Gertrude, Amleto e il fantasma del padre di Amleto è un dipinto a olio su tela realizzato nel 1793 dall'artista svizzero Johann Heinrich Füssli e conservato presso la Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo
Gertrude, Amleto e il fantasma del padre di Amleto è un dipinto a olio su tela realizzato nel 1793 dall'artista svizzero Johann Heinrich Füssli e conservato presso la Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo
Le Stimmate di san Francesco è un dipinto a tempera e oro su tavola (87x64 cm) di Gentile da Fabriano, databile al 1420 circa e conservato nella Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo (Parma).
L'opera era il lato posteriore di uno stendardo processionale, sul cui recto si trovava la scena dell'Incoronazione della Vergine, oggi al Getty Center di Los AngelesLo stendardo venne dipinto per una confraternita domiciliata presso il convento di San Francesco a Fabriano, città natale del pittore in cui aveva fatto ritorno da Brescia, dopo i successi veneziani, nella primavera del 1420, ma solo per pochi mesi: ad agosto egli risultava già a Firenze. Probabilmente fece da intermediario tra i confratelli e il pittore Ambrogio de' Bizochis, cugino del cognato Egidio, che aveva infatti sposato la sorella di Gentile.
L'opera, come ricorda un manoscritto fabrianese del 1827, passò dal convento dei Francescani a quello dei Filippini di Fabriano, sicuramente dopo il 1628, anno di arrivo degli Oratoriani nel centro marchigiano, e alla data di redazione del manoscritto era conservata nel Seminario Diocesano della stessa città. Da prima del 1858 il quadro era già in collezione Fornari a Fabriano e qui si trovava ancora nel 1907, data di pubblicazione dell'opera sul "Bollettino d'Arte" da parte di Arduino Colasanti. Rimase poi nella stessa collezione, nella casa romana dell'Onorevole Gustavo Fornari, almeno fino al 1927 L'opera passò per un istituto bancario di Fabriano e poi in collezione Carminati a Crenna, per giungere nel 1978 nella Fondazione Magnani Rocca dove ancor oggi si trova
Nel nimbo di Francesco si trova l'iscrizione del nome "Franciscus".
L'opera, nata probabilmente per la devozione privata domestica, non è citata dalle fonti antiche e la sua provenienza è ignota. Il Toesca la pubblicò nel 1932, come presente da tempo imprecisato presso la contessa Foglietti nel Castello di Montauto vicino a Firenze.
In base a dettagli stilistici viene oggi datata nella prima metà degli anni cinquanta del XV secolo.
La Madonna col Bambino è opera di Filippo Lippi, tempera su tavola (80x52,5 cm), databile tra il 1450 e il 1455 circa e conservata nella Fondazione Magnani-Rocca
Buona giornata❤️🧡
Se continui a guardarti indietro, non vedrai mai ciò che hai davanti! Non devi permettere a nessuno di definire i tuoi limiti solo per quello che sei.” (Ratatouille)
La Madonna di Bagnacavallo è un dipinto a olio su tavola (48x36 cm) di Albrecht Dürer, databile a prima del 1505 circa e conservato nella Fondazione Magnani-Rocca
L'opera, chiamata anche Madonna del Patrocinio, fu rinvenuta da monsignor Antonio Savioli nel secondo dopoguerra nel convento delle monache cappuccine a Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, dove attirò l'attenzione del religioso che la considerò di ambito leonardesco. Nel 1961 Roberto Longhi la riconobbe come opera di Dürer Nel 1969, quando il convento venne chiuso e le monache lasciarono Bagnacavallo, il dipinto venne venduto al collezionista-mecenate Luigi Magnani (1906-1984). Indagini d'archivio hanno appurato che la tavola era entrata in convento nel 1822 con l'ingresso in clausura della badessa del convento delle clarisse di Cotignola chiuso in seguito alle soppressioni napoleoniche.
