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Nu couché rientra tra la serie di opere realizzate da Modigliani nell'appartamento parigino di rue Joseph Bara 3, che il suo mercante Zborowski aveva affittato nel 1916 per consentire all’artista di concentrarsi sulla produzione. Se negli anni della sua formazione tra Firenze e Venezia Modigliani aveva lavorato molto sul nudo, a Parigi l’artista dapprima evita il tema. Il nudo era considerato troppo “accademico” negli ambienti dell’avanguardia e dalle nuove correnti artistiche. Modigliani lo riprende solo più tardi, una volta conclusa la famosa serie delle Cariatidi quando, con la famosa mostra personale alla galleria parigina Berthe Weill, sospesa dalla polizia per “oltraggio al pudore”, inizia la stagione dei grandi nudi. In Nu couché l’artista ritrae una modella semisdraiata su un sofà a mani giunte con le sue morbide linee definite da un segno scuro che separa il corpo dalle campiture di colore quasi astratte dello spazio circostante. Il nudo è rappresentato da Modigliani nella sua purezza attraverso una sensualità femminile che suggerisce anche controllo e sfida.

 

 

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Questo ritratto è stato per anni identificato come lo schizzo preparatorio della grande tela di Manet che fece scandalo al Salon parigino del 1865 perché ritraeva la prostituta Olympia e la sua domestica (oggi conservata al Musée d’Orsay di Parigi). Solo in anni recenti si è compresa la modernità del dipinto in quanto ritratto autonomo. Sulla base di un appunto su un taccuino dell’artista, la modella è stata riconosciuta come Laure, giovane donna dalle origini antillane, vissuta a pochi passi dallo studio parigino di Manet. Partendo dall’analisi del titolo, la storica dell’arte Griselda Pollock nel 1999 ha riportato l’attenzione sul riferimento alla schiavitù abolita definititvamente in Francia nel 1848. Manet, certamente consapevole degli immaginari della pittura orientalista da Delacroix ad Ingres, sceglie un soggetto all’epoca secondario, allontanandosi così dalle convenzioni di impronta accademica. Con poche pennellate, cattura l’espressione del volto di Laure, lasciandone trasparire lo stato d’animo e muovendosi verso una nuova modalità di confronto con la realtà, volta ad una resa più diretta e naturale del soggetto rappresentato.

 

 

 

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L’opera è realizzata da Gino Severini e fa parte della serie di dipinti e disegni che l’artista dedica al tema della guerra nell’inverno 1914-1915. Al dipinto sono da ricollegare due disegni ad inchiostro. Il primo, destinato al poema Les Cosaques di Paul Fort, viene pubblicato sulla rivista “La grande illustrazione" di Pescara nel 2015; il secondo, ora conservato al Metropolitan Museum of Art di New York, anticipa in forma grafica l’iconografia della composizione pittorica. Sia il soggetto militare che la scelta di raffigurare il movimento sono di carattere marcatamente futurista mentre sono già identificabili una serie di elementi riferibili al movimento cubista, a cui Severini aderirà l’anno successivo. Lo spazio è infatti scomposto e la guerra appare come rappresentazione più che come azione in sé. Il dipinto manifesta anche una chiara corrispondenza con opere della tradizione italiana quattrocentesca, in particolare con le tre opere raffiguranti La Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, per il simile rigore geometrico riscontrabile nelle scene di battaglia.

 

 

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Picasso realizza la grande tela cubista a ridosso della Prima Guerra Mondiale, tra la fine del 1915 e l’inizio del 1916, periodo in cui è ancora scosso dalla perdita dell’amante e musa Eva Gouel. Una serie di autoritratti fotografici realizzati dall’artista di fronte all’opera nello studio parigino di rue Schoelcher 5 rimangono oggi a testimonianza della genesi dell’opera. Pochi anni dopo sarà lo stesso Picasso a donarla alla collezionista e filantropa Eugenia Errazuriz. Il dipinto, che rappresenta la silhouette di un uomo appoggiato ad un tavolo, fa parte di una serie dal medesimo soggetto, che ha in comune il grande formato, insolito per le opere cubiste. La composizione si va a inserire tra le opere del cubismo sintetico della fase di cristallo, nella quale si coglie l’interesse dell’artista per la scomposizione e la ricomposizione delle forme in un’architettura rigorosa e astratta, creata mediante piani orizzontali e bande verticali, oltre alla trasposizione dei papier collés tramite    medium pittorico.

 

 

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Il ritratto della Cortigiana con collana, realizzato da Picasso nel 1901 durante il suo secondo viaggio a Parigi, si inserisce tra i dipinti del periodo giovanile dell’artista invitato nella capitale francese per una mostra alla galleria Vollard. L’opera introduce ciò che la critica definirà il “periodo blu” dell’artista, contraddistinto dalla rappresentazione di scene di vita popolare ambientate nei bar e nei cabaret parigini, dove cortigiane e acrobati diventano i protagonisti della bohème notturna. Affascinato dai dipinti post-impressionisti, Picasso si lascia influenzare dal grafismo sinuoso e dalle grandi campiture di colore delle opere di Henri de Toulouse Lautrec. Rimandi allo stile fin de siècle sono evidenti nel ritratto della cortigiana, che la critica recente ha attribuito alla Bella Otero, ballerina nota per esibirsi con vistosi gioielli e sontuosi cappelli.

 

 

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  L’opera appartiene al periodo nizzardo degli anni Venti del Novecento e ritrae gli interni del primo appartamento di place Charles-Felix a Nizza abitato da Henri Matisse (successivamente si trasferirà in un altro alloggio del medesimo stabile, al quarto piano), da lui arredato con dipinti, specchi, pannelli decorativi e stoffe. La tela ha un pendant dal titolo Intérieur, fleurs et perruches, un tempo parte della collezione delle sorelle Cone, oggi conservato al Baltimora Museum of Art. L’interesse dell’artista è qui rivolto, oltre alla natura morta in primo piano, alla rappresentazione dello spazio interno, caratterizzato da un ricco e colorato apparato decorativo, che rimanda ai suoi viaggi in Andalusia, Algeria, Marocco, messo in dialogo con quello esterno della città, che si intravede attraverso la finestra. A completare la composizione, sul fondo, il ritratto del pittore riflesso in uno specchio.

 

 

 

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