediario a Napoli, tale Lanfranco Massa, cittadino genovese e procuratore nella capitale partenopea della famiglia Doria, a chiedere al Merisi la consegna della tela quando ancora la vernice passata sul dipinto non era ancora del tutto asciutta. La vicenda ci è nota per una lettera che proprio il Massa invia al Doria l'11 maggio 1610, in cui scrive: «Pensavo di mandarle il quadro di Sant’Orzola questa settimana però per assicurarmi di mandarlo ben asciuttato, lo posi al sole, che più presto ha fatto revenir la vernice che asciugatole per darcela il Caravaggio assai grossa: voglio di nuovo esser da detto Caravaggio per pigliar suo parere come si ha da fare perché non si guasti» (non è nota quale sia stata la successiva risposta del pittore).Il Massa disse poi nella stessa missiva che l'opera aveva stupito tutti coloro che avevano avuto modo di vederla dal vivo.

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Dell’ambiente in cui è immersa la scena riusciamo a scorgere poco, forse l’artista lo ha solo abbozzato, la luce irrompe dalla parte sinistra del quadro, illuminando il corpo di Giovanni. Una curiosità: nel dipinto, sul limite del bordo inferiore, l’artista ha inserito due piante di tasso barbasso, che ricorrono spesso nell’opera di Caravaggio nei soggetti d’arte sacra e che sono simbolo di morte. L’immagine dell’ariete è inusuale e sostituisce l’agnello che siamo abituati a vedere più spesso nella raffigurazione del Battista.

 

Il dipinto fu uno degli ultimi realizzati da Caravaggio e insieme a una Maddalena e a un altro San Giovanni, costituiva parte del bagaglio che l’artista portò con sé di ritorno a Roma dopo aver viaggiato tra Napoli e Malta. Il pittore contava di farne dono a Scipione Borghese, suo grande estimatore, in cambio dell’aiuto per ottenere la grazia papale: l’artista infatti era fuggito da Roma con una condanna capitale a suo carico per aver ucciso un giovane in circostanze ancora oggi misteriose. Di quest’opera vi invito a cogliere l’eccezionale invenzione compositiva che ci appare e ci cattura in tutta la sua languida sensualità

 

Esistono ottime probabilità che il San Giovanni Battista della Galleria Borghese sia una delle tre opere che Caravaggio aveva con sé nell’ultimo drammatico viaggio alla volta di Roma terminato, invece, con la morte a Porto Ercole.

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San Giovanni Battista, Michelangelo Merisi, 124 x 159 cm, Italia, Roma, Galleria Borghese, 1610.

 

Qui San Giovanni Battista è più giovane rispetto agli altri dipinti realizzati da Caravaggio e potrebbe sembrare un pastore qualsiasi fermatosi a riposare. Lo vediamo infatti disteso su un grande drappo rosso che è il suo mantello, simbolo di martirio. Il piede sinistro del giovane è appoggiato su un tronco tagliato, mentre il rispettivo braccio è adagiato sul drappo rosso che ricopre un sedile improvvisato, forse su delle rocce. La mano destra è aggrappata all’altro braccio, aiutando Giovanni a sostenere la lunga canna che tiene con la mano sinistra.

 

 È quasi completamente nudo, tranne che per il telo bianco che nasconde l’inguine coprendo il fianco sinistro e scendendo sulla coscia destra. Lo sguardo pensieroso è rivolto verso di noi, mentre alla sua destra un ariete è occupato a brucare dei germogli della vite che si arrampica sulle rocce dello sfondo. 

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Nel 1598, il banchiere genovese Ottavio Costa commissiona al pittore l’opera Marta e Maria Maddalena.

Venne dipinta nel periodo in cui Caravaggio viveva nel palazzo del suo protettore, il Cardinale Francesco Maria Del Monte. La modella che posò per la figura di Marta è stata identificata in Anna Bianchini mentre la figura di Maddalena venne interpretata da Fillide Melandroni, frequentatrice di Palazzo Del Monte e probabile amante di Caravaggio. L'artista la ritrae infatti in numerosi dipinti, dal Ritratto di cortigiana, eseguito per l'amante della giovane, il banchiere Vincenzo Giustiniani, alla Santa Caterina d'Alessandria di Madrid. Più recenti studi riconoscono invece nella figura di Maria Maddalena la cortigiana romana Maddalena Antognetti

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