Le ipotesi più suggestive identificano l'opera con uno di quei dipinti che Dürer portò con sé dalla Germania nel 1505, per finanziarsi durante il suo secondo viaggio in Italia, anche perché l'analisi stilistica, soprattutto della composizione, rileva stilemi ancora legati alla tradizione tardogotica tedesca, ascrivibili a prima del secondo viaggio. Dell'opera si conosce un disegno preparatorio del 1495, che copiava un Bambin Gesù tratto da un lavoro di Lorenzo di Credi (visto forse a Venezia in una copia a disegno o a stampa); la fisionomia di Maria invece ricorda i tipi di Giovanni Bellini, che l'artista aveva dimostrato di assimilare anche in opere riferibili allo stesso periodo, come la Madonna Haller
Raro è nella produzione tedesca lo sfondo della stanza chiusa, ripreso probabilmente da un modello fiammingo
Felice giornata❤️💙
Il coraggio non è l’assenza di paura, ma la capacità di affrontarla.” (Nelson Mandela)
La famiglia dell'Infante Don Luis di Borbone è un ritratto di gruppo non ufficiale (ben distante, dunque, dagli esiti del futuro Ritratto della famiglia di Carlo IV), in cui i quattordici componenti della famiglia di don Luis appaiono «irrigiditi come sull’ultima battuta, prima che cali il sipario», come osservato da Riccomini. Si tratta, infatti, di una situazione informale, privata, di grande intimità, a tal punto che Goya scelse di ritrarre la piccola corte di campagna dall'angolo a sinistra, in una posizione defilata, mettendo insieme - senza distinzione di rango - ancelle, principi, cicisbei e borghesi.[2]
L'intera famiglia è riunita intorno al tavolo dove don Luis, colto mentre gioca a carte, si appresta a dare il commiato serale. All'estrema sinistra della scena riconosciamo lo stesso Goya che, intento ai pennelli, guarda la scena con tenerezza e partecipazione. L'autoritratto sul margine sinistro della tela è una soluzione espressamente desunta da Las Meninas di Velázquez, anche se qui Goya rinuncia al complicato gioco di specchi e prospettive e, soprattutto, sceglie di raffigurarsi in una posizione che, dando le spalle al committente, teoricamente non gli consentirebbe di vedere i volti dei vari personaggi. Licht osserva che «avendo insistito a rammentarci il capolavoro di Velázquez, sopprime il perno di Las Meninas, e cioè lo specchio col quale Velázquez ci fornisce la chiave di lettura del suo quadro. L’unica spiegazione che chiarisce sia la posizione di Goya che la mancanza dello specchio è che quest’ultimo non sia stato soppresso da Goya ma solamente spostato dalla parete di fondo alla parete davanti al gruppo della famiglia reale [...] Goya non dipinge una sua interpretazione personale della famiglia reale, ma dipinge solo quel che vedevano loro stessi. Siamo davanti a una svolta decisiva nella storia del ritratto».
La grande tela de La famiglia dell'Infante Don Louis di Borbone fu realizzata fra il 1783 e il 1784 in occasione del soggiorno presso la tenuta di don Luis:
L'opera, ereditata dalla figlia di don Luis, María Teresa de Borbón y Vallabriga, intorno al 1820 venne trasferita nel palazzo di Boadilla del Monte, per poi passare nelle collezioni di Carlota Luisa de Godoy y Borbón (figlia di María Teresa). Si fa esplicita menzione del dipinto nel 1832 nell'Inventario de todos los cuadros, pinturas, marcos sueltos y estampas que quedan colocados en el Palacio de Boadilla e, nuovamente, nell'inventario del 1886, con una valutazione di ben 25.000 pesetas. Ereditata dalla famiglia Ruspoli nel giugno del 1904, l'opera peregrinò a Firenze nella collezione Contini Bonacossi per poi giungere nel 1974 nelle collezioni di Luigi Magnani.
La famiglia dell'Infante Don Luis di Borbone è un ritratto di gruppo non ufficiale (ben distante, dunque, dagli esiti del futuro Ritratto della famiglia di Carlo IV), in cui i quattordici componenti della famiglia di don Luis appaiono «irrigiditi come sull’ultima battuta, prima che cali il sipario», come osservato da Riccomini. Si tratta, infatti, di una situazione informale, privata, di grande intimità, a tal punto che Goya scelse di ritrarre la piccola corte di campagna dall'angolo a sinistra, in una posizione defilata, mettendo insieme - senza distinzione di rango - ancelle, principi, cicisbei e borghesi.